Tsvangirai: È il momento di investire in Zimbabwe

Tsvangirai: È il momento di investire in Zimbabwe

marzo 2010
Miniere, energia, agricoltura. «Ma soprattutto miniere: almeno in questo siamo un paese fortunato. Cromo, diamanti, carbone, tutto il meglio che il sottosuolo africano può dare. I nostri regolamenti sono fra i più aperti, non ci sono limiti al rimpatrio dei guadagni. È una grande opportunità per gli investitori stranieri e una grande opportunità per la nostra ricostruzione».

Il paese fortunato almeno in quello è lo Zimbabwe, fino all’anno scorso un simbolo dei fallimenti d’Africa. Morgan Tsvangirai, da leader dell’opposizione a primo ministro ora in coabitazione con il suo nemico, il presidente Robert Mugabe, gira il mondo cercando di vendere di nuovo il brand Zimbabwe: un marchio che 20 anni fa era un simbolo di successo e stabilità.

L’ambizione di Mugabe di rendere infinito il suo potere, la redistribuzione delle terre ai membri del suo partito, le sanzioni internazionali nel 2008 avevano precipitato lo Zimbabwe al 500 miliardi per cento d’inflazione; scesa “solo” al 24mila alla fine dell’anno scorso dopo l’accordo politico di coabitazione fra il premier Tsvangirai e il presidente Mugabe.

«Ora siamo al 3%, ma è tutto transitorio: importiamo ciò che consumiamo grazie agli 800 milioni di dollari di aiuti internazionali; la nostra economia non dipende dal dollaro dello Zimbabwe ma da quello americano», spiega Tsvangirai.

D.: Quanto siete lontani dalla normalità?

Tsvangirai: Al momento siamo in una situazione da post-conflitto civile. L’architettura politica attuale è transitoria e ha due obiettivi: stabilizzare l’economia, ridarle una parvenza di normalità; e riformare il sistema politico con nuove leggi sui media, sulle elezioni, sul ruolo della banca centrale, sui poteri fondamentali. Sui due fronti abbiamo fatto progressi significativi in poco tempo.

D.: Sarà, ma Robert Mugabe è ancora al suo posto. Ora dice di volere una legge che impone agli investitori di cedere il 51% delle loro quote ai cittadini “indigeni” dello Zimbabwe. Come spera di convincere gli investitori stranieri?

T.: Il passo dell’intera agenda dell’agenda politica è frustrante, è vero. Ma sono convinto che il processo di riforme sia ormai irreversibile.

D.: In che senso il vostro 3% d’inflazione è transitorio?

T.: Il meccanismo lo è. Il settore produttivo non è ancora pronto: attualmente funziona al 10% delle sue possibilità. Quando sei a questo livello, quando non hai riserve auree e quelle in valuta sono un nulla, non puoi battere moneta. Fra due o tre anni, dopo le prossime elezioni, penso raggiungeremo un livello produttivo del 70%. Allora reintrodurremo il dollaro dello Zimbabwe.

D.: Secondo il Fondo Monetario la disoccupazione nello Zimbabwe è del 94%. È vero?

T.: Non so se il dato sia giusto ma la situazione occupazionale è comunque terribile e non esiste una formula magica per risolverla in fretta. L’unico modo è espandere l’economia formale ma non so quanto tempo serva. Prima che Robert Mugabe introducesse il cosiddetto programma di riforme della terra, l’agricoltura dava da lavorare a 450mila persone. Ora a meno di 50mila.

D.: La fine delle sanzioni internazionali, soprattutto europee, sarebbe utile. Come avversario di Mugabe probabilmente lei continua a sostenerle; come primo ministro forse no.

T.: Non è facile. L’Occidente riconosce che ci sono progressi nello Zimbabwe ma anche che sul piano politico alcune cose non sono state fatte. Continuo a incontrare i leader di molti paesi e la percezione dello Zimbabwe è ancora negativa fino a che Mugabe resta al suo posto. Ma per noi il paese deve andare avanti. L’anno prossimo ci saranno nuove elezioni e ora l’85% della gente è favorevole alla coabitazione.

D.: Insomma: sostiene o no le sanzioni economiche?

T.: Io sono realista. Le politiche di riconciliazione le devi fare con i tuoi avversari non con gli amici.

D.: Ma Mugabe continua a detenere gran parte del suo vecchio potere. Non teme un colpo di stato?

T.: C’è una costituzione, anche quella provvisoria. Tutte le indicazioni dicono che il processo di riforme è irreversibile. Per questo consiglio agli investitori internazionali di venire nello Zimbabwe adesso e non quando le cose saranno più chiare, ma gli affari migliori già conclusi.

Intervista a cura di Ugo Traballi, Il Sole 24 Ore

7-03-2010

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