Una Grande Muraglia verde fermerà il deserto

Una Grande Muraglia verde fermerà il deserto

giugno 2010
Una cintura di alberi da Dakar a Gibuti per fermare il deserto. Già 15 mila alberi piantati in Senegal.

Sarà il più ciclopico dei suoi successi o l’ennesimo sogno infranto? Ieri a N’Djamena in Ciad i dirigenti di undici Paesi hanno deciso di accettare la sfida: costruire la «Grande muraglia verde», una cintura di alberi larga in media quindici chilometri dall’Ovest all’Est dell’Africa, da Gibuti a Dakar, per fermare l’avanzata del deserto.

Sono settemilasettecento chilometri, la replica ecologica della muraglia cinese, se sorgerà sarà una meraviglia del mondo tutta africana, uno schiaffo al luogo comune secondo cui gli uomini che abitano questo continente sono indifferenti alla natura, i primi inconsapevoli assassini della loro terra.

Il colosso di pietra cinese non fermò i barbari del Nord. La sua replica fatta di tronchi e di fronde salverà l’Africa della savana e della foresta, l’Africa che parla all’uomo? Perché il deserto è muto. I dubbi sono, come sempre accade qui, di natura non tecnica ma politica.

Già lanciato nel 2004, oggi il progetto è riproposto con nuovi criteri

Il progetto fu lanciato nel 2004 dall’Unione africana come risposta alla desertificazione. La mancanza di coordinazione tra gli Undici paesi interessati - Ciad, Burkina Faso, Niger, Senegal, Nigeria, Sudan, Mali, Etiopia, Mauritania, Eritrea e Gibuti - spesso divisi da aspre contese politiche e in qualche caso da conflitti armati, la penuria e la dilapidazione dei fondi, l’avevano respinto nella triste categoria delle idee smarrite.

Questa volta invece il consenso politico sembra solido, la sabbia che avanza con la fame e l’ispessirsi dei «rifugiati ecologici», nuova categoria di sciagurati che si aggiunge a quelli della guerre e delle guerriglie, sembra più forte perfino dell’ostinata indifferenza dei leader africani a programmare il futuro.

«Questa grande muraglia verde è un progetto ideato dagli africani per gli africani e per le generazioni future», ha detto il presidente del Ciad, Idriss Deby. «Il deserto è un cancro - ha efficacemente incalzato il suo collega del Senegal, Abdoulaye Wade - bisogna combatterlo; per questo siamo decisi a affrontare questa battaglia titanica».

Il Senegal ha già iniziato il suo “Muro antideserto”

grande muraglia verdeIl Senegal, appunto: è uno dei Paesi che hanno deciso di far da sé, di anticipare la costruzione del Muro antideserto. Nel 2008 sono stati piantati cinquemila alberi, diecimila lo scorso anno. L’obiettivo è di arrivare a 50 mila piante l’anno per dieci anni. Si avanza, come spesso accade in Africa, spinti dalla forza motrice della buona volontà, l’unica che non manca.

L’Università di Dakar ha mobilitato 500 studenti, alcune decine di ragazzi americani e un pugno di studenti francesi. Si coinvolgono i contadini, in particolare le donne, cui sono stati affidati i vivai. Si spera nel «credito anidride carbonica» previsto dai meccanismi del protocollo di Kyoto, cioè il rimboschimento finanziato dalle aziende per bilanciare il loro inquinamento.

Se il progetto Muraglia verde decollerà, tutto sarà più grande ma anche più facile. Contrariamente a quanto si crede, il deserto non avanza, la desertificazione non avviene ai margini del Sahara come una lebbra. Il deserto avanza per zone più che su un fronte unico, con più forza proprio nelle zone semiumide dove ha alleati potenti, come l’attività di dissodamento e di deforestazione da parte delle popolazioni e del loro bestiame.

Senza coinvolgimento della popolazione locali, i progetti falliscono


Una terra è considerata deserto quando non resta che il 10% di vegetazione su un suolo composto da sabbia e pietre. È il cosiddetto «circolo vizioso»: l’uomo distrugge la vegetazione, il suolo si degrada, la terra non trattiene più l’acqua, la produzione crolla, la vita sparisce. Nei casi più disperati la gente fugge e lo spazio diventa vuoto, come in alcune regioni del Nord del Mali e del Ciad.

I grandi progetti di muraglie verdi finora sono falliti perché condotti senza preoccuparsi delle popolazioni locali: grandi lavori di sbancamento, imprese costose piantavano gli alberi sotto gli occhi stupiti delle popolazioni dei villaggi. Poi i tecnici partivano verso le città soddisfatti. I giovani arbusti, lasciati a se stessi, trasalivano sotto la tempesta calda dell’harmattan, erano carbonizzati dal sole secco e incandescente come brace, brucati da un bestiame famelico.

Dopo qualche mese i tecnici tornavano con i loro pick up e i verbali da riempire. Non c’erano che scheletri morti e denaro inghiottito da una terra ingrata e difficile, che per produrre richiede attenzione e cure quotidiane.

Bisognerà non ripetere questi errori. Il primo atto sarà convincere i contadini che l’albero non è incompatibile con la loro agricoltura e l’allevamento. I contadini africani diffidano delle piante che crescono vicino ai loro campi: sono, dicono, il rifugio dei «mangia-miglio», gli uccelli. Ma gli uccelli e persino le locuste evitano piante come l’eucalipto, capace di scendere fino a 40 metri di profondità per cercare la falda freatica.

E l’acacia albida - «kadd» in lingua Ouolof - o il «gonakié», l’acacia nilotica piantata nel mezzo del campo, aiuta le sementi, ingrassando il suolo di azoto con le foglie secche e proteggendo le colture dal sole.

Domenico Quirico, su La Stampa

22-06-2010

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