Breytenbach, Sudafrica: “Sono un utopista disilluso”

Breytenbach, Sudafrica: “Sono un utopista disilluso”

giugno 2010
Breyten Breytenbach è uno dei massimi scrittori e poeti sudafricani. Attivista contro l’apartheid, è stato in carcere dal 1975 al 1982. Dopo la sua liberazione è emigrato a Parigi. Oggi è tornato ad insegnare in Sudafrica. Ha pubblicato saggi, romanzi, poesie, molti dei quali in afrikaans poi tradotti in inglese. È anche autore di dipinti che sono stati esposti nelle gallerie d’arte di New York e Parigi.

In un articolo pubblicato in contemporanea su vari quotidiani, lascia sfogare il suo pessimismo sul presente e sul futuro della società sudafricana. Secondo lui è oramai finito il sogno di costruire una nazionalità basata sull’etica del perdono.

Riportiamo qui di seguito l’articolo di Breyten Breytenbach.


Da utopista disilluso, non solo credo che abbiamo ormai perduto il sogno di essere un’unica nazione, ma anche che la società sudafricana in tutte le sue articolazioni manifesti sintomi terminali di abuso di potere, arroganza settaria, razzismo, mania di persecuzione, ansia di sopravvivenza, e di una disonestà endemica in cui il servilismo politico prevale sulle capacità. E che imperi ovunque l’assassinio: politico, culturale e fisico. Naturalmente esagero. «Non siamo tutti così». Bisognerebbe forse dire: «Non dobbiamo essere tutti così». E aggiungo: credo che la situazione si possa cambiare iniziando a lottare.

Si può evitare che il declino del Paese e delle sue istituzioni prosegua? Cosa si può fare per evitare che la nostra logora identità di «sudafricani» si dissolva ulteriormente?

Esiste un comune denominatore tra popolazioni diverse?

Siamo mai stati sudafricani? Qual è il comune denominatore di popolazioni diverse che abitano lo stesso spazio geografico – storicamente determinato, annesso o immaginato? E se le sole cose che ci accomunano fossero negative – nazionalismi rivali e storie in conflitto tra loro, fatte di sangue versato e di un’intima relazione tra oppressore e oppresso, predatore e preda? Se non possiamo essere raccolti in un «insieme» nazionale consapevolmente condiviso, può esserci spazio per una coesistenza che non sia regolata dalla violenza?

Il Sudafrica non è nato dalla memoria comune di un «insieme nazionale». I contorni e le linee del potere sono sempre state tracciate da una successione di manipolazioni economiche e sociali: le tribù in lotta per la supremazia; la conquista dei colonizzatori; il colonialismo e le repubbliche boere che cercano di liberarsi dall’imperialismo britannico; dopo la sconfitta, l’unione sotto la corona britannica di identità storiche e regionali disparate; l’Apartheid introdotto e imposto dai britannici e istituzionalizzato poi nel 1948, quando il National Party sale al potere e lo giustifica nell’ambito del cosiddetto sviluppo separato; la lotta di liberazione nazionale e ora il governo di un regime «rivoluzionario», convinto che resterà al potere «fino al ritorno di Gesù». Nel frattempo vi sono state comunità sradicate e disperse, lingue indigene ridotte al rango di gerghi da cucina, da miniera e da pub.

L’ANC e le sue metamorfosi

Quando, alla fine della guerra fredda, stati satelliti e organizzazioni affiliate dovettero mettersi improvvisamente alla vana ricerca di sponsor, di credibilità, di una qualche legittimità e spesso anche di denaro e armi, fu forse inevitabile che un movimento di liberazione nazionale proto-socialista come l’African National Congress (ANC), ormai privo della copertura sovietica e del sostegno dell’internazionale socialista, si reinventasse come garante di un sistema di libero mercato. Dopo tutto non si poteva mettere in piedi un nuovo ordine senza il benestare del Capitale.

Con il tempo, il governo di un solo partito e una cultura accentratrice e paternalista sarebbero sfociati in un capitalismo di stato presentato come socialismo – col presupposto che lo stato appartenesse all’ANC – e avvolto nelle vesti di una Rivoluzione Democratica Nazionale. (I buoni vecchi concetti occidentali: «nazionale», «democratico», «rivoluzione». Da quando la piatta lingua condivisa è diventata l’inglese non c’è stato più spazio per le strutture di pensiero indigene).

Sostituire il governo di minoranza che rappresentava solo gli interessi dei bianchi non è stata, però, una rivoluzione. La malattia dello stato continua; il potere è saldamente accentrato nelle mani degli esponenti del partito al governo, anche se ora gli è stato consegnato da una maggioranza di compatrioti intrappolati e congelati dalla storia; la costituzione in vigore non mette in questione le vecchie strutture di monopolio del potere o il sistema economico su cui è basato lo stato.

L’etica del perdono finita nella pattumiera

Per qualche tempo c’era la volontà generale di unirsi intorno al sogno di costruire una nuova nazionalità che incarnasse l’etica del perdono, forse anche della fiducia reciproca, ma è presto finita nella pattumiera delle attese tradite e della politica predatoria, della paura e dell’avidità sfrenata, dell’immoralità e del razzismo. In particolare, nulla è stato fatto per promuovere il processo d’integrazione. Come avrebbe potuto allora esserci un «risanamento»?

Dopo la fase iniziale di transizione in cui si era fatto il tentativo di unirsi, si è subito visto che la Nazione Unica come terra promessa sarebbe stata diretta dall’egemonico Nazionalismo Nero e da un profondo bisogno di capovolgere il passato e riscrivere la storia. L’assunto del partito al potere, «è venuto il nostro momento, adesso tocca a noi», ha incoraggiato un nazionalismo basato sul colore della pelle, ultimo rifugio dei furfanti e modo di fare i conti con il passato, e ha dato luogo in realtà all’arricchimento smodato di gruppi di potere, mentre tutti gli altri ne hanno pagato il prezzo.

Pagare questo «prezzo» – impoverimento, mancanza di servizi – ha voluto dire consegnare il Paese al crimine e al populismo etnico.

La realtà quotidiana mostra chiaramente che ci si aspetta che gli afrikaner, messi a tacere dai sensi di colpa, trasmettano le loro conoscenze e cedano le fattorie, le scuole, le auto, le carte di credito, le azioni, i cellulari, i liquori, le armi, i forconi prima di sparire dall’Africa e dalla storia, e che non abbiano nessun diritto morale di obiettare.

Cosa succederà ora?

Ci siamo da tempo lasciati alle spalle lo stereotipo della riconciliazione, ma qualsiasi cosa dicano quelli che strisciano sul ventre felici di scontare la loro colpa, pregando di diventare neri e di beneficiare dell’invisibilità di una lingua morta – ogni cittadino ha lo stesso diritto a un trattamento egualitario e dignitoso. Gli afrikaner, come tutti i loro compatrioti, hanno diritto ad avere la loro lingua e a svilupparla pienamente; anche loro hanno diritto a scuole e ospedali adeguati.

Abbiamo il diritto e il dovere – come individui e come gruppo culturalmente riconoscibile – di usare ogni oncia di influenza che ci resta per portare il nostro caso dinanzi al tribunale della pubblica opinione internazionale, perché si faccia una netta distinzione tra responsabilità storica e diritto alla sopravvivenza, e di lottare per avere spazio e perché le cose cambino.

Il futuro è un Sudafrica di stati federali


Questo significa che va avviato un dialogo a tutti i livelli sull’urgente bisogno di ridisegnare un Sudafrica organizzato in stati federali, in cui siano garantiti a tutti pari diritti e opportunità. Se non lo faremo sarà un disastro.

Stavolta la società civile dovrà però guardarsi dalle decisioni imposte ancora una volta da ladri, furfanti, saccheggiatori, da chi cerca vendetta, dagli scarafaggi delle commissioni ufficiali e dagli ipocriti che si battono il petto.

Breytenbach Breyten su Il Corriere della Sera


Breyten Breytenbach è uno dei massimi scrittori e poeti sudafricani. È nato nel 1939 a Bonnievale. Trasferitosi in Francia negli anni Sessanta, dove sposò una donna vietnamita, Breytenbach fondò il movimento anti-apartheid «Okhela». Quando tentò di rientrare clandestinamente in patria fu arrestato e condannato come terrorista e traditore.
Rimase in carcere dal 1975 al 1982. Oggi insegna in Sudafrica.

Ha pubblicato saggi, romanzi, poesie, molti dei quali in afrikaans poi tradotti in inglese. È anche autore di dipinti che sono stati esposti a New York, Parigi, Hong Kong.

In Italia sono usciti: Memoria di neve e di polvere, Ritorno in paradiso e la raccolta Poesie di un pendaglio da forca.

Nel 1989 l’editore Costa & Nolan ha pubblicato Le veritiere confessioni di un africano albino, che ora Alet ripropone con il titolo Le confessioni di un terrorista albino. Il libro fu scritto subito dopo la liberazione dell’autore, che era già uno dei poeti più letti del Paese, dalle prigioni di massima sicurezza di Pretoria. Il libro è, scrive l’autore, «il veritiero racconto in parole e pause di come uno sciocco venne catturato nell’anticamera della Terra di nessuno».

15-06-2010

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