Cosa si aspetta l’Africa da Copenaghen

Cosa si aspetta l’Africa da Copenaghen

dicembre 2009
Una natura unica per biodiversità, ancora intatta: eppure l'ambiente soffre anche in Africa. Con l'aggravante che sono in pochi a tentare di porvi rimedio.

Stando a studi recenti, il 78% dell’anidride carbonica nell’atmosfera è prodotta dai paesi industrializzati, ma i più colpiti dalle conseguenze negative sono i paesi africani: dalla desertificazione alla siccità, dalla variazione del periodo delle stagioni delle piogge all’erosione delle coste. Altri studi rivelano che proprio le emissioni di gas serra dei paesi ricchi sarebbero state la causa delle spaventose carestie che colpirono il continente africano negli anni Ottanta.

Secondo il londinese Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment, il riscaldamento globale potrebbe costare al continente circa 30 miliardi di dollari all’anno entro il 2015, cifra che potrebbe salire tra i 50 e i 100 miliardi di dollari entro il 2020, a causa dell'aumento dei costi per fronteggiare le conseguenze dei cambiamenti climatici: le inondazioni sempre più frequenti e gravi, la siccità, le tempeste e i mutamenti nel regime delle precipitazioni estreme.

A fine agosto di quest’anno i partecipanti una riunione dell’Unione Africana dedicata ai problemi ecologici ha indirizzato ai paesi del primo Mondo una richiesta di indennizzi pari ad almeno 46 miliardi di euro all’anno, solo per far fronte agli effetti dei cambiamenti climatici.

Aumento spropositato di inondazioni

Cifre e numeri dietro cui si nascondono storie d'attualità spesso drammatiche, come l'aumento spropositato di inondazioni nell'Africa occidentale, di cui solo nelle ultime settimane sono state vittime 592 mila persone in una decina di Paesi. Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (Ocha), sono 264 mila i cittadini interessati dalle alluvioni in Senegal e 150 mila nel Burkina Faso, dove in 12 ore sono caduti quasi 263 millilitri d'acqua, devastando la capitale Ouagadougou: la diga sul fiume Volta ha ceduto, sommergendo i campi coltivati, i ponti sono crollati, l'ospedale maggiore è stato evacuato, la centrale elettrica è rimasta seriamente danneggiata, 30 persone sono morte e oltre 350mila sfollate.

Il Niger conta circa 67mila senzatetto, il Ghana 55mila, il Benin 20mila. Colpiti anche la Guinea, il Gambia, la Mauritania, la Costa d'Avorio e la Sierra Leone. Secondo Yvon Edoumou, rappresentante dell'Ocha a Dakar, il disastro è dovuto ai cambiamenti climatici: da qualche anno le piogge sono diventate sempre più abbondanti, anche a causa della negligenza urbanistica, dell'assenza di un sistema di drenaggio delle acque piovane e della costruzione indiscriminata in terreni d'esondazione dei fiumi.

Le responsabilità umane

Oltre ai cambiamenti climatici, ci sono molte altre cause del degrado ambientale nel continente nero, più direttamente ascrivibili alla responsabilità dell'uomo. C'è chi caccia o abbatte alberi per necessità, chi dà fuoco alle sterpaglie per avere pascoli o “concimare” il terreno (ignorandone gli effetti negativi).

Il Kenya sta rischiando di perdere i 400 mila ettari di foresta Mau, fondamentali come approviggionamento idrico della Rift Valley e di tutta l’Africa orientale, come regolatore del flusso dei fiumi, delle inondazioni, dell’erosione delle coste e come normalizzatore per la conservazione della biodiversità e del microclima. L’allarme, lanciato dal Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (UNEP), arriva in un contesto già critico, che classifica il paese come uno dei più colpiti dalle conseguenze disastrose dei cambiamenti climatici.

Il recupero dell'ecosistema richiederà risorse cospicue e buona volontà politica, per reintegrare le ingenti perdite che la foresta Mau ha subito nelle ultime due decadi: oltre 107 mila ettari di verde andati in fumo a causa di disboscamenti illegali, insediamenti abusivi, passaggi di proprietà da pubblico a privato e metodi poco sostenibili di agricoltura intensiva.

Tuttavia, ben più grave è la responsabilità di chi in maniera fraudolenta inquina, saccheggia, danneggia l'ambiente.

Somalia, pattumiera di rifiuti tossici

Sono di questo periodo le rivelazioni di un pentito della 'ndrangheta che confermano ciò che le indagini parlamentari e giornalistiche sostengono da tempo: la Somalia è stata usata a lungo come discarica a cielo aperto per ogni sorta di rifiuti tossici. Fatti ben noti a chi ha seguito il caso dell'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che dimostrano le connivenze tra criminalità organizzata e frange deviate degli apparati statali e dei Servizi.

A fianco di questi interessi, spiccano quelli altrettanto loschi di alcune multinazionali. Eloquente l'esempio della Nigeria, dove ripetute e circostanziate denunce delle associazioni ambientaliste e di alcuni giornalisti mostrano come sia tutt'ora in atto la terribile pratica del gas flaring: le società petrolifere (anche italiane) che estraggono l'abbondante greggio del delta del Niger, invece di incanalare il gas che esce dai pozzi – come vogliono tutte le norme nazionali e internazionali –, lo incendiano, pratica meno costosa ma dannosissima per l'ambiente e per la salute di chi vive in quelle zone.

Legno pregiato contrabbandato nel porto di Ravenna

Un altro caso, di diversa natura, è quello denunciato da Greenpeace all'inizio del 2009: lo sbarco nel porto di Ravenna di un carico di legname pregiato e non proprio pulito. Si trattava di azobé tagliato illegalmente in Liberia per finanziare la guerra, e bloccato per anni dall'embargo imposto dall'Onu. Decaduto l'embargo, il legname era stato venduto in maniera irregolare da un'agenzia governativa, approdando poi sulle nostre coste e acquistato dall'italiana Interwood, ditta che ha vinto un appalto per la metropolitana di Roma.

Pochi mesi fa, l'associazione ambientalista ha testimoniato un altro scempio, ben più vasto: lo sviluppo di una nuova rotta che dal porto di Anversa fa confluire i rifiuti elettronici di mezza Europa fino al Ghana. Probabilmente il traffico del futuro, visto che sono proprio questi i rifiuti in più rapida crescita in occidente e che il loro smaltimento legale è oneroso perché richiede il trattamento delle varie sostanze tossiche presenti nell'alta tecnologia. Ovviamente, una volta giunti a destinazione come “beni elettronici di seconda mano”, questi rifiuti vengono smaltiti senza alcuna protezione da manodopera locale, spesso anche bambini.

Le denunce di Greenpeace e di molte altre associazioni dimostrano dunque ancora una volta come fatti apparentemente distanti da noi dipendano invece spesso dal nostro stile di vita e dalla nostra responsabilità.

Giusy Baioni

7/12/2009




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