Le idee di Steve Biko ancora vive in Sudafrica

Le idee di Steve Biko ancora vive in Sudafrica

novembre 2009
Mantenere vive le idee di Steve Biko nel Sudafrica di oggi.
Il fondatore del Black Consciousness Movement, ricordato a 30 anni dalla morte.


Il 12 settembre 1997, Nelson Mandela, in occasione del XX anniversario della scomparsa di Steve Biko, volle evidenziare come il Black Consciousness Movement, attraverso i suoi messaggi e le sue azioni, abbia rivestito un ruolo non secondario nella lotta contro il regime di apartheid. Principale contributo di tale movimento − asserì il primo presidente del Sudafrica democratico e multirazziale − fu la cristallizzazione dell’orgoglio nero e di sentimenti di unità fra tutti gli oppressi, con l’intento di contrastare la strategia governativa del divide et impera di quella drammatica epoca.

Molti ritengono che il BCM e le idee di Biko appartengano ormai al passato, o non abbiano più alcun valore in una nazione divenuta libera, pur se caratterizzata da molte contraddizioni socio-politiche interne. In realtà, in Sudafrica è ancora vivo il ricordo di Steve Biko e del movimento della consapevolezza nera di cui lui è stato il principale ideologo (sebbene avesse sempre rifiutato il culto della personalità è innegabile che sia stato la figura più importante del BCM).

Ciò è non solo testimoniato dalle commemorazioni che ogni anno vengono celebrate in suo onore, in occasione dell’anniversario della morte, o dai libri pubblicati che ne ripercorrono la storia, ma anche dall’operato della fondazione a lui dedicata, la Steve Biko Foundation, che ne porta avanti l’eredità.

Contro disoccupazione e Aids, un approccio concreto


Analisi storica, legame tra i singoli individui e la società, definizione della propria identità e dei propri valori: sono questi i punti cardine del lavoro della fondazione, voluta da Nontsikelelo e Nkosinathi, rispettivamente la moglie e il figlio maggiore di Biko. Nkosinathi (classe 1971), ne è il Direttore ed è lui − coadiuvato da uno staff di persone preparate e sensibili ai problemi sociali − che partecipa a dibattiti e conferenze, che viaggia anche oltre i confini sudafricani per spiegare i progetti della fondazione e il lascito ideologico del padre.

Lo abbiamo incontrato a Johannesburg, negli uffici centrali della Steve Biko Foundation (l’altra sede importante si trova a King William’s Town), dove ci ha spiegato le attività e il valore socio-culturale dell’organizzazione nell’attuale Sudafrica. Una persona affabile, pacata, elegante, modesta, disponibile al dialogo, che sembra però portare su di sé il peso ingombrante della Storia, scandita da ingiustizie, sangue, oppressione. Nkosinathi ha deciso di non occuparsi di politica, almeno non direttamente, per concentrarsi invece sulla realizzazione concreta di progetti sociali ed economici a livello sia comunitario, sia nazionale.

Il principio base di tali programmi è la self-reliance, la fiducia in se stessi, l’agire da sé e per sé. I componenti della fondazione lavorano infatti per creare un’alternativa all’assistenzialismo, a quella cultura infruttuosa − che crea una sindrome di dipendenza − del dare un “servizio chiavi in mano”, senza fornire ai destinatari gli strumenti per poterselo poi realizzare con le proprie mani. Per favorire un differente approccio, la Steve Biko Foundation crea canali attraverso cui le singole comunità (in particolare township, cioè le periferie, spesso povere, dei grandi centri urbani) co-partecipano alle varie iniziative di volta in volta stabilite.

Interessanti per esempio sono i progetti di educazione sanitaria, che coinvolgono varie organizzazioni della provincia dell’Eastern Cape impegnate nella lotta contro l’Aids. La fondazione è impegnata a dar vita a un legame tra le diverse associazioni al fine di unire le sinergie e le competenze; inoltre, promuove corsi di formazione e aggiornamento sia per contrastare il diffondersi dell’HIV, sia per far conoscere le terapie più efficaci per bloccare o attenuare gli effetti di questa piaga che affligge il Paese, uno dei più colpiti a livello mondiale.

La Steve Biko Foundation realizza inoltre progetti di carattere socio-economico, che coinvolgono le comunità a cui sono destinati. Fra i più interessanti ed efficaci è il Paprika Project, avviato con un’iniziativa-pilota nel 2004, all’interno dell’Amathole District Municipality, nell’Eastern Cape. Un’area che ha ereditato fenomeni di povertà strutturale dal vecchio regime di apartheid: in quei decenni, la manodopera veniva utilizzata come riserva di lavoro nelle miniere lontane dalla regione. La zona non ha mai quindi conosciuto un vero programma di sviluppo.
Da qui l’idea di creare l’Eastern Cape Paprika Initiative che, come suggerisce il nome, si prefigge di contrastare la disoccupazione sostenendo circa dieci fattorie attraverso la coltivazione della paprika. Ogni ettaro di terra ne produce cinque tonnellate che poi vengono vendute alla Natpro Spicenet, società di Durban, specializzata nella lavorazione delle spezie.

“È un progetto importante − spiega Andile Jack, responsabile economico della Steve Biko Foundation − poiché in modo concreto aiuta numerose famiglie nelle aree di Amahlati e Buffalo, vicine a East London, colpite da un’endemica mancanza di lavoro. Abbiamo puntato sulla coltivazione della paprika dopo un esperimento pilota, che ha dimostrato come sia una coltura perfetta per le condizioni del terreno e climatiche dell’Eastern Cape. Può essere utilizzata per il mercato locale o esportata, e alle condizioni attuali, è un commercio sicuro. Questa iniziativa segue gli stessi principi dei Black Community Programmes, realizzati a suo tempo dal Black Consciousness Movement” − sottolinea Nkosinathi Biko. “Il movimento continua a esistere, attraverso programmi mirati, volti ad aiutare le persone in gravi difficoltà”.

Steve Biko: la consapevolezza dell’essere come strumento di liberazione
Nonostante gli innumerevoli controlli governativi, Steve Biko (1946-1977) è stato totalmente impegnato nello sviluppo del Black Consciousness Movement. Sostenne la creazione di un’ala politica del movimento, la Black People’s Convention (BPC) e incentivò la creazione dei Black Community Programmes (BCP), il cui fine consisteva nella genesi di un processo di autostima fra i neri, discriminati durante il regime di apartheid. Ciò implicava che i vari progetti fossero realizzati, gestiti e valutati dai neri stessi, per infondere loro la consapevolezza di poter effettivamente agire in modo autonomo per migliorare la propria esistenza.

Il progetto di avviare i programmi comunitari trovò ispirazione da un concetto basilare nelle società tradizionali africane: l’ubuntu. Esso è definibile come una norma sociale e, al contempo, espressione della dimensione spirituale che regola e avvolge i rapporti tra le persone della comunità: i membri devono agire nell’interesse di tutti, attuando i principi di cooperazione, condivisione ed equità, per far sì che i bisognosi non siano lasciati soli.

Attraverso i Black Community Programmes vennero realizzati numerosi programmi, quali campagne di alfabetizzazione, costruzione di scuole, di cliniche, di abitazioni per gli squatters, di centri comunitari dove le persone potevano riunirsi e discutere.

A questo spirito comunitario e al principio dell’ubuntu si ispira oggi la Steve Biko Foundation, i cui programmi hanno un impatto non solo sociale, ma anche psicologico, poiché infondono fiducia, autostima e consapevolezza di sé nelle persone coinvolte e destinatarie dei vari progetti. Un approccio ereditato dalle idee di Steve Biko, il quale, nel corso della sua breve ma intensa esistenza, ha sempre sostenuto l’importanza del processo di emancipazione psicologico-culturale degli oppressi, primo passo per un reale cambiamento politico.


Una clinica sopravvissuta a minacce e razzismo

Veniva ed è tuttora chiamato “il luogo che dona salute”. È stato uno dei progetti di maggior impatto sociale avviati dall’originario Black Consciousness Movement, ovvero il centro di cura Zanempilo, ubicato presso Zinyoka, distante circa dieci chilometri da King William’s Town (Eastern Cape). La direzione e l’organizzazione, negli anni ’70, vennero affidate alla dottoressa Mamphela Ramphele.

All’epoca, i sevizi offerti includevano consulti e trattamenti per disturbi di varia natura; consigli nella scelta di ospedali per quanti richiedevano cure specialistiche; assistenza clinica per i bambini di età inferiore ai cinque anni, incluse le vaccinazioni; visite a domicilio; consigli nutrizionali e di igiene sanitaria; cure pre-parto; servizio di ambulanza per i malati e per le madri in attesa. La clinica Zanempilo non fu una cattedrale nel deserto, come dimostra il fatto che è sopravvissuta alle travagliate vicende del BCM. Ancora oggi, è un luogo dove gli indigenti possono trovare aiuto concreto e cure o consigli adeguati.

Silvia Turrin

23-11-2009





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