Afewerki: “Dalla povertà dobbiamo liberarci da soli”

Afewerki: “Dalla povertà dobbiamo liberarci da soli”

giugno 2010
Se l’Eritrea, piccolo paese di cinque milioni e mezzo di abitanti e indipendente dal 1993, è circondata da nemici, è tutta colpa del suo presidente.

Appollaiata sulla cima del corno d’Africa, l’Eritrea confina a ovest con il Sudan, dove in passato ha appoggiato vari gruppi di ribelli, e a sud-est con Gibuti, con cui si contende la zona di Ras Doumeira in un conflitto senza senso. Il nemico più pericoloso, però, è a sud. L’Eritrea ha combattuto trent’anni per conquistare la sua indipendenza dall’Etiopia, e la successiva guerra di confine ha causato oltre centomila morti.

Anche fuori dalla regione Asmara non ha una buona reputazione. Nel dicembre del 2009 il Consiglio di sicurezza dell’Onu, con tredici voti su quindici (la Libia contraria e la Cina astenuta), ha imposto delle sanzioni contro il regime di Afewerki accusato di appoggiare i ribelli somali legati ad Al Qaeda. Gli Stati Uniti sospettano Asmara di finanziare i terroristi. L’unico alleato dichiarato è il Qatar. Ma al presidente Afewerki non importa. “Avere alleati è segno di debolezza”, dichiara convinto. E così, isolata dal resto del mondo, l’Eritrea ha tentato di sfruttare il suo isolamento internazionale.

Mentre in Africa si fa sempre più acceso il dibattito sui veri benefici degli aiuti umanitari, l’Eritrea ha scelto di rifiutare tutte le offerte di assistenza. Le ong autorizzate a operare qui si contano sulle dita di una mano, e le possibilità di azione sono estremamente limitate.

“Gli aiuti umanitari creano più problemi di quanti ne risolvano”

Nel 2005 il paese ha rifiutato un prestito di 73 milioni di euro della Banca mondiale. Nel 2009, mentre tutti gli altri paesi del corno d’Africa chiedevano aiuti di emergenza a causa della siccità devastante, l’Eritrea ha respinto gli operatori del World Food Programme dell’Onu. Il presidente Afewerki ammette che vivere in Eritrea “è duro”, “è una lotta perenne”, ma continua anche a sostenere che “la beneficenza non funziona”. Portata all’estremo, la sua visione degli aiuti umanitari rispecchia una teoria sempre più diffusa in Africa: che gli aiuti al continente rischiano di creare più problemi di quanti ne risolvano.

I paesi diventano dipendenti dagli aiuti e le loro economie non riescono più a crescere. Invece Afewerki sostiene che il suo esperimento sta funzionando. La conferma viene dagli indicatori sanitari del paese, dove la speranza di vita (62 anni) supera quella degli abitanti di altri 41 paesi africani, compresi alcuni in crescita come il Sudafrica e il Ghana. Secondo l’Irin, l’agenzia d’informazione dell’Onu, tra il 1995 e il 2005 i tassi di mortalità materna, neonatale e infantile sono diminuiti di un terzo.

Attualmente il tasso di mortalità neonatale è il decimo più basso di tutta l’Africa. Infine, il tasso di diffusione delle vaccinazioni, che era uno dei peggiori del sud del mondo, è passato ai primi posti.

Eppure il rifiuto degli aiuti alimentari ha avuto conseguenze importanti sull’Eritrea. Secondo le stime del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), due terzi della popolazione sono poveri. E la Fao afferma che più di tre milioni di eritrei sono sottoalimentati. “L’idea che uno stato africano povero come l’Eritrea possa essere autosufficiente è un’assurdità. Significa essere autolesionisti per rabbia o per ripicca”, dice Michela Wrong, autrice di un libro sull’Eritrea intitolato I didn’t do it for you.

Aspirazione all’autosufficienza: costretti dalla storia

L’aspirazione dell’Eritrea all’autosufficienza si deve a oltre un secolo di abusi commessi da una serie di dominatori coloniali. L’Eritrea ha dovuto combattere da sola per conquistare la sua indipendenza dagli italiani, dagli inglesi e dagli etiopi. “Fa parte della nostra cultura”, spiega il presidente Afewerki. “Se voglio costruire una casa, come faccio? Non può venire qualcuno a costruirla al posto mio: dovrò farlo da solo”.

Un simbolo di questa mentalità è il grande mercato di Medeber, pieno di rottami di ogni tipo, che si trova alla periferia di Asmara. Qui uomini, donne e bambini passano le giornate a trasformare pezzi di metallo apparentemente inutilizzabili in oggetti di uso quotidiano. In un vicolo polveroso si alternano in fila cumuli di pezzi di ricambio per automobili, vecchie porte metalliche, reti da letto e mucchi di legname. L’aria è piena del frastuono dei martelli e dell’odore di bruciato prodotto dalle saldatrici.

Ghilom Tesfamichael, 26 anni, lavora a Medeber. Sfoggia con orgoglio l’articolo più richiesto: una spazzola per capelli ricavata da un vecchio proiettile di mortaio. La vende a 300 nakfa, circa cinque dollari, ma è disposto a concedere uno sconto ai clienti che vogliono comprare anche uno dei suoi arricciacapelli ricavati dalle sospensioni delle auto. “Dobbiamo imparare a recuperare tutti questi materiali”. Le persone vengono a Medeber quando non trovano nei negozi quello che cercano. Il che accade quasi sempre. Del resto è improbabile che i pochi eritrei con po’ di soldi si lascino tentare dai prodotti esposti nelle botteghe che si affacciano sui bei viali alberati di Asmara.

Da queste parti l’iPod non è ancora arrivato. Nella vetrina di uno dei pochi negozi che vendono articoli elettronici, il Dahlak video shop, sono esposti un vecchio ferro da stiro, una radio con mangiacassette e un apparecchio per riavvolgere le videocassette.

Molti punti in comune con Cuba

L’Eritrea viene spesso paragonata alla Corea del Sud. Ma in realtà l’istruzione e l’assistenza medica gratuita, la vivace cultura dei cafè e i giovani pieni di idee e di creatività la rendono molto più simile a Cuba. E, come a Cuba, il sistema sanitario relativamente buono poggia sul talento e sulle risorse delle persone più che su tecnologie o attrezzature d’avanguardia.

Mitslal Meharit, direttrice ad interim di un ospedale, ammette che mancano anche strumenti di base come le apparecchiature radiologiche e di laboratorio. Ma se non ci sono i mezzi e se medici e infermieri sono insufficienti, perché la sanità pubblica eritrea funziona bene? “Nazionalismo”, mi risponde Meharit, una donna minuta e vestita di bianco. “Gli eritrei hanno un forte senso di responsabilità. Basta una telefonata per mobilitare l’intera popolazione per le campagne sanitarie”.

Che si tratti di semplici raccomandazioni, come lavarsi le mani o usare il profilattico, le autorità possono essere sicure che la grande maggioranza dei cittadini farà quello che le viene detto di fare. Ad Asmara c’è un clima di paura e le persone, anche se hanno un atteggiamento amichevole, diventano diffidenti quando si tratta di parlare di politica con gli stranieri. Nessuno vuole criticare il governo. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, gli arresti arbitrari sono frequenti. Oltre alle decine di migliaia di persone che sono in carcere, ce ne sono molte altre che risultano scomparse.

Stampa indipendente fuori legge e tentativi di capitalismo privato

Nel 2001, quando la stampa indipendente è stata messa fuori legge, sono stati arrestati 11 giornalisti di cui non si è saputo più niente. I reporter stranieri possono allontanarsi raramente dalla capitale. Ma per fortuna il ministero dell’informazione mi autorizza a visitare la città costiera di Massawa, accompagnato da un funzionario. La strada tra Asmara e Massawa è stata ricostruita nel 2007 e, a differenza di gran parte dei lavori simili compiuti in Africa, qui la ristrutturazione è stata portata a termine da eritrei, e non da cinesi o da europei.

Raffaele Giuseppe, il funzionario del ministero dell’informazione che mi fa da guida, elogia “il miracolo ingegneristico realizzato dal popolo eritreo”. A Massawa, intanto, stanno creando una zona economica speciale, sperando che gli sgravi fiscali incoraggino l’arrivo degli investitori stranieri, anche se il governo ammette che finora l’unico impegno sicuro è quello annunciato da una piccola impresa del Bahrein. Il nucleo centrale del nuovo complesso è un albergo di 217 stanze che si afaccia sul mare. I marmi per i pavimenti e le scalinate provengono dall’Italia, mentre le piastrelle a fiori di cui è rivestita la piscina olimpionica sono fatte a mano in Giappone.

L’albergo è di proprietà di Giovanni Primo, un imprenditore locale titolare anche di alcune società a Milano. “L’Europa è piena, l’Eritrea è libera”, spiega Primo. “Questo è un buon momento per fare affari qui”. Non tutti, però, sono d’accordo. Un giovane imprenditore eritreo che in passato ha vissuto all’estero mi spiega che nel 2000 è tornato a casa con 19 suoi amici, tutti decisi a investire in Eritrea. “Volevamo aiutare il nostro paese a costruire un futuro migliore”, ricorda. Ma nel giro di sei mesi, dieci se ne sono andati. E altri cinque hanno lasciato Asmara sei mesi dopo. “Era troppo difficile e hanno preferito rinunciare”, spiega. “E così adesso sono rimasto solo”.

Steve Bloomfield, su Monocle, Gran Bretagna


Una Corea del Nord nel corno d’Africa

Nelle carceri eritree ci sono migliaia di detenuti. Perché ad Asmara si viene arrestati anche senza motivo. Nell’aprile del 2009 Human rights watch (Hrw) ha pubblicato un rapporto sull’Eritrea intitolato Slander land, giant prison: secondo Hrw nelle carceri eritree sono rinchiuse tra le cinquemila e le diecimila persone arrestate senza processo per motivi politici o religiosi. “I leader eritrei hanno ereditato dagli anni della lotta di liberazione un’ossessione nei confronti del nemico”, spiega Roland Marchal, uno specialista del corno d’Africa alla facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Parigi.

“Il regime non si fida di nessuno, tanto meno della popolazione”, aggiunge un altro ricercatore intervistato da Hrw. La leva obbligatoria sta dissanguando il paese. La legge prevede un servizio militare di diciotto mesi ma dall’inizio della guerra con l’Etiopia, nel 1998, il regime ha richiamato i veterani e i riservisti, e ha esteso la durata del servizio a tempo illimitato. Alcuni soldati hanno quasi cinquant’anni e i disertori sono decine di migliaia.

“I pick up scendono nei villaggi per rastrellare i giovani. Risparmiano solo le donne incinte o quelle sposate con figli”, racconta una suora asiatica che ha vissuto sette anni in una zona rurale lontana dalla capitale. “Per questo nessuno coltiva i campi e la malnutrizione è diffusa”, aggiunge un prete europeo che all’inizio del 2009, dopo tredici anni, ha dovuto lasciare il paese. Tra il 2005 e il 2009, infatti, sono stati espulsi molti operatori umanitari.

Nel paese sono rimaste solo una ong locale e nove organizzazioni internazionali perennemente sorvegliate. Il regime di Asmara limita i contatti degli eritrei con l’esterno. Chi tenta la fuga corre rischi enormi perché le guardie di frontiera sparano a vista e la famiglia rimasta nel paese subisce delle ritorsioni. Mbrak, giovane rifugiata ad Addis Abeba, spiega che dopo la sua partenza il padre è stato incarcerato per sei mesi. “Sapeva che gli avrei causato dei guai, ma ha preferito lo stesso che partissi”, racconta. Mbrak ha lasciato un paese che ricorda come una prigione a cielo aperto.

In molte località, come Mendefera, c’è il coprifuoco 23 ore al giorno. È impossibile spostarsi tra due villaggi senza essere fermati a un posto di blocco dove i soldati verificano che i viaggiatori siano in regola con gli obblighi militari. Le comunicazioni telefoniche con l’Etiopia sono interrotte. “La paura delle intercettazioni è diffusa. Nessuno parla al telefono della situazione nel paese”, racconta un imprenditore della diaspora, che vive a Nairobi. Internet è sotto controllo e i mezzi d’informazione sono censurati.

Fino al 2001 l’Eritrea aveva otto quotidiani nazionali, ma da allora sono stati chiusi tutti i mezzi d’informazione indipendenti. “Radio Bana, un’emittente per i giovani, è stata assorbita dal ministero della difesa. Le notizie ufficiali sono diffuse dal ministero dell’informazione attraverso EriTv e Radio Dimtsi Hafash”, spiega il giornalista francese Vincent Leonard, ex responsabile per l’Africa di Reporters sans frontières .

L’organizzazione denuncia che in prigione ci sono più di trenta giornalisti. Per una popolazione di appena 5 milioni di abitanti, in Eritrea ci sono 314 carceri. Qualsiasi azione di protesta porta dritto in prigione. “La tortura, i maltrattamenti e il lavoro forzato sono all’ordine del giorno per i detenuti”, denuncia Hrw. Le punizioni comprendono i peggiori metodi ereditati dall’Italia di Mussolini o dal regime etiopico di Menghistu, come la crocifissione. “Ho sacrificato la vita per la libertà del mio paese, ma ho combattuto invano”, dice un veterano del Fronte popolare di liberazione. “La libertà non l’ho mai conosciuta”.

Christophe Le Bec, su Jeune Afrique

Articoli tradotti da Internazionale, n. 847

12-06-2010


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