Il Ciad per la prima volta raccontato a Cannes

Il Ciad per la prima volta raccontato a Cannes

maggio 2010
Era da ben 13 anni che sulla Croisette non sfilavano pellicole africane in concorso per la Palma d'Oro. Quest’anno il ritorno è stato possibile grazie a Mahamat-Saleh Haroun, primo regista ciadiano nella storia a partecipare al prestigioso Festival francese.

L’edizione 2010 del Festival di Cannes – non ha dato molto spazio alle produzioni africane. Unica eccezione è il film “Un homme qui crie” (Un uomo che piange) di Mahamat-Saleh Haroun, regista che nel 2006 aveva ricevuto un premio speciale della giuria a Venezia per la pellicola “Daratt. La stagione del perdono”. “Un homme qui crie”, prima produzione di un artista del Ciad in lizza per la Palma d’Oro nella storia di Cannes, è un’opera intensa, che suscita reazioni contrastanti, di ammirazione o di critica.

Opposte visioni, perché è il tema stesso affrontato dal regista – la guerra – che si presta a giudizi discordanti. La narrazione è complessa, si può leggerla su più livelli e da varie angolazioni. La trama si svolge a N’Djamena, capitale del Ciad. Protagonista è il sessantenne Adam (interpretato da Youssouf Djaoro), ex campione di nuoto, occupato nell’attività di istruttore presso la piscina di un hotel.

cine ciadNelle scene introduttive del film si vedono Adam e il figlio Abdel che fanno sfoggio delle loro capacità di nuotatori, mettendo però al contempo in luce la stretta relazione fra due generazioni. L’iniziale calma cede il posto a bruschi, violenti cambiamenti. La gestione dell’hotel viene privatizzata e il “vecchio” Adam – costretto a cedere il proprio posto di lavoro al giovane figlio – viene declassato e relegato al ruolo di custode. Questa è la prima forma di “guerra”, quella generazionale, quella fra il primato della saggezza e il primato della forza.

Silenzi e grida contro la disumanità della guerra


La situazione precipita ulteriormente con lo scoppio del conflitto. Ed è così che i drammi personali e familiari si intersecano con la tragedia collettiva di un intero Paese. La storia del Ciad è tormentata sin dal 1965, anno in cui esplose una lunga guerra civile terminata nel 1996, con l’elezione del presidente Idriss Déby. In quel lungo periodo di sangue, il Ciad subì inoltre le interferenze e le mire espansionistiche della Libia di Gheddafi.

La seconda parte del film descrive proprio la drammaticità della guerra civile, che causa disgregazioni familiari e che offusca in qualche modo le problematiche individuali, trasformandole in un urlo corale. Le inquadrature scelte dal regista sono lunghe. In alcune scene spesso domina il silenzio, rotto dal rumore di un elicottero e dai combattimenti tra l’esercito regolare e i ribelli.

cine ciad pRaccontare le guerre non è mai facile. Si rischia di cadere nei luoghi comuni o di essere criticati per la particolare prospettiva adottata nella narrazione. Il regista di “Un homme qui crie” sembra aver dato più importanza al suo sentire, alla voglia di comunicare lo spettro di sentimenti che l’hanno accompagnato in questi anni, a prescindere dalle reazioni o dai giudizi altrui.

Mahamat-Saleh Haroun ha dichiarato: «Non è un film sulla guerra, ma su quelli che la subiscono, provando la sensazione terribile di essere privati del loro futuro. Ho vissuto il conflitto sulla mia pelle per ben tre volte. La prima, quando sono stato ferito nel 1980 e ho dovuto lasciare il mio Paese per cercare cure e rifugio in Camerun, poi 26 anni dopo, quando, mentre giravo “Daratt”, i ribelli hanno invaso la città di N’Djaména provocando nell’arco di poche ore la morte di 300 persone. Due anni dopo è successa la stessa cosa mentre lavoravo a un corto. In Europa la gente non immagina nemmeno quello che accade nel nostro Paese. All’improvviso ci si trova nel bel mezzo di conflitti a fuoco che non ci riguardano in nessun modo e in cui non sappiamo se nasconderci, fuggire, restare...».

I giudizi su questa pellicola sono già discordanti. Per andare a fondo nella lettura di questa produzione africana e per comprenderla bisognerebbe oltrepassare gli steccati culturali e mettersi nei panni di chi la guerra l’ha toccata con mano, proprio come il regista.

Dispiace, infine, che l’Africa sia stata bistratta in questi anni dal Festival di Cannes, nonostante le numerose e interessanti produzioni cinematografiche realizzate da cineasti africani. È un motivo in più per augurarsi che “Un homme qui crie” riceva importanti riconoscimenti, non solo nel panorama patinato ed edonista della Croisette.

Silvia Turrin

Per approfondire:

Nel nostro sito: una scheda del film di Mahamat-Saleh Haroun Daratt. La stagione del perdono

Una breve biografia e filmografia di Mahamat-Saleh Haroun (in francese)

Un sito italiano interamente dedicato al cinema africano

Un sito dedicato ai film dell’Africa e della diaspora africana (in inglese)






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