FAO: no alla corsa per la terra coltivabile africana

FAO: no alla corsa per la terra coltivabile africana

giugno 2009
A metà novembre 2008, il colosso sudcoreano Daewoo Logistics aveva annunciato di aver ricevuto in concessione dal presidente del Madagascar, Marc Ravalomanana, un milione e 300mila ettari di terra, cioè 13mila chilometri quadrati: un'area grande quanto mezza Sicilia o il Trentino-Alto Adige. Un pezzo di paese appaltato a uno stato straniero. Un accordo che si è però rivelato fatale per Ravalomanana.

Ben presto sui media malgasci è trapelata la notizia che la Daewoo avrebbe ricevuto la terra gratis, e che i cinque milioni di tonnellate di mais prodotti ogni anno sarebbero stati imbarcati su gigantesche navi container e spediti direttamente in Corea del Sud. L'indignazione popolare è montata a dismisura ad Antananarivo e il nuovo presidente ad interim del paese, Andry Rajoelina, ventiquattr'ore dopo il suo insediamento ha platealmente stracciato quel contratto.

L’affaire Daewoo scatena una reazione a catena nel continente

L'Africa ora si interroga preoccupata sulla lezione dell'affaire Daewoo. Negli ultimi anni paesi come la Cina, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, la Libia e la Corea del Sud si sono lanciati in una corsa allo sfruttamento di terreni coltivabili nelle aree povere del globo per assicurarsi gli approvvigionamenti alimentari che i loro territori non riescono a garantire.

Una vera e propria razzia - secondo alcune organizzazioni non governative - con effetti destabilizzanti, soprattutto perché il cibo non viene utilizzato per nutrire popolazioni affamate ma quasi sempre esportato. Il boom dei prezzi degli alimenti e le limitazioni all'export hanno provocato una nuova accelerazione del fenomeno: il land grabbing, la grande razzia di terre, è destinata a proseguire.

Ma c'è di più. La maggior parte delle aree viene ceduta quasi gratis. Il dato, sconsolante, che emerge dal rapporto dell'International Institute for Environment and Development (Iied) di Londra, diffuso ieri e realizzato insieme a due organizzazioni dell'Onu: la Fao e l'Ifad. I ricercatori dell'Iied hanno analizzato cinque paesi africani (Etiopia, Ghana, Mali, Madagascar e Sudan) e hanno scoperto che soltanto in questi stati le aree cedute a investitori stranieri negli ultimi cinque anni sono state pari a 2,5 milioni di ettari, quanto la metà dei terreni coltivabili della Gran Bretagna.

Contratti lacunosi, poca trasparenza, popolazione locale ingnorata

«I contratti che abbiamo vagliato sono spesso lacunosi sulle percentuali di prodotti che possono essere esportati. Diciamo che di fatto gli investitori stranieri hanno mano libera», spiega Lorenzo Cotula, ricercatore senior dell'Iied. Ma aggiunge: «Sicuramente ci sono problemi di trasparenza e di tutela dei diritti delle popolazioni locali, però questi possono essere accordi positivi per lo sviluppo dei paesi africani se sono raggiunti in maniera equa».

È stato l'affaire Daewoo ad accendere i riflettori della comunità internazionale sul fenomeno. Anche perché la vicenda non ci ha messo molto a fare il giro dell'Africa. E così a fine febbraio in Uganda il presidente Yoweri Museveni ha preso carta e penna e ha scritto al suo ministro delle Finanze: «L'acquisto di grandi appezzamenti da parte di stranieri deve essere scoraggiato». Risvegli di nazionalismo panafricano?

Museveni paventa lo sfruttamento delle compagnie estere con scarsi vantaggi per l'economia ugandese, se si esclude lavoro - malpagato - per gli abitanti. E poi c'è lo Zambia, dove il leader dell'opposizione ha tuonato contro l'investimento cinese di due milioni di ettari da coltivare a piante per biocarburanti. Tanto da indurre Pechino a minacciare di ritirarsi dall'accordo se nel paese dovesse verificarsi un cambio di governo.

Il rischio di neocolonialismo ventilato dal direttore della Fao, Jacques Diouff, e il martellamento dei media stanno creando, insomma, più di un mal di pancia nei paesi africani, e non solo.

Al G8 il Giappone proporrà un “codice etico”

È per questo che il Giappone cercherà di rompere la spirale negativa e ha annunciato proprio ieri che al prossimo summit del G-8 a L'Aquila proporrà una sorta di "codice etico" internazionale. L'obiettivo è far sì che i vantaggi degli investimenti siano i più equi possibili.

L'International Food Policy Research Institute (Ifpri) di Washington e la Ong catalana Grain hanno provato - ciascuna per proprio conto - a mettere in fila gli accordi stipulati negli ultimi mesi. Il quadro che ne emerge è a dir poco sconcertante. Quattro Paesi - Corea del Sud, Cina, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti - hanno il controllo di 73mila chilometri quadrati di terre in Africa, Asia e America latina. È come se possedessero l'intera Irlanda o la Danimarca e il Belgio messi insieme, o quasi tutta l'Austria.

Il Sudan affamato appalta a Cina e Arabia un milione di ettari di buone terre

In Sudan, poi, si raggiunge il paradosso: mentre il Programma mondiale per l'alimentazione cerca di sfamare tre milioni di profughi del Darfur, il governo di Kartoum ha appaltato o sta per appaltare oltre un milione di ettari a Cina, Emirati e Arabia con l'obiettivo di attrarre investimenti per un miliardo di dollari. Le derrate alimentari, naturalmente, prenderanno il volo verso l'estero.

A Barcellona, dove dirige Grain, Henk Hobbelink non nasconde il suo pessimismo. Dice senza tanti giri di parole: «Sa qual è il vero rischio? Che le decisioni sulle terre non vengano più prese in Africa ma nel quartier generale di qualche società a Chicago». Il tema è delicato, ci sono dimezzo la terra e il cibo in paesi dove uomini, donne e bambini continuano a morire di fame.

La sindrome del land grabbing potrebbe avere effetti simili a quelli già visti in Madagascar anche in Tanzania, Kenia e Ghana, sollevando una nuova ondata di nazionalismo. Perché nessuno potrà mai convincere popolazioni affamate ad accettare che il grano e il riso prodotti nelle loro terre finiscano in un albergo a sette stelle di Dubai o in un ristorante di lusso a Shanghai.

Adattato da: Angelo Mincuzzi su Il Sole 24 Ore

Approfondimenti:

Dal sito dell’Iied puoi scaricare il rapporto “Land grab or development opportunity? Agricultural investment and international land deals in Africa”, redatto da Lorenzo Cotula, Sonja Vermeulen, Rebeca Leonard, James Keele

Un nuovo sito lanciato dall’Ong catalana Grain per tenere alta la guardia sui pericoli del land-grabbing: Food crisis and the global land grab

La pagina del sito dell'International food policy research institute da cui si possono scaricare vari studi sulla bio-energia, il fenomeno che ha scatenato la caccia alle terre coltivabili dell’Africa e di altri paesi del Sud del Mondo.

Del rapporto "Land grab" ne ha parlato anche il quotidiano francese Le monde




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