Risveglio di interesse per l’Africa. Non più monopolio dell’Occidente

Risveglio di interesse per l’Africa. Non più monopolio dell’Occidente

maggio 2010
È la Cina il nuovo attore che ha cambiato la scena economica. La sua scommessa è di soddisfare la propria fame di materie prime e insieme far decollare lo sviluppo dell’Africa.
Ne parla in una nostra intervista Bruno Amoroso, professore emerito dell’Università di Roskilde (Danimarca)

D.: Ci sono segnali positivi nell’economia dei paesi?

R.: Preferisco dire che ci sono novità nell’economia dei paesi africani. Sulla loro positività è bene porre qualche interrogativo e cercare di saperne di più. Le novità sono che dal 2002 si è risvegliato l’interesse per i paesi africani. Questo si riflette nell’aumento degli investimenti esteri, e quindi delle esportazioni da e verso i paesi occidentali, dopo che per due decenni l’Africa sub-sahariana era stata abbandonata, come risultato delle strategie di apartheid globale della globalizzazione.

Le ragioni di questo “risveglio” da parte occidentale sono sia quello tradizionale del bisogno di materie prime strategiche per i propri sistemi produttivi, sia le preoccupazioni suscitate in Occidente dalla ripresa dei rapporti dei paesi africani con la Cina. La crescente presenza cinese, infatti, sta scompigliando il sistema di aree di controllo dei paesi occidentali sull’Africa, aree di controllo garantite sia dalla presenza diretta e indiretta di proprie basi militari, sia dalla posizione di monopolio dei canali di aiuto, investimento e scambi commerciali di cui hanno sin qui goduto.

Un “modello di sviluppo” che è stato capace sin qui di bloccare nei paesi africani quel processo di utilizzo nazionale e ridistribuzione dei redditi che sono alla base del successo di altre economie, sia europee sia asiatiche. Oggi è sempre più evidente che la sola crescita economica alimentata dalla fame di materie prime delle industrie occidentali e dei paesi asiatici rischia di creare nuove dipendenze e conflitti, se non è accompagnata da una crescita dei sistemi produttivi locali e di una domanda interna: due fattori che aumentano le possibilità di cooperazione tra paesi africani, e tra loro e i paesi emergenti dell’Asia, Cina in particolare.

D.: Cambierà qualche cosa per la loro economia dopo la crisi finanziaria globale?

R.: La cosiddetta crisi finanziaria non ha di per sé rilevanza per la maggior parte dei paesi africani, poiché siamo in presenza di economie e di società nelle quali la finanza presenta tuttora un livello minimo di penetrazione nelle forme di produzione e di consumo che riguardano la vita di milioni di persone. Influiscono invece i danni collaterali da questa prodotti, perché ha generato una crisi di occupazione e sociale nei paesi occidentali i cui effetti, in termini di consumo, caduta dell’occupazione e dei redditi, si fanno sentire anche nei paesi africani.

Le componenti maggiori di questo danno sono la riduzione della domanda di beni di consumo di massa, il peggioramento dei bilanci pubblici che porta a una riduzione dei fondi per la cooperazione internazionale e, in particolare, la riduzione delle rimesse degli emigrati che costituiscono la fonte maggiore (quantitativamente e qualitativamente) di aiuto alle famiglie e alle economie dei paesi africani.

D.: Gli economisti africani hanno analisi e soluzioni originali, o dipendono dalle scuole occidentali?

R.: In generale, in Africa come altrove, le scuole di economia dominanti sono quelle del pensiero classico liberale e, nella versione più recente, neoliberale, che affermano la bontà degli scambi tra paesi, commerciali e finanziari, per lo sviluppo dei paesi. Tutta l’architettura del sistema economico internazionale creata dal 1944 in poi (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale per il Commercio, ecc.) riflette questo postulato, trascurando l’assenza di dimostrazioni definitive e convincenti.

Da allora, in fasi diverse, è stata sollevata da più parti la necessità di un nuovo ordine economico internazionale promosso soprattutto dai paesi in via di sviluppo, ma senza tuttavia riuscire a modificare l’approccio dominante. Le forze sociali che si richiamavano al socialismo africano, all’indomani della decolonizzazione, hanno fornito personalità, analisi e proposte di grande valore. La politica cinese in Africa negli anni Sessanta fu uno dei sostegni principali ad una possibile via all’indipendenza dei paesi africani dalla quale emersero importanti leader nazionali (in Tanzania, Ghana, Guinea), spazzati poi via, con la complicità dell’Occidente, per porre fine al rischio di un “socialismo africano”. Non sono mancati economisti africani impegnati a dimostrare come il risultato del paradigma dominante fosse uno sviluppo disuguale o il ripetersi in altre forme del colonialismo.

D.: Perché gli economisti non sono ancora riusciti a vincere la povertà in Africa?

R.: Il fallimento delle campagne fortemente reclamizzate di lotta alla povertà, indette dalla Banca Mondiale e dalle Nazioni Unite, è noto e riconosciuto dagli stessi promotori. Gli economisti cercano le ragioni del fallimento non nell’errore degli approcci da loro promossi, ma altrove: nella corruzione, negli errori dei governi locali, nelle inefficienze, ecc., come se non fossero questi i dati di partenza che le loro politiche dovrebbero modificare. La realtà è che gli obiettivi delle politiche perseguite contrastano la lotta alla povertà e introducono fattori del suo aggravamento. Esiste certamente una dipendenza culturale da teorie e politiche sbagliate, ma credo che, qui come altrove, tale dipendenza degli economisti rivela forme di complicità ed opportunismo professionale che, tra le forme di corruzione che essi spesso denunciano, è la più grave e intollerabile.

D.: Dobbiamo ancora mandare aiuti, oppure dobbiamo lasciare che l’Africa trovi il suo cammino allo sviluppo?

R.: In linea di principio aiuti che servano ad agevolare il cammino di ciascuno di noi o di ciascun paese sono certamente benvenuti. Ma la realtà è diversa. La cooperazione internazionale è divenuta, durante il secondo dopoguerra, la continuazione delle politiche coloniali con altri mezzi. La stessa cooperazione internazionale, realizzata con grande capacità di innovazione dalle ONG e dal volontariato, è stata sempre più piegata negli ultimi decenni a linee di indirizzo definite da analisti economici come “cavalli di Troia” degli interessi dei paesi occidentali. Ciò è un vero peccato, perché di spazi di intervento utile oggi ne esistono parecchi.

Esiste una ripresa economica di alcuni paesi africani: la Tanzania è riuscita mediante la cooperazione economica con la Cina a realizzare un incremento delle proprie esportazioni del 2200% in cinque anni, superando perfino l’Algeria. Il Mali si è avvantaggiato degli scambi con la Cina con un rapido aumento dell’esportazione pro-capite che nel 2006 era di sessanta volte superiore al 2002. Tendenze simili si sono verificate con il Mozambico, il Senegal, ecc. D’altro canto, i rapporti tra Cina e Africa non hanno riguardato solo gli scambi commerciali, ma anche i finanziamenti alla cooperazione in settori quali la realizzazione di progetti, servizi per il lavoro, design e servizi di assistenza tecnica, ecc.

Foto: Operaio in una obsoleta fabbrica di Maputo. L’industrializzazione dell’Africa non è ancora decollata. Mancanza cronica di infrastrutture ed elettricità, fragilità dei mercati interni, e oggi anche l’invasione dei manufatti cinesi

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