Un africano al vertice di Greepeace

Un africano al vertice di Greepeace

dicembre 2009
Sudafricano di origine indiana, il nuovo direttore esecutivo di Greenpeace international ha una lunga esperienza nelle battaglie per i diritti civili.

Il nuovo direttore esecutivo di Greenpeace international ama definirsi "nero". È una scelta di campo che ha fatto quando lotta va contro l'apartheid in Sudafrica.

È la prima volta che l'organizzazione ambientalista con sede ad Amsterdam si affida a una persona del sud del mondo. Kumi Naidoo, 44 anni, sudafricano di origine indiana, ha una lunga esperienza da militante. La sua specialità sono le provocazioni, gli atti di resistenza e la disobbedienza civile.

Convinto di poter cambiare il mondo mobilitando le persone

Dopo l'elezione di Nelson Mandela a presidente del Sudafrica nel 1994, ha cambiato causa ma non ha cambiato vita. Nel 1998 è diventato segretario generale di Civicus, un'alleanza mondiale per la cittadinanza attiva. E ha sostituito i vecchi canti di liberazione nazionale con le note di Beds are burning dei Midnight Oil, il ritornello scelto da Tck tck tck, un gruppo di pressione britannico contro il riscaldamento globale di cui è presidente dal 2005.

Naidoo è convinto di poter cambiare il mondo mobilitando le persone. Ma non vuole che il suo passato antiapartheid sia visto in chiave romantica. Ex marxista, rifugge il culto della personalità. Quello che conta non è chi porta avanti una campagna ma l'urgenza dell'azione. A pochi giorni dalla conferenza sul clima delle Nazioni Unite a Copenaghen afferma: "Bisogna agire subito. Stiamo già soffrendo per le conseguenze dell'effetto serra. È un'ingiustizia globale perché ne pagano il prezzo le popolazioni del sud del mondo, quelle che ne hanno meno colpa".

ab-091213 kumi naidoo 2Il suo vero nome, Kumaran, è tipico del sud dell'India, da dove vengono i suoi antenati. Alla fine dell'ottocento intere famiglie del Tamil Nadu hanno attraversato l'oceano Indiano per andare a lavorare in condizioni di semischiavitù nelle piantagioni di canna da zucchero del KwaZulu-Natal, in Sudafrica. Kumi è il soprannome africano che gli hanno dato i suoi compagni "nonbianchi" di Chatsworth, la township di Durban a maggioranza indiana dove è cresciuto.

Le responsabilità dell’occidente e quelle dell’Africa

"Vorrei avere un'identità africana ancora più forte", dice. Si sente più vicino a Mandela e al panafricanismo che a Gandhi e alla nonviolenza. Pacifista, giardiniere nel tempo libero, ogni tanto pubblica articoli sulla stampa britannica. "In Africa ogni giorno muoiono più di seimila persone di Aids", ha scritto sul Guardian nel 2007. "Non vi sembra un genocidio passivo?".

Naidoo punta il dito contro l'occidente, ma quali sono le responsabilità dell'Africa in questo disastro? "È inutile negarle", risponde. "Però voglio ricordare ai paesi occidentali le loro promesse, come quella di destinare lo 0,7 per cento del pil ai paesi in via di sviluppo. Se ci fossero stati altrettanti morti in Europa o negli Stati Uniti le risorse per affrontare il problema sarebbero state molto più consistenti".

Naidoo sa come gestire gli argomenti scottanti e non si nasconde dietro una visione binaria del mondo: bianchi contro neri, ricchi contro poveri, oppressori contro oppressi. "A gennaio ho fatto tre mesi di sciopero della fame per lo Zimbabwe", spiega. "Ma era soprattutto un'azione contro il mio governo". Naidoo ha partecipato alla campagna Save Zimbabwe now, che tra le altre cose chiede al governo sudafricano di cambiare atteggiamento (ora fin troppo indulgente) nei confronti del regime di Robert Mugabe.

Deluso dalla politica dell’Anc, entra nel mondo delle Ong

In Sudafrica Naidoo avrebbe potuto diventare diplomatico, deputato o capo di gabinetto. Ma non gli è mai piaciuta la "cultura egoista e avida" del suo partito, l'African national congress (Anc). Nel 1994 è diventato portavoce della commissione elettorale indipendente. Poi ha diretto un programma nazionale di alfabetizzazione e ha fondato la coalizione delle ong sudafricane Sangoco. Nel 1998 è cominciata la sua carriera internazionale.

Fedele alla memoria del suo amico d'infanzia, Lenny Naidu, ucciso nel 1989 dalla polizia sudafricana, cita spesso un loro vecchio dialogo. Lenny: "Qual è la cosa più importante quando si lotta per una causa?". Kumi: "Donare la propria vita". Lenny: "Buona risposta, ma che significa esattamente?". Kumi : "Essere pronti al martirio". Lenny: "Sbagliato! Bisogna sopravvivere".
E Kumi Naidoo è sopravvissuto. Agli arresti, alle botte, alla lunga lista di funerali dei compagni di lotta e, soprattutto, al suicidio di sua madre quand'era ancora adolescente. "Aveva problemi con mio padre ed era molto triste".

In esilio a Londra, per non tradire i suoi compagni di lotta anti-apartheid

A quel punto Kumi, il primogenito, si è dovuto occupare dei suoi tre fratelli e sorelle. Accenna rapidamente al padre, un artigiano che si è risposato. "Nel corso degli anni i nostri rapporti sono migliorati", ammette. A 15 anni si è lasciato i drammi personali alle spalle entrando nella resistenza. "Alcuni membri del movimento che erano in carcere", racconta, "ci hanno fatto sapere che la polizia aveva elementi sufficienti per arrestarmi". Temendo di non resistere alle torture e rivelare i nomi dei suoi compagni di lotta, a 22 anni è andato in esilio a Londra, abbandonando la sorella di dodici anni.

Grazie a una borsa di studio si è laureato in scienze politiche a Oxford. Tre settimane dopo la liberazione di Nelson Mandela - il giorno più bello della sua vita - è tornato in Sudafrica. Nelle file dell'Anc non è considerato un duro. "Solo perché sono ancora capace di commuovermi", precisa. Padre di una famiglia ricomposta, è stato uno degli organizzatori della prima manifestazione degli uomini sudafricani contro la violenza sulle donne. Nonostante la fama di cuore tenero, è particolarmente duro con chi critica Greenpeace. "Continueremo a farci sentire fino a quando i politici non ci ascolteranno", dice.

A Naidoo non piace spostarsi per Johannesburg con auto di lusso, come fanno altri ex militanti dell'Anc. Ha di meglio da fare. Nominato nel 2003 da Kofi Annan in un gruppo di dodici personalità incaricate di stendere una relazione sui rapporti tra le Nazioni Unite e la società civile, adesso vuole inserire Greenpeace in una rete mondiale di partner. Per questo, anche se a malincuore, dovrà lasciare i suoi luoghi del cuore, la township di Chatsworth a Durban e il quartiere di Yeoville a Johannesburg, per trasferirsi ad Amsterdam.

Da un articolo di Sabine Cessou, su Libération

13-12-2009

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