Kinshaha, Congo: degrado e speranza

Kinshaha, Congo: degrado e speranza

febbraio 2010
Il 16 e il 17 gennaio 2010, la Repubblica Democratica del Congo ha celebrato rispettivamente il 9° anniversario dell’assassinio dell’ex presidente Laurent Désiré Kabila e il 49° anniversario dell’assassinio di Patrice Emery Lumumba, padre dell’indipendenza ed ex Primo ministro. Questi due anniversari hanno avuto luogo in un contesto di crisi generale, segnata da guerre militari ad Est e a Nord del Paese, e dal crollo del tessuto sociale economico e politico, proprio quando il paese si appresta a celebrare, il 30 giugno 2010, i 50 anni di indipendenza.

Nelle prime settimane del 2010 ho fatto un viaggio in questo grande Paese dell’Africa Centrale, la mia terra natale. Sono stato impressionato da un contrasto sorprendente: il degrado del tessuto socio-economico, politico e la luce di speranza che brilla nel viso di ogni abitante di Kinshasa, felice di vivere, nonostante tutto.

Il clima sociale
è precario. “Kanga journée” è l’espressione che circola tra gli abitanti della capitale, Kinshasa, per esprimere la gioia di aver trovato un piatto di polenta di manioca per “chiudere la loro giornata”. Tutti si danno da fare per trovarlo e ad ogni prezzo. Si sviluppa allora uno spirito di cupidigia. La corruzione generalizzata, istituzionalizzata, è tollerata e praticata anche da coloro che sono preposti a combatterla: poliziotti, magistrati, uomini delle Chiese… Lo slogan anti-corruzione “tolleranza zero” non ottiene nessun effetto, e se non si paga la “mancia” ad ogni stadio delle proprie pratiche, queste rimangono “incagliate”. Le seccature poliziesche, amministrative ed anche di coloro che detengono un certo potere socio-economico (commercianti, trasportatori, medici) creano un clima di nervosismo nella popolazione. La cortesia, anche nei rapporti interpersonali, si trasforma facilmente in aggressività.

Il governo è incapace di offrire posti di lavoro e di pagare stipendi decenti. Un direttore di scuola, per esempio, percepisce appena 50 euro al mese! Come premio a fine anno, i poliziotti hanno ricevuto 1 kg di riso e un pollo da dividere in due. Il governo ha decretato il 2010 “anno del sociale” ed il popolo spera e aspetta con impazienza il miglioramento delle proprie condizioni di vita.

La vita economica: nella RD del Congo non esiste la classe media. I ricchi, calcolati in circa il 10% della popolazione totale, detengono l’insieme dei settori di produzione. Lo sviluppo del settore informale non favorisce l’avviamento di una regolamentazione economica che garantisca la giustizia e l’equità in materia dei prezzi che sono semplicemente arbitrari. Il degrado delle infrastrutture stradali rende la circolazione in auto difficile e addirittura impossibile, anche nella città di Kinshasa.

Circolare in città presuppone coraggio e pazienza. Le strade sono soltanto dei tracciati, l’asfalto è scomparso da parecchie strade e le piogge torrenziali che cadono regolarmente non fanno che peggiorare la situazione. Per raggiungere il centro città da Kimwenza (circa 25 km), bisogna calcolare 3 ore, tanti sono gli ingorghi. Imprese Cinesi si attivano a riparare qualche strada, soprattutto nel centro città. Ma dura poco. Certe strade riparate da poco, alle prime forti piogge si sono subito riempite di buche.

Sulla qualità dei prodotti cinesi circola una barzelletta cinica e amara: una Congolese ha avuto un bambino con un Cinese; il bambino è morto alcuni giorni dopo, lasciando la povera donna inconsolabile. Per compatire il suo dolore, le sue amiche le hanno detto di non prendersela, bisognava aspettarselo: i prodotti cinesi non hanno mai avuto vita lunga!

Ciò descrive lo stato d’animo generale di fronte all’agitazione cinese sul paese: vi è fiducia, ma ancor più diffidenza.

La vita politica è caratterizzata dalla debolezza dell’autorità dello Stato. Molta agitazione da parte dei politici, ma solo per garantire i loro propri interessi. Sono pronti ad ogni repressione. Si assiste a dei voltafaccia spudorati: i partigiani del dittatore defunto Mobutu di ieri sono diventati i seguaci di Kabila di oggi. Si ha l’impressione che nella popolazione (ed anche nell’élite intellettuale) esista un mutismo generale. La popolazione congolese è come presa in ostaggio da un clan. I media non diffondono un’informazione di qualità: pubblicità, discorsi, musiche e danze, teatri, propagande politiche lungo tutta la giornata.

Tuttavia la gente mantiene sempre il sorriso, il desiderio di vivere e, soprattutto, la fede. Da parte della popolazione si assiste a una forte richiesta di religione, ma si ha l’impressione che questa vada insieme alla crisi sociale. Sfortunatamente la pratica religiosa diventa il rifugio dei deboli.

La Chiesa cattolica ha il coraggio di far udire la sua voce di dissenso: organizza la società civile, denuncia abusi di potere dei responsabili politici e condanna lo sfruttamento illecito delle risorse minerarie che alimenta i conflitti nell’Est del paese.

In questo contesto, l’urgenza della missione consiste nell’annunciare una parola di speranza, nell’impegnarsi nella presa di coscienza da parte delle persone a promuovere la giustizia sociale, a formare le nuove generazioni ad una vera cultura della pace. Questa convinzione è condivisa dalla totalità dei responsabili religiosi cattolici che hanno lanciato un appello alla vigilanza ai fedeli cristiani e agli uomini di buona volontà: la coscienza comune dei popoli non sia presa in ostaggio da ideologie che dividono e che seminano la guerra ed il terrore.

Il popolo congolese aspira ad una vera pace: 30 anni di cattiva gestione sono troppi! 20 anni d’instabilità politica e di guerra sono abbastanza!

P. André N’koy Odimba, SMA

14-02-2010

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