Jenni: il coraggio delle donne dello Zimbabwe

Jenni: il coraggio delle donne dello Zimbabwe

agosto 2009
Jenni Williams è una meticcia, cittadina dello Zimbabwe. Nel 2003 ha fondato il movimento per i diritti delle donne dello Zimbabwe. Ma per diventare una “madre della nazione” ha dovuto rinunciare alla sua famiglia.

Negli ultimi sei anni a Jenni Williams sono successe molte cose brutte. La peggiore le è accaduta nell’ottobre del 2008, quando è stata arrestata dalla polizia perché protestava pacificamente insieme a un gruppo di persone davanti a un palazzo del governo.

I manifestanti chiedevano aiuti alimentari: in Zimbabwe tre quarti della popolazione soffre la fame. La polizia ha spinto lei e una collega dentro un furgone e le ha portate in prigione. Ci sono rimaste tre settimane. In una giornata “particolarmente brutta”, ricorda Williams, i secondini l’hanno costretta a stare seduta sotto il sole cocente per ore. “Ho la pelle chiara, sapevano che mi sarei bruciata. Ma volevano punirmi”, dice. “Abbiamo provato a protestare, ma i poliziotti hanno cominciato a urlarci contro che eravamo delle lesbiche, perché avevo massaggiato la schiena della mia collega nel punto dove l’avevano picchiata. È stata una giornata orribile. Il nostro avvocato non ha potuto raggiungerci per comunicarci la data dell’appello. Non riuscivo neanche a immaginare come avremmo fatto a uscire di prigione”.

Fonda il movimento clandestino “Women of Zimbabwe arise”

A 47 anni, Jenni Williams ha vissuto più brutalità di quante se ne potrebbero subire in una vita. Dal 2003, quando ha fondato il movimento clandestino “Women of Zimbabwe arise” (Woza), cerca di mobilitare le donne in difesa dei loro diritti sociali, economici e politici. Nella società patriarcale dello Zimbabwe le donne sono spesso emarginate, oppresse dalle difficoltà economiche e stremate dalla mancanza cronica di cibo per sé e per i figli.

La violenza è una minaccia costante nel regime dittatoriale di Robert Mugabe. Woza è un movimento pacifico, ma i suoi 70mila membri vengono regolarmente arrestati e picchiati. Williams, una spina nel fianco di Mugabe, fa una vita molto pericolosa perché gli oppositori in Zimbabwe spesso spariscono o muoiono. Ufficialmente vive a Bulawayo, nel sudovest del paese, ma si sposta in continuazione e non rimane mai più di sei mesi nello stesso luogo. Finora è stata arrestata 33 volte.

Una volta la polizia l’ha sequestrata per un giorno e l’ha portata in un luogo sconosciuto. “Dicevano che mi avrebbero uccisa e seppellita. Che nessuno avrebbe più sentito parlare di me”, dice Williams. “Poi, per fortuna ho incontrato dei poliziotti gentili. Non avevano da mangiare, ma uno di loro, sapendo che ero affamata, è andato a prendermi qualcosa. A volte, quando sei pronta al peggio, Dio ti manda un angelo”.

Anche quando è rimasta tutte quelle ore sotto il sole, con la pelle che bruciava e il morale a pezzi, ha trovato qualcosa di cui rallegrarsi. “Avevo saputo che Barack Obama aveva vinto le elezioni e che sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti”, racconta. “Era una notizia fantastica, che rendeva il dolore un po’ più sopportabile”.

Nelle sue vene scorre sangue ribelle

Jenni Williams è una donna solida. Ha il viso largo, le spalle larghe, le braccia muscolose, porta i capelli raccolti in piccole trecce che le coprono la testa ed è di sangue misto. Il padre, un meccanico che non c’era mai quando lei era bambina, era nero; sua madre Margaret, invece, è la figlia di un militante dell’Ira emigrato in Rhodesia dall’Irlanda del Nord e di una donna della tribù matabele. Nelle sue vene scorre sangue ribelle. “È un incredibile mix di sangue irlandese e matabele, un popolo combattente”, dice Williams. “Negli anni ottanta mia nonna è stata arrestata dagli uomini di Mugabe perché sospettavano che nascondesse delle armi. Queste sono le mie origini”.

Il suo aspetto e la sua storia personale potrebbero far pensare a una persona dura. In realtà, Williams ha un modo di fare materno e protettivo. Ci siamo incontrate durante una delle sue rare visite in Gran Bretagna. Non parla molto dei suoi spostamenti per evitare che le autorità di Harare cerchino di fermarla.

Questa volta, però, grazie al sostegno di Amnesty international si può muovere con facilità. “Noi di Woza siamo terrorizzati”, dice. “Ma facciamo le nostre battaglie perché siamo convinti di avere ragione al cento per cento. Siamo le ‘madri della nazione’, e da questo scaturisce la nostra autorità morale. Se non può parlare una madre, chi può farlo? Vogliamo un futuro migliore per i nostri figli”.

Madre per la nazione, ma anche madre di famiglia


Essere la madre di una nazione irrequieta, però, le impedisce di essere una madre per la sua famiglia. Il marito Michael, che fa l’elettricista, e i tre figli (Natalie, 28 anni, nata dal primo matrimonio, Christopher, 24, e Richard, 22) vivono in Gran Bretagna. Sarebbe troppo pericoloso per loro restare nello Zimbabwe.

Alla prima marcia di San Valentino organizzata da Woza nel 2003 (il 14 febbraio, giornata dell’amore e della comprensione, è una data simbolica per l’organizzazione che promuove la non-violenza), Christopher è stato arrestato per aver distribuito delle rose. “Mi sentivo impotente”, racconta Williams. “Era frustrante vedere mio figlio arrestato per colpa mia. Dopo l’arresto di Christopher, mia suocera mi ha chiesto se poteva tenere i ragazzi con lei in Gran Bretagna.

Ho accettato, anche perché avrebbero potuto essere arruolati a forza nella milizia giovanile, dove gli avrebbero insegnato a comportarsi da violenti. Non avevo scelta. Vivere lontano da loro non è facile, ma il movimento mi occupa tutto il giorno. Non posso fare la madre, sono troppo impegnata a essere una `madre della nazione’. La mia famiglia mi manca moltissimo, ma quello che faccio è anche per loro. E lo sanno”.

Una vita spesa per gli altri

Jenni Williams ha passato gran parte della sua vita a occuparsi degli altri. A 16 anni ha lasciato la scuola per aiutare la madre single a prendersi cura dei sei fratelli. Come molti membri di Woza (nel 70 per cento dei casi sono persone che non hanno finito la scuola secondaria), Williams ha dovuto affrontare i problemi classici di chi vive in Zimbabwe: il fratello maggiore è morto di aids e, a causa delle sue origini, ha subìto il razzismo dei neri e dei bianchi.

“In un certo senso, il mio sangue era troppo nero”, dice in tono triste, “e la mia pelle troppo bianca. Il mio primo matrimonio è fallito per questo. Quando i genitori del mio ex marito hanno visto che mia madre e i miei fratelli sono molto più neri di me, hanno abbandonato la cerimonia. Hanno ossessionato mio marito con la loro retorica razzista. `Avrete figli neri’, gli dicevano. Ora che c’è Mugabe, invece, i poliziotti fanno commenti razzisti sui bianchi, e devo subire anche questi. Non è facile”.

Probabilmente è stata proprio la mancanza del senso di appartenenza a un determinato gruppo sociale a spingerla a lottare solo per quello che ritiene giusto. E in Zimbabwe l’idea di giustizia è illusoria. “Ho visto quanti sacrifici ha fatto mia madre per allevare sette figli. Il suo esempio e tutte le discriminazioni a cui ho assistito mi hanno fatto diventare un’attivista per i diritti umani”.

Ha gestito le pubbliche relazioni per il sindacato degli agricoltori dello Zimbabwe

Dal 1994 al 2002 nella sua “vita precedente”, come la chiama lei, Williams ha gestito con successo una società di relazioni pubbliche, che si occupava tra l’altro della comunicazione per il sindacato degli agricoltori dello Zimbabwe. Il suo conflitto con il regime è cominciato proprio in quegli anni, quando Mugabe ha varato una riforma agraria che prevedeva l’esproprio delle terre degli agricoltori bianchi per ridistribuire la ricchezza tra i neri. “La situazione era difficile, e io mi sentivo minacciata”, dice. “La polizia perquisiva continuamente gli uffici. Alla fine ho dovuto chiudere la società”. Arrabbiata per l’ingiustizia subita, Williams si è dedicata all’attività politica. Un anno dopo è nato Woza.

Dell’organizzazione fanno parte donne comuni che vogliono far sentire la loro voce: sarte, venditrici di frutta e verdura, parrucchiere. Williams organizza delle proteste di strada durante le quali i manifestanti cantano gospel brandendo delle scope, un gesto che simboleggia la voglia di fare pulizia nelle stanze del potere. “A volte ci si secca la bocca per la paura e stoniamo”, racconta Jenni.

Morgan Tsvangirai al governo: "Per il momento poco è cambiato”

Williams ammette con amarezza che dopo l’accordo dell’autunno scorso tra Mugabe e il leader dell’opposizione Morgan Tsvangirai non ci sono stati miglioramenti. “Avevamo grandi aspettative ma non è cambiato niente. Anzi, hanno intensificato i controlli e ci hanno arrestati di nuovo. Quando siamo usciti su cauzione, ci siamo resi conto che potevamo spostarci solo entro un raggio di 40 chilometri da casa. Non era mai successo prima. Da quando Tsvangirai è primo ministro ci sono più prodotti sugli scaffali dei negozi, ma non ci sono i soldi per comprarli. La disoccupazione è al 94 per cento e quel sei per cento che lavora non può neanche permettersi il biglietto dell’autobus. Che faranno i nostri membri? Non possono pagare le tasse scolastiche. Devono scegliere se comprare i gessetti o il cibo. I genitori sono costretti a scelte strazianti. La vita quotidiana è orribile”.

In prigione le condizioni sono perfino peggiori. “Un incubo”, dice Williams. “È come una condanna a morte”. Il cibo è così scarso che le porzioni si misurano in cucchiaini da tè. Lo scorso ottobre, durante le tre settimane di carcere, una compagna di cella le ha chiesto di lasciarle le sue mutande. “Non vedevano un paio di mutande da due o tre anni. Anche se le hanno tolto la dignità, una donna vuole avere un paio di mutande”.

Williams ricorda di essere stata portata in una prigione maschile e di aver visto centinaia di prigionieri scheletrici in un cortile. “Erano tutti accovacciati, anche se questa non è la parola giusta perché implica il fatto di avere un corpo che occupa dello spazio. Erano così magri che sembravano dei ragni che si richiudono e nascondono le zampe. Somigliavano a dei fantasmi: file e file di fantasmi”.

La vita va avanti, senza pensare al carcere

Non l’ammette, ma l’idea di tornare in carcere la spaventa. Il processo per l’arresto di ottobre con l’accusa di disturbo alla quiete pubblica, è ancora in corso. Nel frattempo la sua lotta quotidiana va avanti. Williams non si dilunga sugli aspetti negativi. Altrimenti come farebbe a dimostrare tanto coraggio e tanta determinazione di fronte alle minacce e ai pericoli?

Quando ci salutiamo le faccio notare che pochi hanno la forza di fare quello che fa lei. “Io invece ne conosco tanti!”, esclama felice infilandosi un giaccone nero imbottito. “Tutti i membri del Woza. Siamo stati arrestati in centinaia ma ci sosteniamo a vicenda, difendiamo i nostri diritti e ci aiutiamo ad andare avanti. Sono in ottima compagnia”. Chiude la giacca, mi abbraccia forte, e se ne va a combattere battaglie che nessun altro ha il coraggio di affrontare.

Elizabeth Day, The Observer, GB, tradotto da Internazionale n° 804

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