La riforma agraria, ossessione sud-africana

La riforma agraria, ossessione sud-africana

novembre 2009
Il Sud-Africa sarà il prossimo Zimbabwe? La domanda lancinante era per il momento soltanto un’angoscia di coloni bianchi sud-africani, presi dal panico per il vento di riforma che tocca anche il loro paese. Oggi è il governo che ostenta la minaccia.

“Sì, siamo realmente ossessionati. Ci sono delle persone che parlano seriamente di giustizia e di riparazione e a un certo punto ci rendiamo conto che questo è un enorme campo per una polarizzazione della società sud-africana. Abbiamo visto che ciò è accaduto altrove. Proprio di fianco a noi”, ha proclamato ad inizio novembre Gugile Nkwinti, ministro dello sviluppo rurale e della riforma agraria.

Per lui, fare della riforma “un’ossessione” è il mezzo migliore per evitare il “land grab” (la corsa ad accaparrasi le terre dei bianchi) ed il caos che ha distrutto l’economia dello Zimbabwe. Allora vuol fare presto e meglio.

Riparare le ingiustizie dell’apartheid

Anche se nessuno dei partners coinvolti osa usare la parola, bisogna ben dirlo, fin ad oggi la ridistribuzione delle terre è stata un fallimento. Il governo democratico eletto nel 1994 ha ereditato un sistema particolarmente ingiusto in cui la minoranza bianca, cioè il 10% della popolazione, disponeva del 90% delle terre arabili. Ed inoltre beneficiava di un sistema di sostegno da parte dello Stato che apriva loro le porte ai crediti delle banche. Questi coltivatori avevano un altro vantaggio: una mano d’opera a buon mercato e di cui potevano disporre a piacimento.

Nessuno, a parte alcuni estremisti del tutto minoritari, rimette in causa la fondatezza di una riforma, il cui scopo sarebbe di correggere le ingiustizie del passato. Un programma è dunque stato avviato con lo scopo di affidare a dei coltivatori neri, entro il 2014, almeno il 30% delle terre arabili, circa 24,6 milioni di ettari.

I primi trasferimenti sono stati fatti nel quadro della ridistribuzione delle terre sottratte sotto l’apartheid. Centinaia di comunità rurali hanno potuto presentare dei reclami. Esami delle pratiche, liti da regolare, prezzi da definire…., il processo è estremamente lungo e imbrigliato nei meandri di un’amministrazione non sempre efficiente.

Da parte sua lo Stato rimprovera i coltivatori di gonfiare il prezzo della loro proprietà per mandare a monte le transazioni. I venditori, invece, reclamano un giusto prezzo per la loro terra, tenuto conto degli investimenti realizzati.

Di fronte a questo immobilismo, le autorità rimettono ormai in causa il principio di base di questa riforma, il principio cioè del “willing buyer willing seller” e lavorano per una nuova legislazione sull’esproprio.

Mancanza di leadership

Più di 15 anni dopo l’apartheid si è ben lontani dal conto. Secondo le cifre ufficiali, meno del 7% delle terre hanno cambiato proprietario, circa 5,5 milioni di ettari.

La metà delle terre che hanno cambiato proprietario è oggi in fallimento, rimangono incolte o, nel migliore dei casi, il terreno è stato ripartito in una miriade di piccoli appezzamenti di coltivazioni di prodotti alimentari.

Sovente le proprietà, che facevano vivere tre o quattro famiglie di coltivatori bianchi e i loro operai agricoli, sono state assegnate a gruppi dei villaggi, di parecchie centinaia, vedi un migliaio di membri. Per mancanza di leadership, di organizzazione o di disciplina, la gestione delle terre si è rivelata caotica. Non si passa facilmente dalla coltura di prodotti alimentari per l’autosussistenza a un’agricoltura industriale e comemrciale, che necessita di denaro, tecnologia e competenza.

Altro ostacolo: la mancanza di finanziamento. I “nuovi coltivatori” non hanno un accesso facile al sistema bancario, o si ritrovano molto rapidamente in stato di cessazione di pagamenti. La Land Bank che si presumeva assicurasse ai nuovi coltivatori un accesso al credito è al centro di uno scandalo per sottrazione di fondi e di corruzione, che potrebbe infangare parecchie personalità note del paese. La Land Bank è anche vittima dei fallimenti a catena dei suoi clienti, non meno di 283 ”nuovi coltivatori” sono nell’incapacità di rimborsare il loro prestito.

Ricerca di terra all’estero

A questo scandalo attorno alla Land Bank si aggiunge secondo il Sunday Times “la scomparsa di 100 milioni di rands dal fondo AgriBEE, che sarebbero stati impiegati per l’acquisto di case lussuose e di veicoli per alcune autorità”. L’AgriBEE è un sistema di finanziamento degli imprenditori neri nel quadro dell’aiuto allo sviluppo economico di questa comunità.

Il governo di Jacob Zuma, forse più ancora di quello di Thabo Mbeki, è sotto la pressione della sua ala sinistra e dei sindacati che militano per una riforma più rapida. Scegliendo di riparare le ingiustizie del passato ritornando allo stato ante quo-ante, il Congresso nazionale ha corso un rischio enorme. Quello di distruggere lentamente e sicuramente un’industria agricola piuttosto redditizia senza tuttavia poter soddisfare la grande massa degli emarginati.

Nell’attesa che la riforma vada avanti, una spada di Damocle pesa in permanenza su più dell’80% dei coltivatori commerciali del Sud Africa. Non sapendo se potranno ancora sfruttare la loro terra negli anni a venire, essi hanno tendenza a ripensare i loro investimenti. AgriSA, il più importante sindacato degli agricoltori, si è recentemente lanciato nella ricerca di terra da coltivare altrove, nei paesi vicini, come il Mozambico, ma anche più lontano, in Africa francofona come il Congo.

22-11-2009

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