Odingo, un keniano all’Onu in difesa del clima

Odingo, un keniano all’Onu in difesa del clima

aprile 2010
Nato da famiglia povera in Kenya, Samson Odingo fa una carriera fulminante all’università e poi nelle istituzioni internazionali, diventando per dieci anni vicepresidente dell’Ipcc, fino al premio Nobel, due anni fa. Ma oggi l’anziano studioso non smette di lanciare i suoi moniti sul global warming. E passa all’azione, con un grande progetto di riforestazione.

«Anche se oggi smettessimo di produrre gas serra, il surriscaldamento globale non si arresterebbe per circa tre o quattrocento anni. Tra vent’anni sarà possibile andare da Londra a Tokyo in barca passando per il Polo Nord e sul Kilimangiaro i ghiacciai saranno solo un ricordo. A soffrire di più sarà l’Africa, dove all’orizzonte si prospettano nuovi conflitti regionali, danni alla vita delle persone causati dall’infiltrazione di acqua salata nel Nilo e nel Niger, e la diffusione della malaria anche sugli altipiani. Insomma, il peggio non è ancora arrivato. Noi africani saremo più poveri e c’è da chiedersi se l’ostilità nei nostri confronti crescerà, quando l’Europa si troverà ad affrontare flussi crescenti di rifugiati ambientali».

Vicepresidente del Comitato Onu sui cambiamenti climatici fino al 2007

Non è uno scenario fantascientifico. Né un vaneggiamento di chi prevede un futuro catastrofico. A parlare è Richard Samson Odingo, vicepresidente dal 1997 al 2008 dell’lpcc, il Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, che nel 2007 ha ricevuto il Nobel per la pace, ex aequo con Al Gore. E far capire al mondo l’urgenza di un cambiamento per vincere la febbre del pianeta è da sempre la missione del climatologo keniota, che per questo suo costante impegno è stato recentemente insignito del premio “honoris causa” Gambrinus Giuseppe Mazzotti.

Nato nel ‘35 in un villaggio vicino al Lago Vittoria, da madre casalinga e da padre carpentiere e insegnante di scuola elementare, Odingo è cresciuto in una famiglia dove i soldi non erano mai abbastanza per tirare avanti. «Da bambino ero affascinato dalle rumorose tempeste che ogni pomeriggio nella stagione delle piogge erano anticipate dall’arrivo di grosse nubi. Capivo che la vita è dominata dalla natura» ricorda.

La decisione di studiare climatologia

«In un paese come il Kenya è impossibile non accorgersi quanto il clima sia fondamentale per la produzione alimentare. Convivi con le siccità alternate a forti piogge e prima del raccolto temi la minaccia delle invasioni di locuste o di cavallette. Tutto ciò mi ha indotto a studiare climatologia, una decisione che per me è arrivata in modo “naturale”».

Odingo consegue la prima laurea all’Università di Londra nel ‘60, con il massimo dei voti. Vince una borsa di studio e prosegue il suo percorso a Liverpool, portando a termine dopo tre anni il dottorato con “maxima cum laude”. A quel tempo pochi altri connazionali potevano vantare un titolo accademico così prestigioso.

Era il ‘63, per il Kenya l’anno dell’Indipendenza. «Sì, lo ammetto, ero molto sveglio e gli insegnanti mi davano sempre del lavoro aggiuntivo» dice con semplicità, ricordando scherzosamente che forse è tutto merito del pesce che da piccolo mangiava in grandi quantità. Fin dai primi anni di università, il giovane Odingo lavora duramente, senza però inseguire ambiziosi progetti. «Non ho mai pianificato troppo il mio futuro. Il mio interesse cresceva strada facendo e pian piano ho capito di voler diventare uno studioso».

Pioniere in Africa negli studi ambientali

Dopo il dottorato, ritorna in Africa e per due anni insegna alla Makerere University in Uganda. Nel ‘65 sale in cattedra all’Università di Nairobi, dove oggi può notare tra i giovanissimi un crescente interesse per le materie in cui lui è stato un pioniere. Nel ‘73 segue i workshop della Ford Foundation in Svezia e successivamente approfondisce il fenomeno della siccità in Etiopia, Kenya e Tanzania.

Tema su cui in seguito lavorerà come “special advisor” del Direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) e che tratterà in “Nature pleads not guilty” (La natura non si dichiara colpevole), tre volumi pubblicati nel ‘92 in cui denuncia ciò che ora è diventata una consapevolezza diffusa. Cioè che la responsabilità maggiore dei cambiamenti climatici sta nell’interferenza delle azioni umane con le leggi di natura.

Uomo di scienza e d’azione

Odingo non si considera un attivista. E’ un uomo di scienza, che si è sempre speso per evidenziare le conseguenze dei mutamenti dell’atmosfera sulla vita degli esseri umani, lavorando in posti chiave come il Centro di ricerche sul cibo della Stanford University in California, o all’Università delle Nazioni Unite a Tokyo, dove ha preso parte alla nascita dell’Institute of natural resources in Africa (Inra).

Nel suo curriculum spiccano inoltre la co-presidenza della Commissione nazionale per le attività sui cambiamenti climatici (Nccacc) del Kenya e i cinque anni nella Commissione sullo sviluppo sostenibile al dipartimento per l’energia degli Stati Uniti, presso i Battele North West Pacific laboratories. Ma, a renderlo famoso, è soprattutto il lavoro svolto nell’Ipcc, fin dalla sua costituzione, voluta dall’Unep e dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) nel 1988.

Alla domanda se dopo una vita passata a studiare e a lanciare gridi d’allarme sugli effetti del “global warming” (il riscaldamento globale) si sente frustrato nel vedere la sua terra natia sempre più arida, privata della vegetazione, e i suoi abitanti sempre più assetati, Odingo senza esitazioni risponde negativamente. Lo scienziato 74enne, infatti, non ha ancora smesso di prodigarsi per il pianeta. E proprio dalle settimane trascorse in Italia prima di partecipare, con un po’ di scetticismo, al Vertice di Copenhagen, riceve un importante incoraggiamento.

Premiato a Pordenone

Oltre al premio Gambrinus, il professore porta a casa il sostegno dell’onlus pordenonese Bioforest. Un primo finanziamento di 10 mila curo e l’impegno dell’associazione a donare maggiori risorse negli anni successivi faranno decollare l’operazione Tot Owaga”, coordinata dallo stesso Odingo. Si tratta di un progetto di riforestazione della Nyando Valley, nella provincia di Nyanza nel Kenya occidentale, territorio particolarmente deteriorato dalla coltivazione della canna da zucchero e dall’afflusso di nuovi abitanti attratti dalle opportunità di lavoro.

Una piantagione sperimentale di tre ettari consentirà di individuare le specie più idonee da collocare, per poi dar vita a vivai comunitari, affinché la disponibilità locale di piantine permetta a più agricoltori di partecipare alla riforestazione e di rispondere al fabbisogno di legna per usi domestici. Inoltre, le quantità in esubero saranno vendute, diventando una fonte di reddito per la popolazione.

E così, prima attraverso varie organizzazioni internazionali, ora facendo piantare acacie, cedri africani e altre specie arboree, la missione di Odingo è sempre determinata e attuale: diffondere il messaggio che prendersi cura dell’ambiente è un interesse di tutti. Quando pensa al suo nuovo progetto, l’anziano scienziato emana entusiasmo. «Con questa iniziativa» conclude sorridente, «avrò la possibilità di fare la differenza».

di Daniela Bandelli su Volontari per lo Sviluppo di marzo 2010



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