L’Eni e il petrolio dal lago e dalle sabbie bituminose

L’Eni e il petrolio dal lago e dalle sabbie bituminose

dicembre 2009
L’Eni rileva pozzi petroliferi del Lago Alberto in Uganda

Eni conferma l'acquisto della quota in due campi petroliferi in Uganda dal gruppo inglese Heritage Oil. L'operazione da 1,35 miliardi di dollari era stata anticipata ieri dal Wall Street Journal, citando fonti vicine al dossier.

Eni ha firmato un accordo per l'acquisto del 50% detenuto da Heritage nei blocchi 1 e 3A in Uganda per 1,35 miliardi di dollari. Lo comunica una nota. Un conguaglio di 150 milioni di dollari, da corrispondere in contanti o asset, è previsto all'avverarsi di alcune condizioni future. L'accordo prevede il trasferimento ad Eni della responsabilità delle operazioni nei due blocchi.

L'intesa conferma il forte interesse delle big company mondiali per l'Uganda, uno dei paesi sub-saharaiani più promettenti sotto il profilo dei potenziali giacimenti di idrocarburi. E, dall'altro, rafforza la posizione di Eni come uno tra i gruppi più attivi in Africa. La società guidata dal ceo Paolo Scaroni, infatti, ha già interessi nella Repubblica del Congo, Nigeria e Gana.

Circa 700 milioni di barili sono stati scopreti nel lago Albert Rift Basin (lago Alberto) in Uganda. E la Tullow Oil, partner di Heritage, sostiene che ci sono ancora 1,5 miliardi di barili da estrarre. Un business cui adesso potrebbe partecipare anche il Cane a sei zampe. Eni dovrebbe acquisire il 50% dell' "interesse di gestione" che Heritage ha in due campi nell' Albert Rift Basin: il« Blocks 1» e il «3A». Settori che attualmente Heritage condivide con Tullow. All'interno del deal Heritage pagherà un dividendo speciale compreso tra 90 e 100 pence ad azione.

Questo significa un inaspettato colpo positivo per Tony Buckingham, ceo e fondatore di Tullow, che detiene circa il 30% di heritage. Tullow, infatti, possiede (e gestisce completamente) un altro «block» nell'area e sta cercando un partner per lo sviluppo del business in Uganda. Il petrolio si trova in una zona remota, dove le infastrutture sono inufficienti. Tanto che ci sarebbe bisogno di realizzare una nuova pipeline dal lago Alberto fino al mare. Il progetto, però, è troppo costoso per le spalle della compagnia guidata da Buckingham e l'intervento di Eni potrebbe aprire nuovi scenari.

Da Il Sole 24 ore

Contestato progetto dell'Eni di ricavare petrolio dalle sabbie bituminose del Congo

L’azienda italiana vuole estrarre il petrolio dalle sabbie bituminose congolesi. Ma gli ecologisti insorgono: così si distruggono le foreste pluviali e un'area ricca di biodiversità.

Nel maggio del 2008 l'Eni, il gigante dell'energia italiano, ha annunciato un progetto per l'estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose del Congo. Ma i suoi piani sono stati contestati dagli ambientalisti, preoccupati per il futuro di una delle foreste pluviali più grandi del mondo.

Secondo l'Eni le attività d'estrazione riguarderebbero solo un'area coperta dalla savana erbosa, senza danneggiare l'ambiente circostante. Ma uno studio pubblicato il 9 novembre 2009 dalla fondazione Heinrich Böll, il think tank dei Verdi tedeschi, rivela che la zona interessata è occupata per più della metà dalla "foresta vergine e da alcune aree con una grande biodiversità".

Il progetto dell'Eni in Congo sarebbe il primo tentativo compiuto fuori dal Canada di ottenere il petrolio contenuto nelle sabbie bituminose (una miscela di sabbia, argilla, acqua e bitume, un olio pesante). Come dichiara una delle autrici dello studio, l'attivista britannica Sarah Wykes, è un "processo molto inquinante, che comporta l'emissione di quantità elevate di anidride carbonica. E lo si vorrebbe applicare in una zona molto sensibile dal punto di vista ecologico. Il rischio è troppo alto".

L'Eni ha risposto a una serie di domande via e-mail, assicurando che il progetto di sfruttamento delle sabbie bituminose non comporterà "la distruzione della foresta vergine originaria o l'occupazione di terreni agricoli né avrà un impatto sulle aree caratterizzate da notevole biodiversità e sulla popolazione locale, che non sarà costretta a trasferirsi".

Estrarre petrolio dalle sabbie bituminose comporta un grande dispendio di acqua ed energia. Alcuni scienziati hanno calcolato che per estrarre un barile di bitume si genera un volume di anidride carbonica tre volte superiore a quello prodotto nell'estrazione di un barile di petrolio con metodi convenzionali.

Inoltre l'acqua usata per separare il petrolio dalla sabbia viene scaricata in bacini di decantazione altamente tossici, che in alcuni casi sono così estesi da essere visibili dallo spazio.

Il costo elevato di questi progetti non scoraggia, però, le grandi aziende energetiche occidentali. Molte stanno prendendo di mira la fascia dell'Orinoco, un vasto giacimento di bitume in Venezuela.

In Congo l'Eni ha ricevuto il permesso di esplorare, in cerca delle sabbie bituminose, due zone che si estendono su un'area complessiva di 1.790 chilometri quadrati - Tchikatanga e Tchikatanga-Makola - da cui ritiene di poter estrarre diversi miliardi di barili di petrolio. Allo stesso tempo si è impegnata a costruire una nuova centrale elettrica e a creare delle piantagioni di palme da olio.

L'Eni è attiva da anni in Congo, il quinto produttore di petrolio dell'Africa subsahariana, dove gestisce il giacimento petrolifero onshore di M' boundi e pensa di usare il gas naturale estratto da questo bacino - che, al momento, viene bruciato nell'atmosfera - per alimentare l'impianto di raffinazione delle sabbie bituminose.

Da molti mesi, però, il nuovo progetto dell'Eni è contestato. Il sessanta per cento del territorio congolese è ricoperto da foreste tropicali di pianura in gran parte intatte. Questi boschi sono d'importanza vitale per l'assorbimento dell'anidride carbonica presente nell'atmosfera.

Nel corso dell'ultimo anno, l'azienda italiana ha cercato di stimare l'entità del giacimento di sabbie bituminose attraverso le prove sismiche, le immagini satellitari e le trivellazioni. Sta inoltre calcolando il possibile impatto socioambientale delle attività estrattive attraverso uno studio ancora in corso.

Nello studio degli ambientalisti tedeschi, e dalle rilevazioni satellitari e topografiche della flora, risulterebbe, però, che "la foresta tropicale e altri sensibilissimi settori della biosfera (per esempio, le aree paludose) coprono dal cinquanta al settanta per cento circa dell'area dove dovrebbero avvenire le esplorazioni".

Da Internazionale, n° 823, che riprende un articolo di The Wall Street Journal

13-12-2009

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