In Etiopia il prezzo del caffè è deciso dagli agricoltori

In Etiopia il prezzo del caffè è deciso dagli agricoltori

dicembre 2009
Ad Addis Abeba è cominciata una piccola rivoluzione: far quotare il prezzo del caffè, principale risorsa di esportazione, alla borsa locale, e non a quella di New York.

Il villaggio è uno dei tanti che si trovano sulla strada da Addis Abeba a Wolisso, quattro case di argilla con il tetto in lamiera, lo spiazzo in cui la strada principale si allarga animato dal mercato settimanale, con la vendita di capre e asini a farla da padrona. Nella anonima semplicità polverosa, il palo con il display luminoso è un alieno: ci sono scritti i prezzi ai quali sono stati battuti in giornata caffè, grano e sesamo alla neonata Borsa merci della capitale dell’Etiopia. Così l’Africa si è rimpadronita del suo oro - il caffè - e ne stabilisce il valore economico.

Aver trovato il display è un successo, una smentita allo scetticismo con cui soltanto il giorno prima si era ascoltata la presentazione entusiastica della Ethiopia Commodity Exchange da parte della direttrice, l’economista Eleni Zaude Gabre-Madhin, un phD a Stanford e 15 anni di esperienza sui mercati agricoli africani, oltre a collaborazioni con la World Bank e l’Onu.

Il palazzo di Addis Abeba che ospita la nuova borsa è un grattacielo per gli standard della capitale e quando la signora Gabre-Mahdin suona la campanella per dare il via alle contrattazioni non ci si deve aspettare la frenesia di una struttura equivalente in Europa. Gli ammessi all’arena delle compravendite indossano giacche con un numero sulla schiena più simili alle uniformi della Banda Bassotti che a mise di uomini d’affari, e intorno ci sono cinque computer su cui vengono subito trasmessi i dati.

ec-091227 etiopia caffe2Ma per l’Africa è comunque una rivoluzione con un obiettivo ambizioso: far quotare il caffè qui, in un paese coltivatore - l’Etiopia è il sesto produttore internazionale e il caffè è la prima voce nell’economia nazionale - e non più a New York, una delle città che ne consuma di più al mondo.

«Siamo i primi in Africa - afferma orgogliosa la direttrice - la Borsa rivoluzionerà le modalità di compravendita e anche di produzione del caffè, coinvolgendo tutti gli attori, dai contadini agli acquirenti e fornendo sicurezza ed efficienza alle transazioni grazie ai servizi finanziari e di deposito. Chi sceglie l’Ecx invece del tradizionale mercato, deve depositare la merce o il denaro in anticipo e può contare su un osservatorio dei prezzi che garantisce compensi equi. La Borsa aiuterà i nostri agricoltori a capire quel che vuole il mercato e a coltivare prodotti di qualità ed eliminerà gli intermediari. Insegnerà - e nel dire questo solleva una busta di caffè con il marchio Starbucks - perché in America c’è gente disposta a pagare tanto per il caffè di Harar e aiuterà, grazie ai display che stiamo istallando ovunque, a ricevere sempre un prezzo giusto per i prodotti. L’Indonesia fa il prezzo della gomma, non vedo perché noi che siamo la patria del caffè non dovremo riuscire ad essere la borsa di riferimento per le sue quotazioni».

Il tradizionale mercato di granaglie e caffè della capitale non è lontano dal palazzo della borsa. Niente display né computer qui, i soliti asini stracarichi che si vedono nei villaggi e i camion arrugginiti terrore delle strade asfaltate. Un commerciante ha appena pesato un sacco di grano e sta pagando il contadino. Nessuno dei due sa nulla della Borsa. Ma mentre il contadino fa spallucce e si allontana con i soldi, l’acquirente, uno degli intermediari che la Ecx intende saltare, vuole più informazioni. «Interessante - conclude - bisogna che vada a dare un’occhiata».

27-12-2009

Cristina Nadotti, Addis Abeba (articolo apparso su La Repubblica)

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