Annie, una pastora contro lo stigma dell’Aids

Annie, una pastora contro lo stigma dell’Aids

febbraio 2010
Quando si parla dell'impatto dell'AIDS nei paesi in via di sviluppo, oltre ai dati statistici che raccontano di una pandemia che sta mettendo in ginocchio intere società, inevitabilmente l'accento cade sul problema dello stigma. Uno degli ostacoli che le persone sieropositive - nell'Africa Sub-Sahariana per lo più donne - devono affrontare quotidianamente è la discriminazione.

Scarsa informazione, pregiudizi legati all'ignoranza, tabù culturali e religiosi sono i nemici di chi deve convivere con il virus. Qualcuno, come Annie Kaseketi Mwamba, è riuscito a usare la propria esperienza per combattere lo stigma. E lo ha fatto da una posizione molto particolare.

Uno alla volta Annie aveva seppellito il marito e quattro dei suoi figli, tutti morti per colpa dell'AIDS. Poi, nel 2003, si ammala anche a lei. Per alcuni mesi, la malattia rimane solo un sospetto. Annie decide di fare il test per l'HIV, ma il suo medico si rifiuta. Di AIDS – pensa lui, come del resto gran parte della gente in Zambia – si ammala solo chi ha una condotta "immorale". E Annie è una pastora cristiana.

Alla fine, il test lo farà lo stesso e il risultato sarà positivo. Lo shock è grande e il coraggio di affrontare la realtà poco. "Anche perché – racconta Annie – pensavo che l'HIV colpisse solo chi non frequentava la chiesa. Ma una sera, leggendo la Bibbia, ho avuto come un'illuminazione: se scopri di essere sieropositiva, la tua vita non è nel virus, è in Cristo".

Passa un anno e il contagio colpisce l'unico figlio rimasto, il più piccolo, di 9 anni. Per fortuna le condizioni di entrambi cominciano a migliorare e Annie prende una decisione che la farà diventare un simbolo della lotta contro la malattia nel suo paese, dove anche solo nominare l'AIDS era tabù.

Annie riesce ad aprire una breccia nel muro di ostilità dei leader religiosi che avevano sempre etichettato la malattia come giusta punizione per chi ha una condotta di vita dissoluta. Raccontando la sua esperienza in terza persona e dicendo solo in seguito la verità, cioè che si trattava della sua storia, ha saputo convincere anche chi era pronto a mandare alla gogna donne come lei, sieropositive e quindi "prostitute e assassine dei propri figli che meritano di morire".

Ma Annie ha fatto di più. Ha portato la sua storia sul pulpito. "Ho pensato che l'HIV è presente nella chiesa, tra i banchi, e che il silenzio andava rotto. Decisi che la domenica successiva ne avrei parlato durante la messa". E così ha fatto, rompendo letteralmente gli argini di una diga. Come un fiume in piena, decine di parrocchiani si sono rivolti a lei confessando la loro sieropositività.

Oggi Annie lavora a tempo pieno per mobilitare le comunità cristiane e islamiche nella reazione contro l'AIDS e nella prevenzione del contagio tra i bambini. "Adesso, conclude, la comunità religiosa è convinta che HIV e AIDS riguardano anche noi".

Colpite dal virus (e dal potere)

Le donne costituiscono fino al 61% degli adulti colpiti da HIV e AIDS nell'Africa Sub-Sahariana. In questa regione, le ragazze tra i 15 e i 24 anni rischiano di contrarre l'HIV dalle 2 alle 6 volte in più rispetto ai coetanei maschi. Biologicamente più vulnerabile, è più facile che una donna contragga il virus da un uomo che non il contrario. Ad accrescere tale probabilità contribuiscono anche i rapporti di potere sbilanciati che impediscono alle donne di negoziare rapporti sessuali protetti. Sono le donne, infine, a sostenere il maggiore impatto
dell'epidemia, poiché sono loro a prendersi cura dei familiari malati e dei bambini che l'AIDS rende orfani.

Su scala mondiale, il principale veicolo di contagio sono i rapporti eterosessuali. Durante la gravidanza, il parto e l'allattamento, le madri, se non adeguatamente curate, possono trasmettere il virus ai neonati. La povertà e la disuguaglianza di genere incidono molto sull'accesso delle donne ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva, compresi contraccettivi e informazioni sull'HIV, aumentando così il rischio di contagio e trasmissione del virus.

Accesso universale e fondo globale

Nel 2005 i paesi dei G8 si sono posti l'obiettivo dell'accesso universale ai servizi di prevenzione, cura e supporto per l'HIV/AIDS da raggiungere entro il 2010, tappa del percorso verso l'accesso universale ai servizi per la salute riproduttiva, da raggiungere entro il 2015. Nonostante siano aumentate le persone che ricevono gli antiretrovirali, la strada verso l'accesso universale è ancora lunga: sono almeno 5 milioni i sieropositivi che ancora non ricevono cure e l'AIDS continua a essere la principale causa di mortalità a livello globale tra le donne in età fertile .

II Fondo Globale per la lotta contro HIV/AIDS, tubercolosi e malaria è stato istituito nel 2001 e in pochi anni è diventato il principale meccanismo di finanziamento della lotta contro le 3 pandemie, con ottimi risultati. Risultati che rischiano di essere vanificati in mancanza di un impegno costante dei paesi che l'hanno voluto e che non sempre versano quanto promesso.

Mentre questa pubblicazione va in stampa, il Fondo sta ancora aspettando che l'Italia versi il contributo per il 2009, pari a 130 milioni di Euro, più 30 milioni di dollari aggiuntivi per far fronte al gap finanziario che il Fondo deve affrontare. La lotta contro l'HIV/AIDS è inevitabilmente legata alla salute riproduttiva. Per questo è necessario dare priorità alle donne nel finanziamento dei progetti di prevenzione e cura dell'AIDS.

HIV e AIDS in cifre

Nonostante efficaci programmi di prevenzione abbiano prodotto progressi nella lotta contro la malattia, in alcuni paesi quali Kenya e Zimbabwe, l'AIDS rimane oggi la quarta principale causa di morte al mondo e la più comune nell'Africa Sub-Sahariana.

Il Programma delle Nazioni Unite per l'HIV/AIDS (UNAIDS) ha stimato che nel 2008 2 milioni di adulti/e e bambini/e sono morti a causa dell'AIDS, 1,4 milioni dei quali nell'Africa Sub-Sahariana; nello stesso anno circa 2,7 milioni di persone sono state contagiate dall'HIV.

Si stima che il 5% della popolazione dell'Africa Sub-Sahariana – pari a circa 22,9 milioni di persone – viva con l'HIV o l'AIDS.

Da: TDTH, Non c’è sviluppo senza salute

28-02-2010

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