Un’antica tecnica agricola può fermare la siccità

Un’antica tecnica agricola può fermare la siccità

gennaio 2010
Il contadino Sawadogo del Burkina Faso è analfabeta, ma ha insegnato agli agronomi delle Ong europee e americane come fermare la desertificazione e aumentare la produzione agricola. È una tecnica tradizionale del suo popolo, riadattata alle nuove condizioni climatiche: scavare degli zai, pozzi poco profondi che raccolgono e conservano la acque piovane, e permettono agli alberi di crescere anche nel deserto.

In Burkina Faso il sole sta tramontando dopo un’altra giornata torrida. Ma nella fattoria di Yacouba Sawadogo l’aria è più fresca. Accetta in spalla, il contadino passeggia per i terreni con l’andatura disinvolta di un uomo molto più giovane della sua età.

“Sui cambiamenti climatici penso di avere qualcosa da dire”, afferma in moré, la lingua della sua tribù. Anche se non sa né leggere né scrivere, Sawadogo è un pioniere di un nuovo approccio all’agricoltura, basato sulla coltivazione degli alberi, che negli ultimi anni ha trasformato il Sahel occidentale, la zona semidesertica che confina con l’estremità ovest del Sahara. La sua esperienza è un esempio incoraggiante di come anche le popolazioni più povere possano rispondere alle devastazioni causate dai cambiamenti del clima.

Vestito con una tunica di cotone marrone e con un berretto bianco, Sawadogo siede all’ombra degli alberi di acacia. Ha una fattoria di venti ettari che per gli standard locali è grande. Appartiene alla famiglia di Sawadogo da generazioni. I suoi parenti la abbandonarono dopo un lungo periodo di siccità che, tra il 1972 e il 1984, decimò la produzione alimentare in tutto il Sahel. Il risultato fu la desertificazione di vaste distese di savana e la morte di centinaia di migliaia di persone. Per Sawadogo, lasciare la fattoria era impensabile. “Mio padre è sepolto qui”, dice.

La terribile siccità degli anni ‘80 ha costretto a cambiare molte abitudini

Nella sua testa, la siccità degli anni ottanta fu l’inizio del cambiamento climatico, un’espressione che molta gente in Burkina Faso non conosce. “Durante la siccità la gente si è trovata in una situazione così terribile che ha dovuto cambiare abitudini”, racconta Sawadogo si vanta di aver riscoperto una tecnica tradizionale che i contadini locali avevano usato per secoli, riadattandola però alle nuove condizioni climatiche: scavare degli zai - dei pozzi poco profondi - per raccogliere le acque piovane e farle confluire nelle radici dei raccolti era un antico metodo degli agricoltori del Sahel.

L’innovazione di Sawadogo è stata la realizzazione di uno zai più grande per raccogliere una maggiore quantità d’acqua, e soprattutto l’idea di spargerci dentro il concime durante la stagione secca. I suoi vicini l’avevano preso in giro, giudicando la trovata uno spreco.

Invece l’esperimento di Sawadogo ha funzionato: la concentrazione di acqua e fertilizzanti nei pozzi ha fatto aumentare il raccolto. Ma nemmeno lui si aspettava quello che sarebbe stato il risultato più importante: a causa dei semi contenuti nel concime tra le file di miglio e sorgo sono cominciati a spuntare degli alberi. Con il passare delle stagioni è diventato evidente che gli alberi - oggi alti qualche metro - facevano aumentare i raccolti e restituivano fertilità al terreno. “Da allora la mia famiglia ha sempre da mangiare”, spiega Sawadogo.

Le tecniche di Sawadogo si diffondono nel Sahel

burkina fasoLa battaglia di Sawadogo è un test fondamentale per il pianeta. Il mondo dovrà fare i conti con l’aumento delle temperature e le sue conseguenze: siccità più lunghe, inondazioni più violente, infestazioni più frequenti. Il modo in cui le popolazioni del sud del mondo reagiranno a questi cambiamenti deciderà della loro sopravvivenza.

L’approccio adottato da Sawadogo e da centinaia di migliaia di altri contadini poveri nel Sahel potrebbe aiutare milioni di agricoltori ad affrontare il riscaldamento globale. Queste tecniche si sono già diffuse in Burkina Faso, Niger e Mali, trasformando milioni di ettari di terreni semidesertici in suolo produttivo. Con i mutamenti climatici infatti una parte sempre più consistente del pianeta sarà calda e arida come il Sahel. Perciò bisognerà imparare la lezione di questo silenzioso miracolo verde.

“Forse è la più importante trasformazione ambientale di tutta l’Africa”, dice Chris Reij, geografo olandese con un’esperienza professionale di trent’anni nella regione. Tecnicamente, questi metodi sono noti come “rigenerazione naturale assistita” o riforestazione.

Le conferme arrivano da autorevoli studi scientifici

Gli studi scientifici confermano quello che Sawadogo ha imparato con l’esperienza. Gli alberi proteggono le colture dal caldo e aiutano il terreno a conservare l’umidità. Le foglie che cadono formano una specie di strato protettivo che aumenta la fertilità del terreno e produce foraggio per il bestiame. Nelle situazioni di emergenza possono essere anche un rimedio contro la fame. “Prima i contadini dovevano seminare i campi quattro o cinque volte perché il vento portava via i semi”, spiega Reij, che sostiene la causa con lo zelo di un missionario. “Se gli alberi fanno da schermo contro il vento basta seminare una volta sola”.

Gli zai hanno contribuito a ricostituire le falde acquifere sotterranee. “Negli anni ottanta le falde si abbassavano di un metro all’anno. Ora si sono alzate di cinque metri, spiega Reij. Con il tempo Sawadogo si è innamorato degli alberi sempre di più: oggi la sua fattoria somiglia a una foresta. “All’inizio alternavo alberi e coltivazioni”, dice. “Poi ho cominciato a preferire gli alberi, perché hanno più vantaggi”. Il legno, infatti, è ancora la principale fonte di energia nell’Africa rurale.
Gli agricoltori in Burkina Faso non piantano alberi, a differenza di quello che sta facendo in Kenya il Greenbelt movement di Wangari Maathai, vincitrice del premio Nobel.

Si limitano solo a far crescere e a curare quelli che nascono spontaneamente. Piantare alberi è troppo costoso e troppo rischioso visto che nel Sahel l’80 per cento degli alberi piantati muore nel giro di uno o due anni. Quelli che nascono spontaneamente invece sono specie native molto più resistenti e non costano niente.

In Mali la vita dei contadini migliora grazie agli alberi che tornare a crescere

Anche in Mali ho visto alberi che crescevano un po’ ovunque in mezzo ai campi coltivati. Nel villaggio di Sokoura le case sono fatte di bastoni ricoperti di fango, non c’è elettricità né acqua corrente, i bambini portano vestiti sporchi e molti hanno lo pancia sporgente per la malnutrizione. Eppure gli abitanti dicono che le condizioni di vita stanno migliorando proprio grazie agli alberi. La proprietà di Oumar Guindo è a cinque minuti a piedi dal villaggio.

Senza un dente davanti e con addosso un grembiule nero e un paio di pantaloni verdi, Guindo mi racconta dei suoi sei ettari di terra coltivati a miglio e sorgo. Dieci anni fa ha cominciato a farsi consigliare dalla Sahel Eco, una ong che promuove la riforestazione. Oggi sulla proprietà di Guindo c’è un albero ogni cinque metri.

Sediamo sotto un grande albero chiamato “il melo del Sahel”. Il terreno sabbioso non è certo l’ideale per la coltivazione, ma la disponibilità di acqua e i frutti del raccolto sono aumentati da quando Guindo ha cominciato a curare gli alberi in mezzo ai campi. “Prima questo campo non bastava nemmeno per riempire un granaio”, racconta. “Adesso ci riempio un granaio e mezzo”, un aumento di produzione di circa il 50 per cento. “Vent’anni fa, dopo la siccità, la nostra situazione era disperata”, spiega un contadino. “Le famiglie avevano solo un granaio a testa. Ora ne hanno tre o quattro. E abbiamo anche più bestiame”.

Anche i governi si stanno muovendo


La riforestazione che sta rinverdendo il Sahel non è solo il prodotto dello scambio di informazioni tra gli agricoltori e dell’assistenza di piccole ong. Anche le scelte politiche dei governi hanno avuto un ruolo importante. In Mali coltivare gli alberi è un’antica tradizione agricola. Salif Guindo, un contadino del villaggio di Endé, racconta di aver riportato in vita un’antica associazione di agricoltori, chiamata Barahogon, che per generazioni ha incoraggiato la cura degli alberi. La pratica fu abbandonata quando tagliare la legna diventò un reato. Il governo coloniale francese fu il primo a dichiarare gli alberi di proprietà pubblica, permettendo così ai funzionari dell’amministrazione di vendere i diritti di sfruttamento. Questa politica proseguì anche dopo l’indipendenza.

Gli agricoltori sorpresi a potare gli alberi venivano puniti e così preferivano sradicarli per evitare problemi. Il risultato fu che la terra diventò sempre più spoglia e secca. All’inizio degli anni novanta, il governo del Mali ha approvato una legge che concedeva agli agricoltori la proprietà degli alberi cresciuti sulle loro terre. I contadini non ne hanno saputo nulla fino a quando la Sahel Eco non ha organizzato una campagna d’informazione fatta di annunci in radio e passaparola. Da allora la riforestazione si è diffusa rapidamente. Salif racconta di una visita recente da parte di venti sindaci del Burkina Faso. “Sembravano increduli, ci chiedevano: com’è possibile?”.

Anche in Niger la riforestazione ha faticato a prendere piede, in parte perché si fonda su alcuni princìpi apparentemente contrari al senso comune, tra cui il fatto che per far crescere gli alberi bisogna poterli tagliare. Secondo Tony Rinaudo, agronomo e missionario australiano, pioniere della riforestazione, “quando gli agricoltori hanno avuto la certezza della proprietà degli alberi la nuova tecnica è decollata. Hanno smesso di vedere gli alberi come escrescenze inutili e hanno cominciato a considerarli una risorsa”.

Solo in Niger sono cresciuti 200 milioni nuovi alberi


Il modello è lo stesso in tutto il Sahel occidentale: il nuovo metodo si è diffuso da agricoltore ad agricoltore e da un villaggio all’altro, mano a mano che la popolazione cominciava a vedere i risultati con i propri occhi. Le foto satellitari analizzate dallo Us Geological Survey oggi mostrano chiaramente il confine tra Niger e Nigeria. Dal lato del Niger, dove gli agricoltori hanno la legittima proprietà degli alberi e la riforestazione è una pratica comune, c’è una grande superficie alberata, dalla parte della Nigeria, dove i programmi di piantagione degli alberi hanno fallito, la terra è quasi completamente brulla.

Quando nel 2008 furono diffuse queste immagini, anche i sostenitori più entusiasti della riforestazione come Reij e Rinaudo rimasero senza parole: non avevano idea che gli agricoltori locali avessero coltivato tutti quegli alberi. Reij calcola che solo in Niger sono cresciuti 200 milioni di alberi e sono stati recuperati 5 milioni di ettari di terra improduttiva. Ciò che rende la riforestazione sostenibile è che sono i contadini africani ad avere in mano la tecnologia: una tecnologia estremamente semplice e gratuita. Lo sfruttamento è immediato e non c’è bisogno di sperare nell’immissione di capitali da parte dei governi stranieri o delle organizzazioni umanitarie.

Più efficace dei progetti miliardari che finora hanno dato scarsi risultati

È questa, dice Reij, la differenza tra la riforestazione e il modello di sviluppo del programma Millennium villages promosso da Jeffrey Sachs, il direttore dell’Earth institute della Columbia university. Millennium villages mette gratuitamente a disposizione dei villaggi sementi e fertilizzanti all’avanguardia e pozzi per l’acqua potabile.

“Il loro approccio alla lotta contro la povertà in Africa è bello”, dice Reij. “Il problema è che non funziona. Richiede un investimento cospicuo per ciascun villaggio, oltre ad aiuti continui per molti anni, e non è una soluzione sostenibile. È difficile credere che il resto del mondo possa continuare a investire i miliardi di dollari che servono a creare le decine di migliaia di Millenium villages in Africa”. Non a caso il flusso degli aiuti dall’estero si è interrotto dopo la crisi finanziaria del 2008.

Nel frattempo, Sawadogo affida le sue speranze agli alberi. “Gli alberi sono come polmoni”, dice. “Se non li proteggiamo e non li facciamo crescere, sarà la fine del mondo”.

Mark Hertsgaard
The Nation (Stati Uniti), tradotto da Internazionale n° 825

5-01-2010


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