Soyinka: “Meglio il calcio che la fame”

Soyinka: “Meglio il calcio che la fame”

giugno 2010
Lo scrittore nigeriano ospite d’onore a Genova al Festival di Poesia. “La mia Africa cresce, non solo coi Mondiali e con i doni dell’Occidente”.

Meglio il calcio che la fame o le guerre, per parlare dell’Africa; ma lui, Wole Soyinka, 76 anni, poeta e drammaturgo e voce libera della Nigeria, premio Nobel per la letteratura nel 1986, ospite d’onore al Festival Internazionale di Poesia tenutosi al Palazzo Ducale, anche se parte col sorriso (“Potrei fondare un club di dissidenti del calcio: lo guardo solo se capito per caso davanti a una tv. Non sono stato ancora colpito dalla febbre dei mondiali, penso di essere immune dal morbo della tifoseria”), preferisce, come sempre, essere chiaro: “Mi pare sia erroneo pensare che l’Africa possa finire finalmente sulla mappa mondiale solo per il calcio. Non lo condivido, preferirei che fossero gli aspetti di sviluppo del continente che la pongono su un atlante mondiale”.

Uno sguardo limpido su Africa e occidente, il suo; e se gli si chiede un parere sulle contese a Genova per la costruzione di una moschea scrolla la testa. “Non penso dovrebbero esserci controlli di nessun genere sulla costruzione o meno di una moschea e sarebbe meglio che nessuna religione fosse sostenuta da uno stato. C’è gente che ha bisogno di religione e chi no - spiega - quello che si chiede è il rispetto reciproco e la tolleranza. L’ideale sarebbe che la religione diventi un fatto privato e quindi diventi un sorta di club privato al quale aderire o meno”.

Alla stessa maniera, bisogna reagire contro la paura: “E’ il principale strumento di governo e s’instilla la paura per governare, nei ceti più bassi ma anche nelle elite - ha spiegato il Nobel - Puoi creare la paura degli immigrati, della crisi economica e anche della moschea. Tutto pur di governare con la paura anziché con autorevolezza. Come aveva fatto George Bush”.

Su Obama, invece, non ha troppe illusioni: “Sarebbe stato sciocco pensare che facesse qualcosa di specifico per l’Africa, solo perché il padre è africano; lui è e resta nordamericano. Ma qualcosa è cambiato: una canzone keniota dice “più facile per uno di noi diventare presidente degli Usa che del Kenya...”

È la terza volta che Soyinka è a Genova per il Festival di Poesia, e ogni visita ha coinciso con momenti diversi del mondo e del suo paese: 1997, 2006 e oggi. Lontani gli anni della prigione per l’opposizione al governo e poi la condanna a morte in contumacia, ancora vivo e dolente nel cuore il ricordo di Ken Saro-Wiwa, poeta e dissidente (“l’hanno impiccato con otto compagni. Io ricordo gli incontri a casa mia per parlare della mobilitazione del popolo Ogon nel Delta”); e ora l’attesa di vedere se le prossime elezioni consolideranno la costituzione e la democrazia.

L’Africa cambia, racconta Soyinka, anche se l’Occidente insiste ancora con modelli coloniali, anche a fin di bene come le grandi mobilitazioni di sostegno: “Non credo negli aiuti, ma in relazioni mutue, di profitto e benessere. Le donazioni non sono molto salutari; è solo una forma molto sofisticata di fare la carità all’angolo della strada. Perché aiutare così un continente che ha così tante materie prime? Dateci la vostra tecnologia, la conoscenza, l’esperienza: sediamoci intorno ad un tavolo, vediamo come scambiarle”.

Per questo è comunque da preferire il massiccio interesse della Cina verso il continente africano: “Viviamo una fase di capitalismo mondiale globale, in cui sono gli scambia dominare. Se la Cina è in grado di offrire scambi a noi favorevoli, l’Africa sarà interessata. La differenza con i paesi occidentali è che la Cina non impone il suo bagaglio culturale e il suo stile di vita”.

Ma le porte che si aprono portano anche un ospite sgradito, il fondamentalismo islamico che si fa sempre più radicato in molti paesi africani, Soyinka ne è cosciente: “È una conseguenza del disagio, della povertà, della stessa paura. L’impegno, degli intellettuali e dei cittadini, è di rispondere alla paura, ai fondamentalismi: vivere da cittadini, appunto, prendere in mano la propria vita”.

Donatella Alfonso nell'inserto "Genova" di Repubblica

22-06-2010

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