RD del Congo, l’industria farmaceutica in fibrillazione

RD del Congo, l’industria farmaceutica in fibrillazione

marzo 2010
Dallo scorso mese di settembre, nella Repubblica democratica del Congo produttori e importatori di quei farmaci, definiti dall’ Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) essenziali (1), si guardano in cagnesco. E con motivo. Il decreto ministeriale del 7 settembre 2006 che vietava l’importazione di 21 farmaci essenziali generici a vantaggio della produzione locale è arrivato a scadenza.

Una commissione mista, creata in seno al ministero della Salute, deve decidere sulla riconduzione o no del dispositivo protezionista. Nel frattempo un braccio di ferro oppone importatori e industriali locali.

Le poste in gioco sono enormi. Da una parte i 21 farmaci essenziali di cui è vietata l’importazione dal 2006 – antibiotici, antimalarici, antiparassitari, analgesici, antinfiammatori, antianemici, antiallergici, antipiretici e vitamine – sono i più consumati nel paese. Da qui la lotta accanita tra i protagonisti per dominare questo mercato di 60 milioni di consumatori.

La RD del Congo, unico paese africano ad avere una propria industria farmaceutica


D’altra parte, il testo di legge, destinato a evitare la totale dipendenza dall’estero della RD del Congo in materia di farmaci, ha nell’insieme avuto un suo ruolo protezionista. La RD del Congo è il solo paese dell’Africa centrale a disporre di un’industria farmaceutica. Quest’industria conta una quindicina d’imprese, in maggioranza di origine straniera, particolarmente asiatica, che fabbricano principalmente dei farmaci essenziali generici per l’80% del mercato.

La maggior parte dei siti di produzione sono istallati a Kinshasa: Promed è il più antico laboratorio farmaceutico del paese. È stato creato nel 1984 da un Belga stabilitosi nella RD del Congo dal 1976, leader degli importatori di farmaci negli anni 1970 e 1980. Dal rilevamento di un’azienda di Warner Lambert di cui era cliente, è nata l’impresa specializzata di alto livello (sciroppi, compresse e supposte) e nella fabbricazione di flaconi medicinali con 150 prodotti di cui 21 ancora protetti.

Ma la materia prima è importata da India, Cina, Corea del Sud

La maggior parte di queste imprese importano le materie prime necessarie alla fabbricazione dei medicinali essenziali dall’Europa (in particolare dalla Germania), ma soprattutto dall’India, dalla Cina e dalla Corea del Sud. Tutte non hanno lo stesso livello di prestazione. Piccole strutture create da Indo-Pachistani o da Cinesi lavorano senza grande preoccupazione della qualità.

Di conseguenza soltanto un piccolo numero di società, fra cui Phatkin e Zenufa, è in grado di soddisfare la domanda lanciata dai finanziatori per rifornire le centrali di acquisto e di conseguenza gli ospedali.

Gli importatori e i grossisti più conosciuti, concentrati a Kinshasa, membri della FEC sono Shalina e Wagenia. La maggior parte sono di origine asiatica e si riforniscono in India e in Cina. Altri, come Pharmans, sono legati a ditte europee. La maggior parte degli importatori sono anche grossisti, mentre questa attività deve appartenere ai Congolesi. Ma la legge non è rispettata.

Ci sono molti stranieri nella distribuzione, e in più certi produttori sono anche distributori, la qual cosa è illegale. Ci si arrangia sistemando un membro della famiglia alla testa del deposito.

Qualità dei medicinali molto dubbia

Come l’industria farmaceutica, la filiera importazione sfugge al controllo di qualità. Da qui la proliferazione di farmaci importati di qualità dubbia. Un operatore riferisce che “l’India, primo produttore e esportatore di farmaci essenziali al mondo, è sempre più rigoroso in materia di controllo di qualità. Ciò non è invece il caso della Cina. Può tuttavia capitare che prodotti vietati alla vendita in India siano esportati direttamente verso i nostri mercati poco controllati, o che prodotti fabbricati in Cina portino codici indiani”.

Questi farmaci a buon mercato importati dall’Asia e quelli con etichette ONG che beneficiano di esoneri doganali (ma che in maniera illegale vanno poi a rifornire il mercato privato), fanno una forte concorrenza all’industria locale. I produttori fustigano particolarmente il dumping praticato in India e denunciano la corruzione degli importatori che si arrangiano per non pagare i dazi doganali o che eludono il decreto del 2006.

Produttori locali di farmaci contro importatori

Di fronte a questa concorrenza sleale, i produttori si sono messi d’accordo per fissare, in certi casi, un prezzo inferiore a quello dei farmaci importati e ai loro costi di produzione.

Che cosa accadrà se il decreto sarà soppresso? Per i produttori che auspicano il suo mantenimento o addirittura l’estensione a 35 prodotti, sarà la catastrofe. “Chiuderemo le nostre fabbriche per diventare importatori. Dovremo licenziare del personale che avrà difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro, in particolari i farmacisti. Ciò è aberrante in un paese fortemente colpito dalla disoccupazione. Eppure abbiamo investito molto in questi ultimi anni per adeguarci alle norme e noi produciamo solo il 30% delle nostre capacità. Abbiamo ancora del margine”

Da parte loro gli importatori sostengono che la produzione locale è ben lungi dal rispondere ai bisogni del mercato. Ciò che nessuna statistica conferma. Reclamano anche un ribasso della tassazione che colpisce i loro prodotti e “incassata dallo Stato sulla pelle del malato”. Qualunque sarà il verdetto della commissione mista, la filiera farmaceutica congolese avrà bisogno di una buona revisione.

(1) Sono quei farmaci che “soddisfano i bisogni della maggioranza della popolazione in materia di cure sanitarie e devono dunque essere sempre disponibili in quantità sufficiente e sotto la forma farmaceutica appropriata".

Adattato da Jeune Afrique

28-03-2010

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