Il verde non è più il colore dell’Africa

Il verde non è più il colore dell’Africa

maggio 2010
Il polmone dell’Africa è gravemente malato. Nelle foreste del bacino del Congo è in atto uno scempio ecologico. Principale imputato: le imprese europee del legname

Se mai vi capitasse di sorvolare la Repubblica Democratica del Congo, ad esempio fidandovi di compagnie aeree poco raccomandabili per andare dalla capitale Kinshasa (estremo ovest del paese) fino a Goma (estremo est, duemila chilometri di distanza), vi annoiereste a guardare fuori dal finestrino: verde, verde, ancora verde, sempre il verde scuro e intenso di alberi secolari, interrotto solo – di tanto in tanto – dal corso del maestoso fiume Congo, il cui bacino è il secondo al mondo per ampiezza e portata d’acqua dopo il Rio delle Amazzoni: con i suoi 220 milioni di ettari di foresta tropicale e un’estensione che tocca dieci paesi africani, è anche il secondo polmone del pianeta. Del resto, il Congo è il paese dei record naturali: l’hanno definito lo “scandalo geologico dell’Africa”.

Ma, oltre alle ingenti risorse minerarie, questo Paese, il più esteso dell’Africa Centrale, spicca anche per la ricchissima biodiversità delle sue foreste, in parte ancora da scoprire: oltre mille specie di uccelli e quattrocento specie di mammiferi, molte delle quali non si trovano in nessun altro luogo del pianeta, come i gorilla di montagna e gli okapi. Tuttavia, che ci si fermi alla regione di Kinshasa o che si viaggi nella zona dei Grandi Laghi, non si può non essere colpiti dalla brusca interruzione delle foreste in prossimità delle aree abitate: attorno alla capitale e ai suoi piatti terreni fluviali sabbiosi, non ci sono piante degne di nota; anzi, le frane si susseguono ad ogni rovescio piovoso, trascinando con sé le povere baracche dei tantissimi abitanti delle periferie, figli dell’urbanizzazione selvaggia di chi si sposta attorno alla capitale sperando in una vita migliore.

All’est, la pianura lascia il posto all’altipiano, ma lo scenario non cambia di molto: aree spoglie e brulle, colline adibite a pascolo o a coltivazioni di sussistenza. Siamo nel Kivu, la regione più orientale del Congo. Ma, anche oltrepassando il confine, i panorami non cambiano di molto: in Ruanda, colline e colline ricamate dai bassi filari tutti uguali delle piantagioni di tè; in Burundi, si aggiungono le estese macchie nere delle colline bruciate dagli incendi dolosi per ricavare pascoli.

Osservando da vicino, però, anche dove ci sono alberi d’alto fusto, spesso si nota un’anomalia: non sono più foreste vergini, ma boschi di eucalipti. In alcuni tratti sembra di essere in Australia. “Un grosso errore – mi spiegò tempo fa un missionario. Negli anni scorsi si è puntato su un rimboschimento veloce, scegliendo queste piante perché crescono in fretta, ma ignorando che impoveriscono drammaticamente il terreno”.

Più grave che in Amazzonia

Secondo il rapporto della FAO Forest Resource Assessment, ogni anno vengono distrutti nel mondo 14,6 milioni di ettari di foreste naturali, una superficie pari a quella della Grecia; in un decennio abbiamo perso un’estensione di foreste grande come l’Egitto. Le minacce principali sono lo sfruttamento insostenibile, il taglio e il commercio illegale di prodotti forestali, gli incendi, le costruzioni e lo sfruttamento agricolo. Secondo l’organizzazione ambientalista Greenpeace, tra il 1990 e il 2000, l’Africa tropicale ha perduto oltre 55 milioni di ettari di foresta naturale: i paesi della regione hanno accresciuto le attività di estrazione del legno, senza però creare aree destinate alla conservazione.

Diversi milioni di ettari di foresta incontaminata sono stati ceduti in concessione alle compagnie del legno per l’estrazione industriale di tronchi. Le operazioni in Africa centrale sono spesso condotte con metodi efficientissimi: il taglio viene effettuato in maniera selettiva ed intensiva solo su alcuni alberi come il moabi, l’afrormosia, il bubinga, l’iroko, l’ayous e il wengé, che rischiano l’estinzione. Le attenzioni del mondo sono spesso puntate sull’Amazzonia, mentre minori sono i dati disponibili sul bacino del Congo. Ad oggi, è ancora poco noto l’andamento e la distribuzione delle foreste congolesi ed il loro ruolo all’interno del ciclo del carbonio.

A queste carenze cerca di ovviare, ad esempio, il DMC (International Imaging), che sta impiegando la tecnologia satellitare per acquisire nuove immagini delle foreste pluviali congolesi, e creare un sistema in grado di mapparle e misurarne annualmente le variazioni. L’osservazione del pianeta dallo spazio è concretamente l’unico sistema per gestire il problema in maniera efficente su estensioni di territorio così vaste, ed è anche l’unica possibilità per avere informazioni regolari, dettagliate e indipendenti sulla localizzazione e l’entità della deforestazione, in luoghi dove la ricognizione diretta sarebbe quasi impossibile, a causa della vastità e dell’inaccessibilità della foresta pluviale, situazione frequentissima nel bacino del Congo, quasi totalmente privo di strade e infrastrutture in genere.

La guerra, l’agricoltura e il taglio illegale

Sono diverse le Ong che periodicamente lanciano allarmi sulle devastazioni causate dalle guerre che si susseguono nella regione dei Grandi Laghi. I gruppi ribelli dell’est del Congo sono stati più volte accusati di danni ambientali e uccisione di specie protette. L’ultima denuncia è arrivata a inizio marzo da una Ong congolese, Innovation pour le développement et la protection de l’Environnement (IDPE), secondo cui due brigate delle FARDC, le forze armate governative, avrebbero fatto strage di animali all’interno del Parco nazionale del Virunga, uno dei più antichi di tutta l’Africa, e l’unico luogo in cui sopravvivono i celebri gorilla di montagna.

Lo stesso parco era, fino a poco più di un anno fa, sotto il diretto controllo dei ribelli del generale Laurent Nkunda, che ne incameravano tutti i benefici economici. Racconti simili vengono fatti in Burundi, dove agli anni dei genocidi e delle guerre interne si fa risalire il disboscamento di interi territori, ad opera, da un lato, dei profughi, dall’altro, dei gruppi armati. Ma non è certo la guerra la causa primaria della continua riduzione delle foreste, né lo sono l’inurbamento e lo sfruttamento del legname e dei terreni trasformati in pascolo da parte di una popolazione impoverita, alla continua ricerca di mezzi minimi di sussistenza.

Il vero taglio illegale e criminale è quello compiuto dalle compagnie straniere, a volte col beneplacito del governo stesso, che svende concessioni enormi in cambio di briciole, e non ha poi i mezzi e la possibilità (o volontà?) di controllare il rispetto degli accordi. Del resto, lo standard ambientale delle operazioni forestali è molto basso in tutta l’Africa. Molte compagnie del legno operano addirittura nell’illegalità, un fenomeno diffusissimo in tutti i paesi del bacino del Congo.

Greenpeace fornisce un elenco dettagliato di chi sfrutta il preziosissimo legno congolese (e africano in generale). Molte delle imprese attive in Africa sono controllate da capitali europei, guidati dai gruppi Rougier, Thanry, Bolloré (francesi), Danzer (tedesco) e Wyma (olandese). Non mancano le compagnie italiane, controllate da Vasto Legno, dal gruppo Alpi e dai gruppi Dassi, Piarottolegno e Itallegno. Alcune di queste compagnie sono direttamente coinvolte nel taglio illegale, altre sono rispettose della legge, ma nessuna è ancora certificata FSC (vedi qui sotto). In seguito all’esaurimento delle foreste tropicali in Asia, anche alcune compagnie asiatiche hanno di recente cominciato ad operare in Africa. L

e più importanti sono le malesiane WTK e Rimbunan Hijau, tristemente note per le gravi conseguenze ambientali e sociali delle loro operazioni nel Pacifico. Ma chi sono i destinatari, gli acquirenti? Italia, Francia, Spagna, Portogallo sono i principali importatori di legno africano, mentre i flussi commerciali segnalano una forte crescita della domanda da parte dei mercati asiatici. Sempre secondo Greenpeace, l’Italia risulta essere il secondo importatore mondiale di legno dal bacino del Congo, e le imprese italiane esportano il 60% di tutti i tronchi di ayous abbattuti in quell’area.

Giusy Baioni

9-05-2010

Piccolo vademecum delle foreste

Lo stato delle foreste nel mondo
:

• Le foreste tropicali dell’Amazzonia, del Bacino del Congo e le Foreste del Paradiso (Indonesia e Papua-Nuova Guinea), rappresentano assieme il 49% dei paesaggi forestali intatti.
• 82 paesi hanno ormai perso tutti i propri paesaggi forestali intatti.
• Appena l’8% di tutti i paesaggi forestali intatti è sottoposto a stretto regime di protezione.

I paesaggi forestali intatti di trovano:

• Il 35% nell’America Latina
• Il 28% in Nord America
• Il 19% nell’Asia Settentrionale
• Il 7% nel Sud-est Asiatico e Pacifico
• L’8% in Africa
• Meno del 3% in Europa.

Le foreste africane in cifre:

• il 12% della zona forestale africana è allo stato di paesaggi forestali intatti
• oltre il 93% delle foreste intatte dell’Africa si trova nella Repubblica del Congo (Brazzaville), nella Repubblica Democratica del Congo (Kinshasa), nel Gabon e nel Camerun
• 23 paesi africani hanno perduto tutte le proprie foreste intatte
• in dieci paesi africani, meno del 10% delle foreste è intatto (Madagascar, Liberia, Tanzania, Costa d’Avorio, Repubblica Centro Africana, Etiopia, Ni geria, Angola, Uganda e Zambia)
• solo l’8,7% delle aree forestali intatte in Africa è sottoposto a stretto regime di protezione
• oltre il 93% dei paesaggi forestali intatti dell’Africa sono tropicali o subtropicali, in prevalenza biomi umidi di latifoglie.

Le principali minacce per gli ecosistemi forestali sono:

• taglio distruttivo e illegale
• rimozione della foresta per farne piantagioni o pascoli
• costruzione di strade o altre infrastrutture come nuovi insediamenti
• sfruttamento minerario o petrolifero
• costruzione di dighe per l’energia idroelettrica
• rimozione eccessiva della vegetazione (legna da ardere, materiali da costruzione).

Cosa puoi fare anche tu per proteggere le foreste?

• fai pressione sul tuo governo affinché cessi di essere complice con la distruzione delle foreste, ed esigi una legge che vieti le importazioni di legno di origine illegale o distruttiva
• acquista solo mobili e altri utensili con il marchio FSC, per essere sicuro di non aver contribuito ad abbattere un albero illegalmente
• fai attenzione alla carta che usi: acquista solo prodotti in carta riciclata o certificata FSC
• riduci i consumi di legno e carta, soprattutto evitando i prodotti usa e getta.

Cos’è il marchio FCS?

È la certificazione del Forest Stewardship Council (FSC), che assicura, in modo rigoroso e credibile, che il legno proviene da foreste gestite in modo responsabile, dal punto di vista sociale e ambientale. È sostenuto dalle principali associazioni ambientaliste, dalle più avanzate imprese del legno, e da numerose organizzazioni indigene. L’ente che rilascia il marchio, il FSC, è una Ong nata nel 1994 che opera in 66 paesi diversi. (Da: Greenpeace, Atlante mondiale delle foreste)

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