Il veleno nell’aria e nell’acqua

Il veleno nell’aria e nell’acqua

maggio 2010
L’inquinamento è arrivato anche in Africa: miniere abbandonate che seminano morte, immondizia che soffoca i quartieri e acqua sempre meno potabile, e rifiuti tossici portati dall’Europa.

L’anno scorso l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) aveva lanciato l’allarme: in Africa 2,4 milioni di persone muoiono ogni anno per cause legate all’inquinamento, e per “fattori di rischio legati al deterioramento ambientale, con conseguenze gravi sui più poveri e vulnerabili”. Ancora quest’anno la stessa agenzia dell’ONU ha di nuovo cercato di risvegliare l’attenzione dei governanti e dell’opinione pubblica su un flagello che incombe sull’Africa: l’aumento esponenziale di casi di cancro. Se non si prendono misure immediate, ogni anno si verificheranno più di un milione di nuovi casi. E tra le cause dell’aumento del cancro, l’OMS denuncia l’inquinamento in crescita in tutte le città africane. Il continente è per il momento del tutto impreparato ad affrontare questa emergenza.

La città zambiana di Kabwe, tra le più inquinate del mondo

Il Blacksmith Institute, organizzazione non profit con base a New York, pubblica ogni anno la “Top Ten dei luoghi più inquinati del pianeta”. Tra questi c’è anche una località africana: Kabwe, nello Zambia. Città di circa 300.000 abitanti, ospita nelle sue vicinanze delle miniere di piombo abbandonate nel 1994. Il piombo è stato estratto per quasi un secolo, e poche precauzioni sono state prese per evitare che le polveri e i liquidi di scarico, prodotti dalla lavorazione, contaminassero centri abitati, campi coltivati, boscaglia, falde acquifere.

Ancora oggi la popolazione aspetta che il governo, che era unico proprietario delle miniere di piombo, intraprenda un’azione radicale di bonifica. Ma gli effetti nefasti dell’inquinamento sulla salute degli abitanti non cessano di manifestarsi: il piombo entra nel sangue dei bambini, e attraverso le donne gravide anche in quello dei feti, provocando danni irreparabili al loro sistema nervoso. Ma non è solo un retaggio del passato: imprese minerarie, in attività oggi in Zambia, continuano a inquinare e a pregiudicare la salute della popolazione.

Miniere che non smettono di inquinare


Il giornalista di Le Monde, Jean-Christophe Servant, scriveva nel maggio del 2009, a proposito della miniera di rame di Konkola, sfruttata dalla multinazionale indiana Vedanta: “Lungo il fiume Kafue, che scende verso Lusaka prima di gettarsi nello Zambesi, gli abitanti scoprono uno spettacolo sorprendente: il fiume è diventato verde-blu. La Vedanta vi ha gettato accidentalmente i suoi rifiuti tossici. Per almeno due giorni, due milioni di abitanti del distretto di Chingola, circa 100.000 dei quali attingono direttamente al fiume, sono privati di acqua potabile. Centinaia di persone sono state ricoverate in ospedale dopo aver mangiato pesce pescato nel Kafue. Le analisi hanno dimostrato che un litro d’acqua conteneva 38,5 mg di manganesio, 10 mg di rame e 1 mg di cobalto, ossia una concentrazione rispettivamente di 1,7, 10, e 10,7 volte superiore al livello fissato dall’OMS. Il Kafue era diventato un fiume acido.”

Le miniere abbandonate sono uno dei 20 più gravi problemi mondiali di inquinamento elencati dal Blacksmith Institute. Sette di essi affliggono anche l’Africa. Oltre a quelli già citati dei residui inquinanti delle vecchie miniere, altri tre problemi ambientali sono legati allo sfruttamento delle risorse minerarie, di cui abbonda il sottosuolo africano. Li citiamo: l’inquinamento da mercurio, usato nell’estrazione artigianale dell’oro; l’inquinamento legato all’estrazione del petrolio: fuoriuscite, piogge acide, gas tossici emessi dagli impianti petrolchimici; i detriti radioattivi dell’estrazione dell’uranio.

Due problemi sono invece connessi con le acque: inquinamento di fiumi, laghi e falde acquifere, e i liquidi di scarico urbani non depurati che finiscono nelle fogne a cielo aperto. Un ultimo problema è quello dell’aria inquinata all’interno delle abitazioni monolocali, che risulta dalla combustione di carbone, legna o biomasse nelle cucine rudimentali. Bronchiti croniche, cancro al fegato, cataratte, tubercolosi, sono alcuni dei rischi connessi a questa aria inquinata.

Mercurio per ricavare l’oro


Approfondiamo qualcuno di questi casi. Partiamo dall’oro. L’Africa è ricchissima di oro. Fu il miraggio dell’oro che attirò i portoghesi nella seconda metà del 15º secolo sulle coste africane. Chiamarono Costa d’Oro l’attuale regione costiera del Ghana, perché stupiti della quantità d’oro che manipolava la popolazione locale. Oggi in Ghana, accanto alle miniere dell’Ashanti Goldfields, le più grandi del mondo, ci sono decine di migliaia di cercatori e minatori artigianali, che scavano o setacciano il fondo dei fiumi.

L’oro si trova incastonato su pezzi di roccia. Per separarlo si usano sostanze chimiche a base di mercurio amalgamato, che è altamente tossico. Dopo l’operazione di purificazione, i residui di mercurio vengono abbandonati dai minatori artigianali nei ruscelli o nelle pozze d’acqua. È così assorbito dagli organismi vegetali e diventa metile di mercurio, una tra le più pericolose neurotossine, che compromette la salute di coloro che consumano alimenti inquinati da essa.

Ciò che spinge i minatori artigianali del Ghana a questa pratica è l’estrema povertà e l’ignoranza delle conseguenze letali dell’uso del mercurio. Nella stessa situazione del Ghana si trovano i cercatori d’oro delle regioni aurifere di Kedougou in Senegal, di Manica in Mozambico, e di tutta la regione di frontiera tra la R.D. del Congo e l’Uganda.

Acque che danno la morte

Parliamo ora di inquinamento delle acque. Ogni essere umano avrebbe bisogno di almeno 20 litri di acqua per la sua sopravvivenza, per bere e preparare il cibo. Per la popolazione urbana dell’Africa (circa il 40% di quella totale) trovare dell’acqua potabile è un dramma quotidiano. La rete di distribuzione cittadina è insufficiente e le classi più povere consumano acqua contaminata dai liquidi di scarico, dalla spazzatura, dagli scarichi industriali. Si calcola che ogni anno nel mondo muoiono 5 milioni di persone per malattie legate all’acqua.

Il 37% della popolazione urbana dell’Africa non possiede servizi igienici che abbiano un’adeguata evacuazione dei liquidi di scarico. Molto spesso la popolazione usa latrine che disperdono direttamente nel terreno, oppure convogliano gli scarichi verso il più vicino corso o specchio d’acqua. L’uso di acqua di superficie contaminata è un grave pericolo per la salute.

Le epidemie di colera, di tifo, di dissenteria sono un fenomeno ricorrente nelle metropoli dell’Africa. Nel 2008 in Zimbabwe è scoppiata un’epidemia di colera, non ancora domata, che ha già causato 4300 morti. Si è propagata non solo nei vicini Mozambico, Zambia, Botswana, ma persino in Sudafrica. D’altra parte i governi non dispongono di sufficienti risorse finanziarie per costruire impianti di depurazione delle acque, e per dotare le città di reti fognarie.

Ma non è solo un problema urbano. Più si diffonde l’agricoltura moderna e meccanizzata, più i fiumi diventano il ricettacolo dei pesticidi e dei concimi chimici. Le popolazioni rurali, che da sempre sono abituate a usare l’acqua dei corsi d’acqua, si trovano così esposte a nuove forme di malattia.

Il lago Vittoria è il maggiore dell’Africa, e bagna tre stati: Kenya, Tanzania, Uganda. Trenta milioni di persone abitano lungo le sue rive, e ricavano sostentamento dal suo ecosistema. Ma oggi è uno dei laghi più malati dell’Africa: le sue acque sono sempre più torbide, le morie di pesce sempre più frequenti, e persino il livello delle acque sta calando. C’è un unico responsabile: l’uomo e la sua azione inquinante.

Nella riserva naturale keniana del Masai Mara i leoni stanno scomparendo a causa del Furadan, un pesticida usato in modo massiccio nelle coltivazioni estensive di riso e grano delle regioni limitrofe. Il pesticida si disperde nei corsi d’acqua a cui si abbeverano i felini, passa poi nel loro organismo provocando danni letali. Un fenomeno simile è stato registrato perfino nel famoso Parco Kruger in Sudafrica: coccodrilli e altri grossi pesci trovati morti per aver ingerito Ddt e policlorobifenili, usati dagli agricoltori delle valli a monte del parco.

Sommersi dall’immondizia

Nelle megalopoli africane non è solo l’acqua potabile che è diventata un incubo, ma anche la rimozione dell’immondizia. Città come Lagos o come Kinshasa producono ogni giorno 7.000 tonnellate di rifiuti. Solo una piccola percentuale di essi è rimossa e trasportata in discariche adeguate. Il resto viene accumulato anarchicamente dalla popolazione nei pochi terreni vuoti tra un isolato e l’altro, o gettato negli avvallamenti naturali. Questi ultimi, di solito asciutti, servono però a scolare le acque degli acquazzoni. Se vengono occlusi, provocano nauseabondi allagamenti nei quartieri più bassi.

Dandora è una località nei pressi di Nairobi, ed è diventata tristemente famosa perché ospita la più grande discarica dell’Africa. Attorno ad essa è sorta una baraccopoli, la cui popolazione vive riciclando i rifiuti. Per evitare epidemie, la gente appicca il fuoco alle immondizie, e per questo la baraccopoli è costantemente avvolta dal fumo. Ma sono fumi molto pericolosi: infatti i bambini di Dandora hanno nel sangue tassi elevatissimi di piombo, di cromo e di altri metalli pesanti.

Agboblogshe è un quartiere di Accra (capitale del Ghana) la cui popolazione si è inventata come occupazione il riciclo di vecchi computer, che arrivano dall’Europa in container. Essi vengono dapprima bruciati, e poi sono estratte le parti metalliche, principalmente alluminio e rame, che sono poi rivenduti a due dollari ogni cinque chili. Questa attività non solo inquina l’ambiente, ma espone i lavoratori ai fumi e alle ceneri tossiche. Un’équipe di Greenpeace, che ha analizzato i residui del riciclo, vi ha ritrovato altissime concentrazioni di ftalati, sostanze che pregiudicano gli organi riproduttivi, e di diossine clorurate, altamente cancerogene.

A Ngagne Diaw, periferia di Dakar (Senegal), la popolazione si è specializzata nella riciclo di batterie esauste di auto e camion. Le conseguenze sono state disastrose: il piombo ha ucciso 22 bambini, ed è stato necessario rimuovere il suolo con i bulldozer, fino a una buona profondità, perché spaventosamente inquinato dagli acidi.

Pattumiera dei rifiuti tossici europei

Non possiamo tacere il traffico vergognoso dei rifiuti tossici, che parte dai paesi “civili” del Nord-Europa, e scarica in Africa migliaia di tonnellate di residui della lavorazione chimica. Contando sul fatto che nei Paesi africani non esiste ancora una legislazione sullo smaltimento di questi rifiuti, i Paesi del Nord industrializzato hanno cominciato a considerare l’Africa la loro pattumiera. La cosa dura già da molto tempo, e le prime denunce risalgono agli anni ‘80. Aveva fatto molto parlare di sé la Somalia, ma anche la Mauritania era stata coinvolta. Più recentemente ha suscitato rabbia e indignazione la vicenda della nave greca Probo-Koala, che per conto dell’olandese Trafigura-Beheer ha scaricato non lontano da Abidjan, in Costa d’Avorio, un miscuglio di sostanze tossiche, di cui si erano sbarazzate varie fabbriche europee, provocando sette decessi e più di 20mila intossicati, la maggioranza bambini. Il processo per il risarcimento delle vittime è ancora in corso ad Abidjan.

15-05-2010

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