Il tortuoso cammino della democrazia in Africa

Il tortuoso cammino della democrazia in Africa

marzo 2010
Per quanto la democrazia si sia diffusa nel continente nero, essa rimane fragile, come testimoniano il colpo di stato in Guinea e in Niger, o i numerosi rinvii delle presidenziali in Costa d’Avorio. Il 2010, cinquantesimo anniversario dell’indipendenza di sedici paesi africani, offre l’occasione di fare un primo bilancio sulla democratizzazione intrapresa negli anni 1990.

«Ero molto nervoso. Ho aperto il fuoco sul presidente, un colpo sul lato destro della nuca. E caduto. Il suo responsabile operativo è arrivato con un’arma pesante. Abbiamo iniziato a lottare. Io sono scappato mentre portavano via il ferito (1)». Il «presidente», è il capitano Mussa Dadis Camara, che ha preso il potere in Guinea il 23 dicembre 2008, con un colpo di stato (2). Il tiratore, il suo aiutante di campo Tumba Diakité, è tuttora in fuga dal giorno dei fatti, il 3 dicembre 2009.122 gennaio, il generale Sekuba Konaté - presidente ad interim - ha nominato il primo ministro «di transizione» proveniente dall’opposizione, Jean-Marie Doré, mentre Camara è in convalescenza in Burkina Faso.

Un incubo africano: il colpo di stato

In Guinea ritroviamo tutti gli ingredienti dell’incubo politico africano: il colpo di stato (prima dell’attuale giunta, anche il presidente Lansana Conté aveva preso il potere con un golpe nel 1984); il militare giustiziere più o meno sano di mente (la megalomania omicida del capitano Camara era conosciuta dal 28 settembre 2009, giorno della sanguinosa repressione delle manifestazioni a Conakry); la prevaricazione alla base di violenza e povertà.

Dopo un periodo di euforia democratica all’inizio degli anni ‘90, che ha visto la scomparsa dei regimi a partito unico e l’adozione di Costituzioni che riconoscevano la democrazia liberale, gli anni 2000 sono caratterizzati in Africa, infatti, dai molti passi indietro sul piano politico.

Il fantasma della guerra civile, che dalla colonizzazione ossessiona molti paesi, non è scomparso. Anzi, ha preso corpo nel 2002 in un paese conosciuto per la sua stabilità, la Costa d’Avorio. Incapace di creare un corpo elettorale accettato da tutte le parti, a causa dell’approssimazione dello stato civile, il paese non è in grado, dal 2005, di organizzare le elezioni. Sono state rimandate più volte, con l’accordo della «comunità internazionale», rendendo di fatto il presidente Laurent Gbagbo una specie di monarca (3).

Manipolazione della Costituzione, ma anche elezioni regolarmente organizzate


A questa immoralità si aggiunge un nuovo modo di aggirare la democrazia: la manipolazione o la modifica autoritaria della Costituzione da parte del capo dello stato per farsi rieleggere. Come è successo in Guinea nel 2001 e in Camerun nel 2008, dove è stato abolito il limite al rinnovo dei mandati presidenziali, in Togo nel 2002 con l’adozione dello scrutinio a un solo turno, molto favorevole al potere. In Niger, nel 2009, il presidente Mamadou Tandja ha sciolto l’Assemblea nazionale e organizzato un referendum (boicottato dall’opposizione) per approvare una riforma costituzionale che gli permetterebbe di presentarsi a oltranza.

Tuttavia, se l’oggi si mostra spesso violento nei confronti del continente nero, i progressi realizzati in vent’anni sono reali e nessuno oserebbe più, come il presidente Chirac nel 1990, sostenere che «l’Africa non è ancora matura per la democrazia (4)». Al contrario, le libertà conquistate vengono esercitate in condizioni di costrizione che indeboliscono continuamente i diritti acquisiti.

In tutta l’Africa, l’organizzazione delle elezioni è considerata come un normale diritto dei cittadini e un elemento indispensabile di qualsiasi società «moderna». Solo l’Eritrea, regime a partito unico, non si fa carico né delle presidenziali né delle legislative, mentre la Somalia, stato teorico, non è in grado di organizzarne (5). Se pur screditati, gli scrutini si svolgono ovunque. La Repubblica democratica del Congo (Rdc), nel luglio 2006, ha anche organizzato le prime elezioni generali libere della sua storia.

Le sanzioni dell’Unione Africana per gli autori di colpi di stato

Per l’Unione africana il rispetto della democrazia e dei diritti dell’uomo è uno degli obiettivi centrali della sua azione. Condanna i colpi di stato e, contrariamente all’istituzione precedente, l’Organizzazione dell’unità africana (Oua), prevede delle sanzioni in caso di infrazione. La Guinea del capitano Camara ha subito la sospensione dei suoi diritti in seno all’Unione. Gli stessi finanziatori pongono delle regole politiche come condizione per il loro «aiuto».

Anche la pratica del colpo di stato si è «modernizzata»: nel 2003, i militari della Guinea Bissau, seguendo il protocollo, hanno avvertito telefonicamente il presidente in carica della Comunità economica degli stati dell’Africa dell’ovest (Cedeao) che stavano compiendo un golpe, ma che presto avrebbero organizzato delle elezioni (cosa che avvenne nel 2004 e 2005). Si assiste anche a colpi si stato «democratici» destinati ad abbattere una dittatura per trasmettere il potere ai civili (in Mali nel 1991 e in Mauritania nel 2005).

La popolazione, che ha preso coscienza del suo nuovo potere, non esita a scaricare le proprie rivendicazioni sui candidati. I dibattiti elettorali sono animati e gli elettori indaffarati. «Nei villaggi – racconta il politologo francese Richard Banégas – le popolazioni hanno messo in piedi dei comitati di ricevimento e animazione. Quando un candidato o un leader di un partito politico annuncia la sua visita, vengono esposte le sue foto e le sue schede informative (...). Qualche ora dopo la sua partenza, un altro gruppo specializzato in decorazione di interni [interviene] ed ecco che questo stesso luogo è pronto ad accogliere un altro candidato (6).» La libertà di stampa si è diffusa, come pure i blogger con i loro commenti militanti, dubitativi o taglienti.

L’opposizione e la società civile, non più solo delle comparse

Diversamente dal periodo dei partiti unici, l’opposizione è diventata una figura accettata nel sistema sociale, così come le «forze attive della nazione», ossia i sindacati e soprattutto le associazioni. Queste ultime, sviluppatesi con l’aiuto internazionale, hanno permesso di aggirare l’assenza di pluralismo politico negli anni ‘70. La democratizzazione è iniziata grazie a militanti e funzionari. Durante le «conferenze nazionali» dell’inizio degli anni ‘90.

La loro comparsa aveva sorpreso, e il dittatore beninese Mathieu Kérékou, messo alla porta dal suo stesso popolo nel 1990, aveva denunciato, con involontario humour, «un colpo di stato civile». Quando la vita politica si blocca, la popolazione non tarda a scendere in piazza, generando a volte situazioni confuse, specie se si mobilitano tutte le parti. In Madagascar, l’oppositore Andry Rajoelina e il presidente Mare Ravalomanana si sono affrontati in grandi meeting sullo sfondo delle elezioni contestate di fine dicembre 2008. Il capo di stato ha dovuto lasciare il potere, ma il suo avversario fatica a imporsi. L’insediamento del governo di unità nazionale, sotto l’egida dell’Unione africana, avviene in un clima di forti tensioni (7).

Nonostante i progressi di principio, l’etica della competizione elettorale non è garantita; i dirigenti si sforzano di rispettare le apparenze pur influenzando gli esiti dello scrutinio. I brogli rimangono frequenti (vaghe liste elettorali, schede che dormono in capannoni prima di essere scrutinate!) e la «comunità internazionale» che chiude un occhio. Se - giustamente - si mostra severa nei confronti di Robert Mugabe in Zimbabwe, sembra essere molto indulgente con Ali Bongo (Gabon) o Paul Biya (Camerun), grandi amici della Francia (8). A proposito delle elezioni presidenziali in Gabon del 2009, il blogger ivoriano Théophile Kouamouo denuncia «le litoti condiscendenti di Parigi» e «i silenzi di Washington o di Londra che vedono la democrazia solo alle porte dell’Iran (9)».

Le manovre per rimanere al potere, dal clientelismo alla moltiplicazione di partitini

La tentazione autoritaria rimane percettibile, anche in paesi un tempo esemplari come il Senegal, in cui il giornalista Mamadou Coulibaly – autore di un libro critico sul presidente Abdoulaye Wade – è stato oggetto di intimidazioni. Più semplicemente, i poteri al governo non esitano a usare le risorse dello stato per trarre vantaggio da campagne dispendiose, spesso con l’aiuto di consiglieri «di comunicazione» o giuridici europei. Di fronte a loro, i partiti di opposizione non sempre dispongono di elettori sufficientemente facoltosi per finanziarli.

Per assicurarsi la permanenza al potere, i dirigenti incoraggiano la creazione di piccoli partiti di opposizione allo scopo di trarre vantaggio dalla dispersione dei voti (Gabon, Camerun, Burkina Faso, ecc.). In alcuni paesi esistono più di cento strutture in grado di influenzare il voto degli elettori. Del resto, la democratizzazione non ha messo fine alla «politica della pancia» descritta dal politologo francese Jean-François Bayart (10).

Quando regna il clientelismo, i candidati non fanno niente senza ottenere in cambio dei regali, che siano soldi od offerte materiali. Di fronte alla povertà e a un’ineguale e sfacciata ripartizione delle ricchezze, gli elettori paragonano questo sistema a una legittima compensazione: «Recuperiamo quel che ci è stato rubato - si sente dire spesso. Ci hanno spinti nella miseria e saccheggiano lo stato per farci sbavare. Siamo obbligati a vendete i nostri voti».

Diverse maniere per far tacere le voci politiche dissidenti

Per quanto gli oppositori non vengano più molestati come un tempo – il viso tumefatto di Morgan Tsvangirai, avversario di Mugabe, dopo un interrogatorio delle forze dell’ordine nel 2008, dimostra quanto sia fragile questa tendenza –, esistono diverse maniere per far tacere la controparte.

«Nel caso di un funzionario – racconta il giornalista camerunese Etienne de Tayo, presidente della rete Africa libera – si creano le condizioni perché sia spinto a dimettersi. Se lavora per una struttura privata, vengono fatte pressioni sul suo datore di lavoro perché lo licenzi. Se ha un’attività propria, il potere fa in modo di bloccargli tutti gli sbocchi per i suoi prodotti o di impedire che gli si accordi uno spazio nel mercato. Vengono inoltre esercitate delle pressioni sul suo entourage affinché lui ne sia emarginato. A volte anche su sua moglie, perché lo lasci (11)». Ridurre in miseria e isolare l’oppositore, cioè farlo cuocere a fuoco lento.

Alcuni dirigenti sviano anche la «lotta contro la corruzione» – in crescita negli ultimi anni per rispondere alle esigenze delle popolazioni e degli investitori (12) –, per eliminare gli avversari politici, che si ritrovano così di fronte a un tribunale con accuse poco chiare. È il caso della Nigeria, per Atiku Abubakar, nel 2007, o del Senegal per Idrissa Seck. Infine, essendo i giochi truccati, una parte dell’opposizione preferisce l’esilio a questa vita di trincea nell’indifferenza generale. Da notare che il sostegno della «comunità internazionale» non sempre rappresenta un vantaggio. Può anche rivelarsi una «trappola», secondo Tayo, quando gli oppositori, come Tsvangirai, appaiono come i difensori degli interessi occidentali, allontanandosi progressivamente dal popolo.

Le dure ricette finanziarie dell’FMI, arrivate mentre di avviava la democratizzazione

Sulla giunta della Guinea e sulle manipolazioni costituzionali in Niger, lo scrittore ivoriano Venance Konan ironizza: «Chi, tra i nostri capi di stato, può veramente dare una lezione di democrazia e di rispetto dei diritti dell’uomo a Tandja e a Dadis Camara senza far ridere?» (13).

In Africa, la democratizzazione avviene nel quadro di stati indeboliti dal fallimento delle strategie di sviluppo applicate dopo l’indipendenza. L’avvento del pluralismo coincide con la stretta della morsa finanziaria internazionale dopo l’esplosione del debito negli anni ‘80 (14). Condizionando il loro «aiuto» all’instaurazione del multipartitismo e al rispetto dei diritti dell’uomo, i finanziatori - istituti finanziari internazionali (Ifi), Unione europea, ecc. - hanno imposto dei vincoli economici.

Ne consegue un gioco politico insipido in cui i diversi partiti dispongono di un’unica opzione macro-economica, quella dei piani di aggiustamento strutturale (Pas) e altri «piani regolatori di riduzione della povertà». Nessun candidato può apparire credibile se non beneficia dell’appoggio degli Ifi, e la classe politica è più preoccupata dell’opinione degli investitori che di quella del popolo. Senza mezzi, infantilizzato e vincolato a obblighi statali, condizione minima imposta dall’estero, lo stato africano è in grado di inserirsi nel contesto della democrazia?

Alle élite spesso disinteressate degli anni ‘60 - si pensi al ruolo avuto dalla Federazione degli studenti dell’Africa nera in Francia (Feanf) - si sono sostituite le caste corrotte. Multinazionali predatrici, governi esteri (Francia, Gran Bretagna, Cina, ecc.) ed élite venali si distribuiscono le parti in uno spettacolo sinistro di cui il cittadino è solo spettatore.

Democrazia screditata dalla crescente pauperizzazione di massa

«Nel mio paese – racconta un militante alteromondista del Congo – in cui Elf ha giocato a lungo un ruolo dominante, compreso il sostegno a un colpo distato, c’è la legittimità democratica e la legittimità petrolifera». Se delle personalità progressiste sono state eliminate fisicamente con l’appoggio delle potenze internazionali (Patrice Lumumba in Congo o Thomas Sankara in Burkina Faso [15]), molti osservatori africani mettono in discussione le responsabilità locali.

L’economista del Ghana George Ayittey punta il dito contro gli «ippopotami scansafatiche che hanno rovinato l’Africa post-coloniale» e che tradiscono il proprio popolo (Joseph Mobutu, per esempio, è stato il braccio armato dei servizi segreti belgi nell’eliminazione di Lumumba). Insorge contro quei «governi vampiri (16)» che saccheggiano le risorse locali ma biasimano la colonizzazione, responsabile della condizione di disgrazia della popolazione.

Ad aggravare la situazione, le politiche adottate dagli Ifi hanno somministrato ai paesi africani i «farmaci che uccidono»: il libero scambio e la concorrenza «libera e non falsata». Paradosso fatale, le libertà conquistate coincidono con la pauperizzazione. Come sottolinea Francis Akindes, professore di sociologia a Bouaké (Costa d’Avorio), «la libertà di espressione convive con l’impunità economica».

E aggiunge: «E la contraddizione inestricabile tra la logica dell’efficacia delle politiche di aggiustamento strutturale, con la serie di privatizzazioni che comporta, e l’equità indissociabile dalla democrazia stabilita (17) ». Le popolazioni perdono fiducia nei partiti e, di fronte alle ingiustizie che screditano la democrazia, i militari si presentano come giustizieri mentre la ribellione armata diventa una soluzione logica nel caso di regimi bloccati, come in Ciad. Inoltre, la violenza delle disuguaglianze sociali crea un terreno fertile per quei conflitti sempre pronti a degenerare, come in Congo.

Il guinzaglio della comunità internazionale

Facendo un bilancio della democratizzazione, l’ex ministro togolese Atsusté Kokouvi Agbobli legittimamente si interrogava: «Si possono democratizzare dei paesi controllati dall’esterno (18)?» Perché ci sia democrazia, è necessario che la sovranità dello stato e del popolo abbia un senso. Ora, il controllo economico si aggiunge oggi all’onnipresenza della «comunità internazionale». In effetti, le Nazioni unite (e le loro agenzie), l’Unione europea o la giustizia internazionale intervengono nella vita interna di molti paesi africani.

Se la maggior parte delle volte quest’azione si rivela indispensabile per salvare delle vite (attività umanitarie o interposizione nei conflitti, per esempio), le popolazioni notano che, nonostante la gravità dei crimini commessi da alcuni stati del Vicino Oriente, a inaugurare la Corte penale internazionale sono stati degli imputati africani (Cpi) (19). Questo tipo di relazioni spesso volge all’assurdo come nel caso in cui le Nazioni unite hanno avallato il rapporto sulle elezioni ivoriane. Il continente sembra sempre più amministrato dall’esterno senza che vengano mai affrontate le principali cause della sua instabilità: la violenza e l’iniquità dei rapporti mondiali (20).

Il mito del “buon governo”


Fagocitato, discusso, disinvolto, è l’intero ambito politico africano a dover essere ricostruito. Non esiste più la nozione post-coloniale dell’interesse generale. E uno dei numerosi effetti perversi del concetto di «buon governo»: nella visione contabile dei finanziatori, niente più della «buona gestione» appare distante dal «buon governo» (al servizio dei popoli). Il dibattito e i rapporti pubblici sono traviati dall’utilitarismo, e le classi medie, che si ricostruiscono dopo esser state per alcuni anni schiacciate dai Pas, sembrano innanzitutto animate da uno spirito di godimento - preoccupazione dello storico Achille Mbembe, dell’università di Johannesburg, circa il gigante sudafricano (21).

A questo si aggiunge la spinosa questione comunitaria. Anche se il sentimento nazionale sembra molto vivo in paesi come il Congo, in Africa, il multipartitismo spesso si rivela allo stesso tempo regionalista ed etnico, creando delle solidarietà estranee a qualsiasi categoria politica. Per il giurista congolese Mwayila Tshiyembé, è possibile immaginare dei meccanismi che tengano conto di questi fenomeni pur rispettando il sistema elettorale (22). Questo permetterebbe, inoltre, di contrastare le manipolazioni delle «identità etniche» alle quali a volte, come nel caso del Kenya, si abbandonano gli avversari politici.

Esiste un modello africano di democrazia?

La questione che si pone è un modello africano di democrazia che ridisegni le frontiere dell’individualismo occidentale (23). Per esempio, le istituzioni si sono spesso ispirate all’Europa e la Costituzione della V Repubblica francese è servita da modello a molti paesi francofoni. Ma c’è stata un’applicazione di questi principi? Per la camerunese Marie Louise Eteki Otabela, che racconta come le fu proibito di presentarsi alle presidenziali nel suo paese per «ragioni amministrative», si dovrebbe convocare un’Assemblea costituente per adottare una nuova legge fondamentale, più conforme alle loro aspirazioni.

Lo scrittore Celestin Monga sottolinea le profonde radici del male: «Le civiltà africane da secoli hanno perso terreno» Secondo lui, il continente «soffre di quattro profonde mancanze che si rafforzano mutuamente: la mancanza di amor-proprio e di fiducia in sé, la mancanza di sapere e di conoscenza, la mancanza di leadership e la mancanza di comunicazione (24) ». II suo invito è dunque di prevedere delle riforme radicali, specialmente quella del sistema educativo, la cui «principale funzione è fabbricare dei funzionari semi-illetterati (...) per farne dei collaboratori della post-colonia».

Con questo spirito lavora lo scrittore Firoze Manji, che ha creato l’associazione Fahamu («sapere» in swahili). Si tratta di formare a distanza, grazie alle nuove tecnologie, dei militanti su tutto il continente, su questioni diverse che vanno dalla difesa dei diritti dell’uomo alla prevenzione dei conflitti o al ruolo dei media. Tutti scommettono su quelli che Ayittey chiama i cheetah, le nuove generazioni che non hanno conosciuto la colonizzazione, che non hanno i complessi che questa ha potuto generare e che non si lasciano ingannare. Un lungo lavoro militante che richiede tempo e sforzi.

Note

(1) Radio France Internationale, 16 dicembre 2009 www.rfi.fr
(2) Leggere Gilles Nivet, «La Guinea, da un putsh all’altro» , Le Monde diplomatique-Il manifesto. novembre 2009.
(3) Leggere Vladimir Cagnolari, «I giovani teppisti della costa d’Avorio», Le Monde diplomatique-Il manifesto, novembre 2009.
(4) Anche se, stando al presidente Nicolas Sarkozy, «l’uomo africano non è entrato abbastanza nella storia» (discorso di Dakar del 26 luglio 2007).
(5) In Swaziland si sono tenute delle elezioni ma i partiti sono vietati.
(6) Richard Banégas, La Démocratie à pas de caméléon, Karthala, Parigi, 2003.
(7) Leggere Remi Carayol, «Duello tra uomini d’affari in Madagascar, Le Monde diplomatique-Il manifesto, marzo 2009.
(8) Leggere Bruno Jaffré, «Le ombre del Burkina Faso», Le Monde diplomatique-Il manifesto, gennaio 2010.
(9) http://kouamouo.ivoire-blog.com
(10) Jean-François Bayart, «L’Etat en Afrique. La politique du ventre», Fayard, Parigi, 1989.
(11) http://edetayo.blogspot.com
(12) Le Nigeria ha creato una commissione speciale, la commissione dei delitti economici e finanziari, che ha pronunciato cinquantasei condanne, che riguardavano 3 miliardi di euro.
(13) L’Inter, Abidjan, 22 ottobre 2009.
(14) Leggere Damien Millet e Eric Toussaint, «Chi sono i padroni del mondo? 50 domande sul debito estero dei paesi poveri», Vicenza, Il punto d’incontro, 2006
(15) Patrice Lumumba (1925-1961), primo primo ministro del Congo indipendente, è stato assassinato dai servizi segreti belgi. Thomas Sankara (1949-1987), presidente del Burkina Faso dal 1983 al 1987, è stato destituito con il probabile sostegno delle reti francafricane.
(16) George Ayittey, Ted Conference, Arusha (Tanzania), 10 giugno 2007, www.ted.com
(17) Francis Atkindes, «Les transitions démocratiques à l’épreuve des faits. Réflexions à partir des expériences des pays d’Afrique noire francophones». in «Bilan des conférences nationales et autres processus de transition démocratique». Organisation internationale de la francophonie -Pedone. Parigi, 2000.
(18) Leggere Atsutsé Kokouvi Agbobli. Le Monde et le destin des Africains, L’Harmattan, Parigi, 2002.
(19)1 congolesi Thomas Lubanga Dyilo. Germain Katanga e Mathieu Ngudjolo Chui sono detenuti dalla Corte. Sono stati emessi dei mandati di arresto anche contro degli ugandesi.
(20) Leggere Manière de voir, n° 108, «Indispensable Afrique», dicembre 2009 - gennaio 2010.
(21) Leggere Achille Mbembe, «Il “lumpen-radicalismo” del presidente Jacob Zuma», Le Monde diploinatique/il manifesto, giugno 2009.
(22) Mwayila Tshiyembé, Etat multinational et démocratie africaine. Sociologie de la renaissance politique, L’Harmattan, Parigi 2002.
(23) La carta dei diritti dell’uomo dell’Unione africana è uno dei rari testi di questo genere a sottolineare i doveri dei cittadini nei confronti della collettività.
(24) Le Messager, Douala, 14 maggio 2006.

Anne-Cécile Robert su Le Monde Diplomatique-Il manifesto, febbraio 2010


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