Da leader delle Corti Islamiche a Presidente

Da leader delle Corti Islamiche a Presidente

aprile 2010
Sheikh Sharif Sheikh Ahmed era un leader delle corti islamiche. Da un anno è il presidente della Somalia. Washington lo considera una speranza, altri pensano che sia il male minore. Ma il paese continua a essere ingovernabile

Dopo l’incontro con il segretario di stato Hillary Clinton a Nairobi, alla fine di agosto del 2009, il presidente somalo Sheikh Sharif Sheikh Ahmed è tornato a Mogadiscio a bordo di un aereo a elica preso a noleggio. L’aeroporto di Mogadiscio è poco più di una pista sulla spiaggia alla periferia sud della città.

Ad aspettarlo c’erano soldati ovunque. Quando Ahmed, un uomo magro e giovanile di 46 anni, è sceso dall’aereo, un gruppo di donne in abito lungo e turbante colorato ha intonato un canto di benvenuto. La cerimonia di benvenuto è durata meno di cinque minuti, poi Sharif Ahmed è salito a bordo di una Land Cruiser con i vetri oscurati affiancata da due blindati: su ognuno c’era una torretta con una mitragliatrice. Hillary Clinton ha definito il presidente somalo la “migliore speranza” per il futuro del paese. Ma il governo federale di transizione presieduto da Sharif Ahmed non si può considerare un vero governo.

Mogadiscio, un campo di battaglia

Dopo 19 anni di guerra, la Somalia è ancora un campo di battaglia. Al centro di Mogadiscio c’è un reticolo di strade vuote disseminate di rovine. Quasi tutti i grandi edifici, come la cattedrale e il parlamento, non ci sono più. E quelli che un tempo erano alberghi di dieci piani e palazzine di uffici sono diventati gusci vuoti congelati nel tempo. A luglio del 2009, prima di essere fermata dall’Amisom (un’unità di 4.300 soldati ugandesi e burundesi coordinata dall’Unione africana e finanziata dalle Nazioni Unite), la milizia islamista Al Shabaab è arrivata a poche centinaia di metri da Villa Somalia, la residenza del presidente. Il governo di Sharif Ahmed è sopravvissuto, ma anche Al Shabaab. Ora le autorità somale controllano solo le enclave protette dalle forze di pace: l’aeroporto, il porto e Villa Somalia.

somaliaNel resto della città si combatte. All’inizio di dicembre, durante i festeggiamenti per la laurea degli studenti di medicina e ingegneria dell’università di Benadir, a Mogadiscio, è esplosa una bomba che ha causato la morte di almeno 22 persone e ne ha ferite sessanta. La cerimonia si è svolta all’hotel Shamo, vicino alla base dell’Amisom, in una zona che si trova sotto la precaria protezione delle forze di pace. Sembra che l’attentato sia stato voluto da Al Shabaab. Il kamikaze era travestito da donna. Tra le vittime ci sono stati anche tre ministri del governo. Yasin Bashir, un assistente di Sharif Ahmed, mi racconta che è stato senza dubbio “il giorno più brutto” per il governo di transizione. “A Mogadiscio è normale assistere a un’esplosione.

Ma non era mai successo che fossero uccisi tre ministri contemporaneamente”. Qualche settimana prima del nostro ritorno a Mogadiscio, il governo degli Stati Uniti ha fatto sapere di aver mandato a Sharif Ahmed quaranta tonnellate di arma- menti e di aver intenzione di inviarne altre quaranta. È stata una novità. Fino a due anni fa sarebbe stato impensabile: Sharif Ahmed era il capo dell’Unione delle corti islamiche (Uci), un raggruppamento di tribunali locali basati sulla sharia, ed era considerato un nemico dell’occidente. Le corti, create per tenere a freno l’anarchia dopo anni di guerra tra i clan somali, erano diventate un movimento armato di cui facevano parte anche alcuni militanti legati ad Al Qaeda.

I giovani islamici di Al Shabaab che hanno sconfitto i signori della guerra

Al Shabaab (che significa “gioventù”) è nato dall’Uci. Sharif e i suoi alleati hanno preso il potere sconfiggendo i signori della guerra appoggiati dagli Stati Uniti. Secondo un funzionario occidentale che ha lavorato in Somalia per molti anni, l’amministrazione Bush aveva preso in considerazione l’assassinio di Sharif Ahmed. Nel dicembre del 2006 il leader somalo stava andando verso il sud del paese insieme a tre combattenti di Al Qaeda che erano nella lista dei ricercati dagli Stati Uniti. Washington voleva eliminarli con un raid aereo.

“Al dipartimento di stato non sapevano se considerare Sharif Ahmed una persona affidabile e salvarlo oppure ucciderlo con gli altri”, mi spiega il funzionario. Alcuni pensavano che fosse un criminale, altri sostenevano che prima bisognava tentare una via diplomatica. Alla fine si è deciso di non ucciderlo. Secondo il funzionario, Sharif Ahmed si è salvato grazie a una spaccatura all’interno del suo movimento. La sua corrente ha rotto con l’ala più fondamentalista e ha voluto che la parola jihad fosse tolta dallo statuto dell’Uci.

Da quel momento Sharif Ahmed è stato considerato utile: “Era l’islamista buono ed è diventato il prescelto”. Michael Ranneberger, l’ambasciatore americano in Kenya, si occupa anche dei rapporti con la Somalia e ha definito Sharif Ahmed “il leader più visionario che la Somalia abbia mai avuto”. Quando Sharif Ahmed ha incontrato Hillary Clinton a Nairobi, il segretario di stato americano stava per compiere un giro di visite in sette paesi africani. “Il successo del governo di Sharif Ahmed è importante per gli Stati Uniti, per il Kenya, per la regione e per la comunità internazionale”, ha dichiarato Clinton in una conferenza stampa.

La stretta di mano con Hillary Clinton

Prima dell’incontro, i giornalisti si sono chiesti se Sharif Ahmed, che è un musulmano rigoroso, avrebbe dato pubblicamente la mano a una donna. Alla fine il presidente ha sorriso e ha stretto calorosamente la mano di Clinton. Quando mi trovo a parlare con lui gli chiedo perché l’ha fatto. Sharif Ahmed scambia un sorriso con il suo amico e consulente Hassan Moallim Sheikh Ali, che ci fa da interprete, e m’illustra quello che dice il Corano in proposito. Da una sura si deduce che il profeta non approva che gli uomini stringano la mano alle donne, ma in un’altra lo fa lui stesso. “In casi come questo siamo liberi di decidere”, ha detto Ahmed.

“Molti studiosi della nostra religione considerano la stretta di mano un fatto normale e sono contrari solo se quell’atto è motivato dalla lussuria”, continua. “Hillary Clinton è venuta qui con l’intenzione di aiutare il popolo somalo. Ma c’è sempre qualcuno che non vuole far uscire la Somalia da questa situazione e si preoccupa delle sciocchezze”. Secondo Sharif Ahmed l’incontro con Clinton era un’opportunità da non perdere. “La nostra è una religione tollerante, non è più come prima”, aggiunge. “Ormai i somali si sono accorti che Al Shabaab e Al Qaeda hanno sfruttato la loro fede. Finora, visto che erano rimasti isolati, non se ne erano accorti”.

Gli faccio notare che ad aprile dell’anno scorso il parlamento somalo ha votato all’unanimità l’introduzione della sharia. Mi risponde che era una delle principali richieste di Al Shabaab, che “ora non ha più nessuna scusa per continuare la guerra”. Si ferma un attimo e poi continua: “Qualsiasi cosa faremo non saranno mai soddisfatti, Ma questo è servito a ridimensionare la loro popolarità”. L’uomo politico che Sharif ammira di più è Nelson Mandela.

Quando gli dico che molti considerano Mandela una specie di santo, sembra perplesso. “Nell’islam non ci sono santi, ci sono solo martiri, ma capisco cosa voglia dire”. Il parco di Villa Somalia somiglia a un campus universitario. È abbarbicato su una collina che domina il centro della città e il porto. All’interno ci sono cinque grandi ville in stili architettonici diversi che vanno dall’art déco al modernismo anni sessanta: l’ufficio del presidente, la sua residenza, l’ufficio del presidente della camera, un grande edificio dove vivono ministri e consulenti e una residenza per gli ospiti. Mi sistemano in una suite con una vista straordinaria sull’oceano Indiano.

Villa Somalia, testimone impassibile della storia del paese

Qui molti anni fa hanno dormito il presidente ugandese Idi Amin Dada, il segretario di stato americano Henry Kissinger e il ministro degli esteri dell’Unione Sovietica Andrej Gromyko. C’è un frutteto incolto pieno di rifiuti e di scheletri di carri armati, e tra gli alberi ci sono soldati, tende e postazioni di artiglieria. Quando il paese era una colonia, Villa Somalia era la residenza ufficiale degli amministratori italiani, che poi l’hanno ceduta al primo presidente somalo Aden Abdullah Osman Daar.

Osman Daar è stato un politico onesto: nel 1967 è stato il primo capo di stato dell’Africa postcoloniale a dimettersi volontariamente. Il suo primo ministro Abdirashid Ali Shermarke ha governato per due anni fino a quando non è stato assassinato da una delle guardie del corpo. All’uccisione di Shermarke è seguito il colpo di stato del generale Mohamed Siad Barre che ha istituito un regime socialista e nel 1977 ha dichiarato guerra all’Etiopia per il controllo del deserto dell’Ogaden.

Per un certo periodo i sovietici hanno aiutato entrambi i paesi, ma poi Mosca si è schierata dalla parte della giunta rivoluzionaria etiope. Quando le armi sovietiche e i soldati cubani hanno cominciato ad arrivare in Etiopia, Siad Barre si è allineato con gli Stati Uniti e il Corno d’Africa è diventato uno dei campi di battaglia della guerra fredda. Alla fine degli anni ottanta, la Somalia era uno dei principali beneficiari degli aiuti americani. Il paese è entrato in crisi quando i clan regionali hanno preso la armi.

La repressione di Siad Barre scatena la guerra civile

Siad Barre ha scatenato una repressione brutale e nel 1988 l’aviazione ha bombardato Hargeisa, l’attuale capitale del Somaliland, uccidendo migliaia di civili. Ma nel 1991, quando le milizie dei clan rivali hanno cominciato a combattere per il controllo di Mogadiscio, Siad Barre è fuggito in esilio. I combattimenti e la siccità hanno ucciso decine di migliaia di somali. Nel 1992 il presidente George Bush padre ha inviato le sue truppe in Somalia per proteggere gli aiuti umanitari saccheggiati dai miliziani.

Poi nell’ottobre del 1993 sono stati abbattuti due elicotteri Black Hawk e 18 soldati americani sono stati uccisi. Quando la tv ha mostrato le immagini dei somali che trascinavano i corpi mutilati di due americani per le strade della città, il presidente Clinton, in carica da nove mesi, ha deciso di ritirare le truppe. La Somalia è ormai l’archetipo dello stato fallito e i suoi tremila chilometri di costa sono infestati dai pirati. Il governo non ha nessun controllo sulle acque territoriali. L’ammiraglio Farah Ahmed Omar, il comandante della marina somala, dice che la marina somala non esiste più.

Farah ha più di sessant’anni, ha studiato all’accademia navale di Baku, in quella che all’epoca era l’Unione Sovietica, e nel collegio militare di Saddam Hussein in Iraq. Ora sta cercando di ricostruire la marina. Ha lanciato un appello alla radio e sui giornali per reclutare più uomini ed è riuscito ad arruolare 500 giovani, che stanno completando un corso di addestramento di quattro mesi molto rudimentale: esercitazioni, nuoto e regole di base della navigazione.

La Somalia ha nove milioni di abitanti. Un milione e mezzo sono profughi interni e un altro milione è fuggito all’estero, nello Yemen, in Kenya, in Uganda, e perino in paesi lontani come la Finlandia, la Norvegia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Nel Minnesota si è formata una comunità di 30mila immigrati. Negli ultimi anni circa venti giovani somalo-americani residenti nella zona di Minneapolis-Saint Paul sono scomparsi e poi riapparsi in Somalia dove combattono a fianco di Al Shabaab. Si pensa che siano stati reclutati attraverso le moschee e i siti web islamisti.

Ogni tentativo di far arrivare gli aiuti umanitari è andato a finire male

Nell’autunno del 2009, durante il suo primo viaggio in America, Sharif Ahmed si è fermato a New York per partecipare all’assemblea generale delle Nazioni Unite, e a Minneapolis, dove ha incontrato il senatore Al Franken e ha promesso ai genitori dei ragazzi fuggiti che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarli a casa. Il rappresentante speciale dell’Onu per la Somalia è Ahmedou Ould Abdallah, un diplomatico di origine mauritana. Secondo Abdallah le Nazioni Unite dovrebbero creare un’enclave di sicurezza a Mogadiscio.

“A Baghdad c’è la zona verde. Qui potremmo chiamarla zona bianca”. Abdallah sostiene che se l’Onu tornasse nella capitale potrebbe fare pressione sull’occidente. Ma ammette anche che ogni tentativo di far arrivare gli aiuti umanitari è andato a finire male: “In Somalia le cose vanno sempre peggio. So che è politicamente scorretto dirlo, ma un’emergenza umanitaria non può durare vent’anni, è una contraddizione in termini”. Un’esperta della regione che ho incontrato a Nairobi mi ha detto che “la situazione è catastrofica”. Visto che finora niente ha funzionato, si è chiesta se non sarebbe stato meglio abbandonare la Somalia al suo destino.

Secondo altri, invece, lasciare il paese comporterebbe dei rischi inaccettabili. “La comunità internazionale non ha altra scelta: deve sostenere il governo di Sharif Ahmed”, ha dichiarato un funzionario occidentale. “Se questo governo fallisse, il paese finirebbe nelle mani di Al Shabaab e diventerebbe un punto d’appoggio per Al Qaeda e altre organizzazioni terroristiche straniere. Sarebbe un vero disastro per la Somalia e per l’intera regione, che diventerebbe una polveriera”. E ha aggiunto: “Sharif Ahmed è l’unica scelta possibile. Non c’è alternativa”.

L’ufficio di Sharif Ahmed è stato arredato da Siad Barre in modo semplice: pareti color pesca, tende di seta scura e piastrelle ottagonali bianche e marroni. Mentre siamo seduti lì il presidente mi racconta che dopo il collasso dello stato somalo aveva fatto domanda per frequentare l’università in Sudan. Sharif Ahmed proviene da una famiglia di studiosi sufisti. Nel 1992, a 28 anni, si è iscritto all’università di Kordofan, in una remota provincia del Sudan all’ombra dei monti Nuba, ma la malaria non gli ha permesso di continuare gli studi.

Studente in Suda e in Libia, e poi maestro a Mogadiscio

Nel 1994 si è trasferito in Libia dove è rimasto sei anni per laurearsi in diritto civile e diritto islamico. Tornato a Mogadiscio è rimasto sconvolto dall’anarchia in cui era caduto il paese: “Allora ho cercato di mobilitare la gente, di discutere le mie idee con quelli che la pensavano come me”. Nel 2002 è andato nel sud della Somalia per lavorare con Muhammad Dhere, un signore della guerra che apparteneva al suo stesso clan, quello degli Hawiye, il più grande dei clan somali, che ha sempre controllato Mogadiscio. Ma Sharif Ahmed ha avuto dei problemi con Dhere. “Non riuscivamo a trovare un accordo sull’indipendenza della magistratura”, mi spiega.

Allora è tornato a Mogadiscio e ha cominciato a insegnare in una scuola elementare. Gli omicidi, i furti e i rapimenti erano all’ordine del giorno. Quando è stato rapito uno dei suoi studenti, un ragazzo di 12 anni, Sharif Ahmed e il direttore della scuola hanno fatto di tutto per salvarlo. Hanno liberato il ragazzo e altre vittime dei sequestratori senza spargimenti di sangue. “Così ci è venuta in mente l’idea di creare le corti islamiche”, racconta Ahmed. Il suo tribunale è riuscito a riportare la giustizia nell’area su cui esercitava il controllo. “Sono stato eletto presidente della corte.

Accettare quell’incarico era difficile, perché a Mogadiscio la situazione era pericolosa. Ma sapevo che se avessi rifiutato, la mobilitazione che avevo sollevato si sarebbe spenta. Così ho detto di sì. È stata la decisione più importante che ho preso nella mia vita”. Nel giro di poco tempo sono stati creati tribunali simili in tutto il sud del paese. Durante una riunione in un albergo di Mogadiscio, Sharif Ahmed ha invitato i presidenti delle corti a unire le forze.

“In un paese in preda al caos, l’uso della forza è necessario per fermare le attività criminali. Faceva parte del programma”. Così le corti islamiche sono diventate una milizia armata. Gli chiedo se in Somalia occuparsi di politica significa prendere le armi. “Senza dubbio”, risponde. Nel giugno del 2006 Sharif e i suoi alleati hanno conquistato Mogadiscio cacciando dalla città una coalizione di signori della guerra che ricevevano aiuti segreti dalla Cia, perché gli americani temevano che il paese stesse diventando un covo di terroristi. Le corti hanno imposto la censura sui programmi televisivi e sulla musica e hanno introdotto le punizioni previste dalla sharia.

Il ritiro degli Etiopi, condizione per la tregua

Hanno riportato la sicurezza nella capitale, riaperto l’aeroporto e il porto, e i commerci sono ripresi. Ma nel gennaio del 2007 sono state cacciate di nuovo dall’arrivo dell’esercito etiope autorizzato dall’Onu e tacitamente appoggiato dagli Stati Uniti. A gennaio del 2009, nei colloqui di pace promossi dalle Nazioni Unite a Gibuti, gli etiopi hanno accettato di ritirarsi e Sharif Ahmed ha accettato una tregua.

A fare da mediatore è stato l’ambasciatore Ranneberger, che dice di aver sempre avuto “un’ottima opinione” di Sharif Ahmed. Il parlamento somalo ha votato per il nuovo governo e Sharif Ahmed è stato eletto presidente. Prima che potesse consolidare il suo potere, però, Al Shabaab, che era contrario a qualunque forma di accordo, gli ha dichiarato guerra. Due settimane dopo l’elezione di Sharif Ahmed, il gruppo islamista ha organizzato un attentato nella base dell’Amisom di Mogadiscio uccidendo undici persone.

E Osama bin Laden ha invitato tutti i musulmani del mondo a sostenere Al Shabaab. Durante il mio soggiorno a Villa Somalia, una delle battute che circola tra i collaboratori di Sharif Ahmed è che sono un ospite d’onore agli arresti domiciliari. La mia visita al porto viene organizzata come un’operazione militare: mi trasportano in una vettura corazzata dell’Amisom scortata da altri tre mezzi corazzati e jeep armate di mitragliatrici. Fuori dai cancelli di Villa Somalia, la città è piena di giovani che vagano senza meta. Non c’è nessuna macchina, solo carretti tirati da muli.

Ci sono uomini che spingono delle carriole e indossano turbanti e sarong. Ci fermiamo davanti a un edificio basso, circondato da sacchi di sabbia che l’Amisom usa come base. All’interno alcuni ufficiali mangiano riso e purè di banane. Non vogliono farmi proseguire ma poi troviamo un compromesso e mi fanno parlare con Yasin Osman, il funzionario responsabile del porto. Secondo Osman, su dieci navi che attraccano qui, tre hanno avuto problemi con i pirati.

Gli aiuti alimentari dell’Onu, che partono con i cargo da Mombasa, in Kenya, riescono a passare solo perché sono scortati da lotte straniere. Gli chiedo che tipo di merci arrivano nel porto. “Tutto. Volendo si può anche far arrivare una bomba”. E aggiunge: “Questo paese non ha un governo da tanto tempo”. Pochi giorni dopo, gli ufficiali dell’Amisom mi convocano nel loro ufficio a Villa Somalia. Ci sono cinque ragazzi seduti sulle sedie appoggiate a una parete, sotto l’occhio attento di un ufficiale ugandese e di un somalo che si presenta come il colonnello Mao del controspionaggio.

La forza di pace Amisom, composta da ugandesi e burundesi

Mi dicono che i ragazzi, tutti in sarong tranne uno che indossa un paio di pantaloni, sono disertori di Hizbul Islam, il gruppo islamista che ha combattuto con Al Shabaab. Il colonnello Mao mi spiega che sono arrabbiati perché nessuno li ha avvertiti che avrebbero incontrato uno straniero. Gli chiedo perché in passato avevano combattuto contro il governo. Quello con i pantaloni è il primo a parlare. “Abbiamo combattuto per difendere il Corano e la nostra religione”.

Ma oggi dice che vorrebbe una Somalia in pace. Che avrebbe fatto se mi avesse incontrato quando combatteva per Al Shabaab? Ridendo mi risponde che mi avrebbe mangiato. Gli altri ridono. “Mi avreste tagliato la testa?”. Dice di sì. “E ora?”. Si ferma e ci rilette a lungo. Sta per aprire bocca, ma il colonnello Mao lo interrompe: “Pace e prosperità. È questo che vogliamo”. Due giorni dopo il suo ritorno da Nairobi, Sharif Ahmed convoca una conferenza stampa a Villa Somalia a cui partecipa una folla disordinata di una trentina di reporter e fotografi.

In Somalia, i giornalisti rischiano molto. Quest’anno ne sono stati uccisi nove. Eppure ci sono decine di siti di informazione somali sul web e cinque canali televisivi, oltre a dieci giornali solo a Mogadiscio. Sharif Ahmed entra e si siede all’estremità di un lungo tavolo di legno. Una giovane donna con la testa coperta dal velo gli grida: “Hillary Clinton le ha promesso aiuto per garantire la sicurezza. Le ha dato solo le armi per distruggere il suo paese o le ha chiesto anche di tentare una riconciliazione?”.

Il presidente risponde in modo pacato e diplomatico. Un altro giornalista gli chiede: “Quando era presidente dell’Uci, lei diceva che in Somalia Al Qaeda non c’era. Quando si è accorto che non era così?”. “Quando Osama bin Laden ha chiesto agli uomini di Al Shabaab di combattere contro di me, e loro hanno obbedito!”. I giornalisti ridono. Un assistente di Sharif Ahmed mi spiega che la giornalista che ha parlato per prima vive in una zona controllata da Al Shabaab, come molti altri reporter:

Cosa si prova a essere il presidente dello stato più fallito del mondo?

“Devono formulare le loro domande in quel modo per non avere problemi quando tornano a casa”. Muhammad Sheikh Hassan, il capo dei servizi segreti del governo, mi dice di avere una serie di informatori che vivono nelle zone controllate da Al Shabaab. Se vengono scoperti rischiano la decapitazione, e solo a Baidoa dalla primavera del 2009 ne sono stati uccisi quaranta. Le loro esecuzioni sono state filmate e caricate sui siti web jihadisti, accompagnate da messaggi in arabo e in somalo. Servono a pubblicizzare il coraggio di Al Shabaab nei paesi arabi per attirare donazioni e volontari.

Dopo la conferenza stampa, raggiungo Sharif in un salotto della sua residenza privata. Indossa una camicia larga e un paio di mocassini. A un certo punto sentiamo una scarica di colpi all’esterno. Sharif non batte ciglio. Gli chiedo cosa si prova a essere il presidente dello stato più fallito del mondo. “Quando devi guidare il tuo popolo, hai bisogno di potere. E il potere significa molte cose. Le idee danno potere, come il denaro e la forza”. Aggiunge che “uno stato deve avere una combinazione di tutte queste cose per servire il popolo, proteggerlo e indicargli la strada”.

Mi dice, però, che la Somalia non è paragonabile al resto del mondo. “Ci sono persone distruttive e lo stato non ha il monopolio sull’uso della violenza. Per garantire la sicurezza dei suoi cittadini dobbiamo liberarci di alcune persone”. Si sentono voci di bambini che vengono da un’altra stanza. Chiedo a Sharif Ahmed quanti figli ha. “Per grazia di Dio ne ho nove”, risponde sorridendo. Il presidente ha tre mogli. Una di loro, che vive nello Yemen, è venuta a trovarlo.

La base dell’Amisom è una squallida enclave fatta di transenne, tende e depositi di carburante nascosti in un labirinto di dune coperte di erbacce a sud dell’aeroporto. Ba-Hoku Barigye, un maggiore dell’esercito ugandese che ha studiato a Cuba, mi porta a visitare l’ambulatorio. È gestito dagli ugandesi ed è aperto due volte alla settimana. In un angolo torrido e soffocato dalle dune ci sono decine di donne, bambini e vecchi che aspettano. L’ambulatorio è una villa dai muri imbiancati che si trova accanto a un rudere.

All’interno, in un cubicolo che funge da sala operatoria, un medico estrae schegge di granata dalla testa di un uomo. Il sottufficiale Odicha Julius, uno degli infermieri, mi elenca i problemi più frequenti: “Infezioni alle vie respiratorie, problemi intestinali, ferite da arma da fuoco, inedia e denutrizione cronica nei bambini sotto i cinque anni”. Barigye mi accompagna. Attraversiamo le dune per raggiungere un gruppo di tende in cui è stato allestito l’ospedale da campo. Ci sono pazienti somali, militari e civili, distesi a terra su dei materassini.

L’incontro con il signore della guerra Bashir Rageh

Un uomo al quale hanno appena amputato un braccio ci saluta con un sorriso, mentre sua moglie indica il moncone e dice “Shabaab”. Il cellulare di Barigye squilla continuamente. Lui risponde, ma di solito riattacca senza parlare. “Sono quelli di Al Shabaab. Hanno scoperto il mio numero e mi chiamano continuamente per dirmi delle fesserie. Quello che mi ha appena telefonato ha detto: ‘Ti vedo, potrei ucciderti in questo momento!’. Gli ho risposto: ‘Ok, sparami’. E lui ha riattaccato”.

Grazie a un amico somalo organizzo un incontro con un signore della guerra di nome Bashir Rageh. Nel 2006, quando le corti si sono impadronite della capitale, Rageh ha organizzato un raduno degli uomini del suo clan in uno stadio a nord della città. Durante il raduno ha accusato le corti di essere una copertura degli islamisti che simpatizzavano per Al Qaeda. Il New York Times ha citato una sua frase: “Il nostro clan ha deciso di difendere il paese e combattere le corti che usano l’islam per ingannare la nostra gente”. Rageh è un uomo snello e di bell’aspetto, sulla cinquantina. Indossa una camicia sbiadita, pantaloni blu e un orologio costoso.

Mastica una gomma perché ha dimenticato le sigarette. Gli leggo la frase pubblicata dal New York Times e gli chiedo se ha cambiato opinione su Sharif Ahmed. Esita per un attimo in modo teatrale e alla fine dice: “Le cose sono migliorate ed è meglio non guardare indietro. I nostri pastori dicono: ‘Non seguire mai i passi del mattino’, perché se fai lo stesso percorso troverai solo escrementi. Sappiamo quello che è successo e non serve ricordarlo”. Rageh non si considera un signore della guerra. I miliziani del suo sottoclan, gli Abgal, sono pagati dal governo, quindi tecnicamente non sono più la sua milizia privata.

Ma continuano a fare quello che hanno sempre fatto: difendono la zona dove vivono e dove vive lui. Dal balcone della mia suite, Rageh indica un punto della spiaggia a tre chilometri di distanza e mi dice: “Quella è la mia casa”. Poi sposta impercettibilmente il dito a sinistra e aggiunge: “Quella è la linea del fronte”. I suoi uomini sono lì, al servizio di Sharif Ahmed e lui lavora dietro le quinte. I consulenti del presidente sono convinti che, prima dell’invasione etiopica, Al Shabaab li aveva ingannati e loro non si erano resi conto dei suoi legami con Al Qaeda.

Ma questa teoria è frutto di una sorta di revisionismo storico. Yusuf Indhaccade, il vice di Sharif Ahmed per le questioni che riguardano la difesa, è un combattente che ha studiato nella madrasa e un fervido islamista. Ha la mascella quadrata, l’ossatura possente e il viso chiazzato di rosso. Come faceva a non sapere che alcuni dei suoi ex compagni erano di Al Qaeda? “Avevamo dei sospetti”, ammette. E per dimostrare la sua buona fede, aggiunge spontaneamente di aver protetto tre uomini – un sudanese, un somalo-keniano e un comoriano – che gli americani accusavano di essere coinvolti negli attentati del 1998 alle ambasciate di Nairobi e Dar es Salaam in cui erano morte 223 persone.

Proibito festeggiare Capodanno

“Credevamo che fossero innocenti. Ci avevano detto che gli americani li perseguitavano perché erano musulmani”. Solo più tardi hanno scoperto che erano veramente colpevoli. Il funzionario occidentale con cui ho parlato conferma che Sharif Ahmed è stato un po’ ingenuo nei confronti di Al Qaeda. “Sharif mi è simpatico”, dice. “Ma nel corso degli anni è stato spesso indeciso”. Si sono incontrati per la prima volta la sera di capodanno del 2004 a Mogadiscio.

Quando la radio dell’Uci ha annunciato che chiunque festeggiava la fine dell’anno sarebbe stato giustiziato, è andato a chiedere spiegazioni a Sharif Ahmed. Lui gli ha detto che i musulmani non avrebbero dovuto celebrare il compleanno di Cristo. Allora il funzionario gli ha spiegato la differenza tra Natale e Capodanno, e Sharif Ahmed ha replicato: “D’accordo, ma non è una festa musulmana. Quindi i musulmani non devono festeggiare”.

Sembra che “Sharif Ahmed non sappia come funziona il mondo al di fuori della Somalia”, mi spiega il funzionario. “Non conosce bene neanche Mogadiscio, e non controlla il suo movimento. Non governa perché ha un’ampia base popolare, governa perché lo ha deciso qualcun altro”. A Nairobi, un ex ufficiale dell’esercito somalo ha un’opinione più cinica del presidente. Secondo lui Sharif è stato costretto a convertirsi alla moderazione dopo l’invasione etiopica, quando è dovuto fuggire in Kenya e le autorità lo hanno preso in custodia.

“Aveva due scelte: finire a Guantanamo o collaborare”. Una mattina, un consigliere del presidente viene nella mia stanza e mi dice di uscire sul balcone. Mi indica il mare, dove c’è una fregata grigia e si vede anche il profilo di altre navi all’orizzonte, una decina in tutto. Sono apparse all’alba. Mi chiede se sono navi americane perché il presidente lo vuole sapere. Più tardi, dopo che le navi se ne sono andate, si sente una grossa esplosione: Al Shabaab sta attaccando il porto. Una raffica di missili parte da Villa Somalia, seguita dal fuoco di risposta dei ribelli.

“Contento che gli americani siano qui”

Le guardie del presidente osservano la scena con i binocoli. La notte il combattimento si spegne. C’è solo qualche colpo di mortaio che parte dal compound presidenziale come se fosse regolato da un timer. Il giorno dopo ci confermano che le navi facevano parte di una piccola flotta da combattimento statunitense che scortava i cargo con i rifornimenti per i soldati dell’Amisom. Le agenzie di stampa somale sostengono che i razzi di Al Shabaab hanno ucciso quattro persone e altre sei sono morte a causa del fuoco di risposta delle forze governative.

Gli americani sono tornati il 14 settembre, e gli elicotteri delle loro forze speciali hanno effettuato un’incursione nel territorio controllato da Al Shabaab a sud di Mogadiscio, uccidendo Saleh Ali Saleh Nabhan, un agente di Al Qaeda coinvolto negli attentati di Nairobi e Dar es Salaam. Subito dopo, un portavoce di Shabaab ha giurato vendetta. “Dal punto di vista politico, non mi piace che gli americani si comportino come i poliziotti del mondo”, commenta il consigliere del presidente, “ma sono contento che siano qui”.

Secondo lui hanno assicurato a Sharif Ahmed che, se i ribelli attaccheranno Villa Somalia, le forze statunitensi lo porteranno via con un aereo in 45 minuti. Prima di lasciare Mogadiscio vado all’aeroporto con il maggiore Barigye. “Qui c’è una generazione perduta”, mi dice. “I giovani dai 10 ai 35 anni non hanno mai conosciuto la pace e quindi non ci credono. Perciò chiunque parli il linguaggio della pace diventa un nemico. Possono anche invadere le strade con milioni di carri armati, ma non ci sarà mai la pace finché i somali non la vorranno. Dobbiamo toglierci dalla testa che questa situazione si risolverà presto. Allah disse ‘fiat lux’ e luce fu, ma qui in Somalia non succederà niente del genere”.

“Non ti puoi più fidare di nessuno”

In certe zone dell’Oklahoma e del Texas i tornado sono una realtà con cui bisogna fare i conti. In Somalia i combattimenti arrivano a ondate improvvise come i tornado e, quando non sono troppo violenti, entrano a far parte della vita quotidiana. Una mattina a colazione, Mukhtar, uno degli uomini del presidente, mi dice di aver scoperto cos’erano i colpi di arma da fuoco che avevamo sentito il giorno prima.

Il combattimento sulla strada dell’aeroporto non era stato un attacco di Al Shabaab, come avevamo immaginato, ma uno scontro tra clan rivali, entrambi alleati del governo. “Il problema è che non ti puoi più fidare di nessuno”, aferma Mukhtar. “La situazione non è ideale, ma dobbiamo accontentarci, e speriamo di poterli tenere a bada fino a quando non avremo sistemato tutto”. Anche l’ex ufficiale dell’esercito somalo che vive a Nairobi è moderatamente ottimista. “Allah ci è finalmente venuto in soccorso.

Il nostro paese è stato uno dei campi di battaglia della guerra fredda e poi di una lunga guerra civile. Abbiamo chiesto aiuto a tutti, ma non è venuto nessuno e alla fine ci siamo rivolti ad Allah. Gli abbiamo chiesto di darci il petrolio per attirare l’attenzione degli americani o di mandarci qualche guerrigliero afgano. Ora noi somali abbiamo un’arma, siamo uno dei palcoscenici della guerra globale al terrorismo”, commenta. “Dopo tanti anni, grazie ai pirati e al jihad, siamo finalmente in grado di far paura a qualcuno”.

Jon Lee Anderson, The New Yorker (USA) , tradotto da Internazionale n° 835


19-04-2010

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