Economia: è l’ora delle donne

Economia: è l’ora delle donne

maggio 2010
Donne di banca, imprenditrici managers…Le donne d’affari sono sempre più numerose in Africa. Un inchiesta del settimanale Jeune Afrique rivela una nuova generazione femminile che dimostra che il potere economico si coniuga anche al femminile.

Voce che si diffonde, cammino ondeggiante ma energico, Réki Moussa va diritta allo scopo: certo, guadagna più denaro di suo marito! Certo, non ne porta il nome. Essendo suo marito un uomo politico conosciuto in Niger, ciò potrebbe bloccarla nei suoi affari. E gli affari di questa prosperosa matrona in bianca tunica non sono certo cosa da poco.

A 38 anni, Réki Moussa regna sulla metà del mercato della micro-finanza a Niamey. Il suo trono: la Banca privata Asusu, 130 impiegati, 200.000 clienti, un capitale di 3,5 milioni di euro (detenuto da due fondi d’investimento), crediti concessi per 6,15 milioni di euro. Ha creato questa banca nel luglio 2008 dopo aver fondato un’associazione che operava nel credito. Con uno sguardo sul suo Black Berry spiega che “la struttura associativa non ci permetteva di prelevare fondi a un costo minore”.

Direttori generali in tacchi a spillo


Figlia di colonnello, ingegnere di formazione, Reki Moussa ha incominciato nel 1995 percorrendo la boscaglia del Niger al volante di una 4x4 – “per una donna era mal visto” – per proporre ai più poveri dei prodotti di credito e di risparmio. Le dicevano che era una sognatrice ma era sicura che la cosa avrebbe funzionato. Sono passati quindici anni e il gito d’affari si è moltiplicato di varie volte, appare alla televisione, paga le migliori scuole a sua figlia e finanzia gli studi superiori di suo figlio. La ragazzina che faceva troppe domande – la chiamavano la giornalista – c’è riuscita. Ma, non ancora abbastanza a suo giudizio: vuole ora impiantare la sua banca Asusu nel Burkina Faso, in Mali e in Senegal.ec-100520 economia donne 1 b

In questo inizio del XXI secolo cullato dalla litania delle catastrofi – la deregolamentazione dei mercati, l’accentuarsi della frattura tra ricchi e poveri, il riscaldamento del pianeta – c’è forse una buona notizia: Reki Moussa non è un caso unico in Africa. In Togo, in Senegal nella RD del Congo, in Camerum, in Tanzania, in Uganda, in Marocco, in Egitto, imprese private sono sempre più dirette da Direttori Generali con tacchi a spillo, che parlano di piani di affari, che maneggiano milioni, o miliardi e non confondono un bilancio consuntivo con un conto profitti e perdite. In ogni paese del continente si trovano uno, due tre modelli, qui nell’agro-alimentare, là nei lavori pubblici.

Piccola rivoluzione


Con Maria Ramos alla testa d’Absa Bank (filiale di Barclays), o Tina Eboka, direttrice di Standard Bank, prima banca del paese, il Sud Africa ha fatto da apri-pista. Ma oggi le donne sono protagoniste in tutte le regioni dell’Africa. Nel gruppo panafricano Ecobank, con base a Lomé, ad esempio il 33% dei managers sono donne e due direttori esecutivi su sei sono direttrici.
Inizio di una piccola rivoluzione? Certo. Ad eccezione della donna commerciante, vent’anni fa, in Africa non c’erano donne d’affari.

ec-100520 economia donne 4bAll’epoca, nell’Africa occidentale, le donne indipendenti che si sono arricchite col loro lavoro sono soprattutto impersonate dalle “Nana Benz”, quelle venditrici del mercato di Lomé, analfabete ma astute, che avevano fatto fortuna nel commercio di “pagnes” stampati in Olanda, e che ostentavano la loro riuscita al volante di una Mercedes….

Per il resto, gli affari “nobili” – industria, banca, consulenza, settore immobiliare – erano proibiti al sesso debole. Il posto della donna era quello attribuitole dalla tradizione: i campi, il mercato ed i fornelli, o, suprema consacrazione, il ministero della Condizione femminile. L’impreditoria e ogni altra forma di responsabilità economica degna di questo nome, all’infuori dei settori informale e pubblico, erano riservati ai maschi.

Una forza piena di avvenire

In venti anni, le distanze tra i sessi si sono ridotte. Oramai tutti sono concordi: il coinvolgimento delle donne in tutti i meccanismi della macchina economica è indispensabile al continente. Daniel Kaberuka, presidente della banca africana di sviluppo BAD, affrema: “Ci sono 500 milioni di donne in Africa che realizzano l’80% del lavoro agricolo. Esse costituiscono una forza d’avvenire. Il continente non può progredire senza di loro”

Un’altra verità è ormai ammessa anche dagli uomini: i CEO (chief executive officers) in tailleur (o in tunica) sanno gestire meglio degli uomini. Meno corruttibili, meno corruttrici, più previdenti, più sensibili all’uguaglianza sociale…. Esse sono formiche quando il loro marito è cicala. Un sondaggio è stato realizzato in Ruanda sulle motivazioni dei prestiti bancari: alla domanda se hanno contratto un prestito per l’educazione dei figli, l’8% delle donne ha risposto di sì, mentre nessun uomo ha potuto dare la stessa risposta.

Una dimostrazione del nuovo potere economico delle donne è il Vertice economico delle donne africane voltosi a Nairobi il 19 e 20 marzo scorso a Nairobi, al quale hanno partecipato circa 150 donne d’affari. Dal mattino alla sera, i gruppi di lavoro si sono coordinati attorno a temi come “ricostruire il settore finanziario facendo leva sul ruolo delle donne”. Queste signore non avevano fatto il viaggio per sgranocchiare pasticcini e bere il te con le amiche. Diligenti e concentrate, non avrebbero perso neanche un minuto delle discussioni per alcun pretesto, lesinando sulle pause pranzo, prendendo coscienziosamente degli appunti, ponendo delle domande.

Pregiudizi e diffidenza

Il sogno della Togolese Candide Bamezon-Leguede, (presidente della Cedevo) di vedere un giorno “una donna a capo di una grande impresa industriale da lei stessa creata” si realizzerà certamente, ma dopodomani piuttosto che domani. Fra pregiudizi, dubbi e diffidenza, le donne che hanno creato la loro impresa o ne hanno raggiunto il vertice hanno dovuto districarsi lungo un percorso pieno di ostacoli. I banchieri sbattono più spesso la porta sul naso delle donne. Hanno meno fiducia in loro, dunque prestano meno. Dappertutto in Africa esse sono hanno meno rapporti con le banche rispetto agli uomini. In Ruanda, appena quindici anni fa, una donna non poteva aprire un conto in banca senza l’autorizzazione del marito. Conseguenza: la maggior parte delle donne d’affari partono con i propri fondi personali.

Alcune si sono scoraggiate prima ancora di aver osato. Jacqueline Bisimwa è presidente dell’Associazione direttori d’impresa nella RD del Congo. Buona testa, questa piccola signora che ha allevato da sola i cinque figli di una sorella deceduta. Ma quando, nel 1995, ha creato a Kinshasa la Compagnia Stephy-Mondo, una società di servizi alle imprese che conta undici impiegati, non ha neppure osato sollecitare un prestito bancario: “Non volevo indebitarmi, non si sa mai, poteva sopraggiungere un problema che mi avrebbe impedito di rimborsare”.

Oggi essa vuole metter su una azienda per fabbricare la carta, e ancora una volta una buona parte delle sue economie andrà nel capitale. Secondo Candide Bamezon-Leguede, “le donne mancano di fiducia in se stesse, pensano di non poter andar oltre una certa soglia e si autocensurano. Per questo mancano di modelli che li ispirino, è un circolo vizioso”

Mariti complessati


Nei casi estremi, esse cercano il sostegno dei loro mariti. Ma è molto raro. Sotto la copertura dell’anonimato, un’imprenditrice celebre nel suo paese racconta che il suo primo marito non ha sopportato di vederla viaggiare negli aerei e apparire nei giornali, né di sapere che il suo conto in banca si riempiva più del suo. Ha chiesto il divorzio e, oggi, vive con i bambini. “Aveva dei complessi”, pensa lei, “che non ha nessun rimpianto”.

Réki Moussa spiega che, negli ambienti popolari, i mariti in un primo momento sono soddisfatti di vedere la consorte guadagnarsi la vita. Questo secondo salario paga le spese della famiglia e permette al marito di sfacchinare meno. “Ma – prosegue la Nigeriana – non appena questo salario permette l’autonomia delle donne, la cosa si complica e la maggior parte rinuncia ad andare più lontano”.

Di fronte alle difficoltà, le donne d’affari africane diventano ancra più coriacee. “Ciò che mi ha dato più forza sono le sfide – dice come molte altre Reki Moussa. Là dove si pensava che non saremmo riuscite, volevo dimostrare che invece era possibile”.

Femministe, dunque? Raramente. “Non è una questione di rivendicazione. Esigere che le donne siano presenti a tutti i livelli di decisione, è una questione di razionalità economica, è tutto”. Sono dunque poco numerose quelle che reclamano la discriminazione positiva, se no, si dirà “ha avuto un posto regalo”.

Ma tutte sono persuase che se la banca Lehman Brothers si fosse chiamata Lehman Sisters la crisi finanziaria non avrebbe avuto questa ampiezza. Avranno l’occasione di arginare la prossima?

Marianne Meunier, su Jeune Afrique, aprile 2010

SMA, via Borghero 4 - 16148 Genova - info(at)missioni-africane.it - Web Design & CMS RossiWebDesign/Siti Web Genova