La marea nera che uccide il golfo del Niger

La marea nera che uccide il golfo del Niger

giugno 2010
Ogni anno dagli oleodotti del delta del Niger esce più petrolio di quello che si è riversato finora nel golfo del Messico. Ma nessuno ne parla. Il giornalista inglese John Vidal sulle pagine di "The Observer" ha voluto scuotere l’opinione pubblica su un disastro ecologico che dura da decenni, e che il mondo si ostina ad ignorare.

Dopo una lunga camminata nelle piantagioni di cassava, avevamo raggiunto la sponda vicino alla fuoriuscita di petrolio, nei pressi del villaggio di Otuegwe, in Nigeria. Davanti a noi, la palude. Ci eravamo immersi nelle tiepide acque tropicali e avevamo cominciato a nuotare, tenendo i computer portatili e le macchine fotografiche sopra la testa. Avevamo sentito l’odore del petrolio molto prima di vederlo.

Aria puzzolente e nauseante

golfo niger uscita petrolio (2)L’aria puzzava di vegetazione marcia e di officina. Più andavamo avanti e più diventava nauseante. Poi ci eravamo ritrovati a nuotare in pozze di greggio leggero nigeriano, la migliore qualità del mondo. Un oleodotto costruito quarant’anni fa si era aperto e perdeva petrolio da mesi. Nel delta del Niger gli oleodotti sono centinaia. La foreste e i campi erano coperti di petrolio unto e luccicante, i pozzi di acqua potabile erano contaminati e la gente sconvolta.

Nessuno conosceva l’entità della perdita. “Abbiamo perso le reti, le palafitte e le nasse da pesca”, ci aveva detto Chief Promise, il capovillaggio di Otuegwe. “Abbiamo avvertito subito la Shell della perdita, ma sono sei mesi che non fanno nulla”. Questo è successo nel delta del Niger qualche anno fa. Le associazioni ambientaliste, i ricercatori e gli intellettuali nigeriani accusano le compagnie petrolifere di aver agito in modo irresponsabile devastando la regione con le fughe di petrolio.

In realtà dagli oleodotti, dalle pompe e dalle piattaforme petrolifere disseminate sul delta esce ogni anno una quantità di petrolio maggiore di quella che si sta riversando nel golfo del Messico. Nessuno parla dei danni al delta del Niger. Ma è qui che possiamo farci un’idea molto precisa del prezzo che stiamo pagando per l’attività di trivellazione.

4 milioni di litri dispersi in laguna in una sola settimana

Il 1° marzo 2010 la rottura di un oleodotto della ExxonMobil a Ibeno, nello stato nigeriano di Akwa Ibom, ha provocato in sette giorni una fuoriuscita di 4 milioni di litri di petrolio prima che la falla fosse riparata. Gli abitanti del luogo hanno manifestato contro la compagnia ma sono stati attaccati dagli agenti della sicurezza.

golfo niger uscita petrolioI leader delle comunità locali oggi chiedono un risarcimento di un miliardo di dollari per il danno subìto in termini di salute e tenore di vita. Pochi si aspettano di ottenere qualcosa. Nel frattempo, grossi grumi di catrame sono affiorati lungo la costa. A pochi giorni dall’incidente di Ibeno il vicino oleodotto Trans Niger della Shell è stato attaccato dai guerriglieri del Movimento per l’emancipazione del delta del Niger (Mend), provocando una nuova perdita di migliaia di barili di petrolio.

Qualche giorno dopo, una vasta chiazza di greggio è apparsa sulle acque del lago Adibawa, nello stato di Bayelsa, e un’altra nell’Ogoniland. “Siamo di fronte a continue perdite di petrolio da oleodotti arrugginiti, alcuni vecchi di quarant’anni”, ha dichiarato Bonny Otavie, parlamentare della Bayelsa. Con 606 campi petroliferi, il delta del Niger fornisce il 40 per cento del greggio importato dagli Stati Uniti ed è l’epicentro mondiale dell’inquinamento da petrolio.

L’aspettativa di vita nelle comunità rurali, metà delle quali non ha accesso ad acqua pulita, è precipitata nelle ultime due generazioni fino ad attestarsi poco sopra i 40 anni. Gli abitanti della regione accusano il petrolio che inquina la loro terra, e restano allibiti dal contrasto con gli sforzi di Bp e del governo statunitense per fermare la perdita nel golfo del Messico. “Se fosse successo in Nigeria, nessuno ci avrebbe fatto caso”, dice Ben Ikari, uno scrittore di etnia ogoni.

Le compagnie e il governo corrotto nascondono l’entità delle perdite di petrolio

“Nel delta succede di continuo. In Nigeria le compagnie petrolifere non si preoccupano delle perdite, le nascondono”, racconta Nnimo Bassey di Friends of earth international. “Questa situazione va avanti da cinquant’anni. Gli abitanti del delta dipendono completamente dall’ambiente per l’acqua potabile, la pesca, l’agricoltura e l’allevamento. Ma si stupiscono che il presidente degli Stati Uniti parli dell’ambiente ogni giorno. In Nigeria nessuno direbbe niente”.

È impossibile sapere quanto petrolio si riversa ogni anno nel delta del Niger, perché le compagnie e il governo tengono segrete le cifre. Secondo due studi condotti negli ultimi quattro anni, è una quantità equivalente a quella dispersa nelle acque del golfo del Messico fino a questo momento. Secondo un rapporto del Wwf e del World conservation union, in collaborazione con il governo federale nigeriano e il Nigerian conservation foundation, nell’ultimo secolo sul delta del Niger si sono riversate 1,5 milioni di tonnellate di petrolio.

L’anno scorso Amnesty international ha calcolato che le perdite di petrolio hanno raggiunto almeno i 9 milioni di barili. L’organizzazione ha accusato le compagnie petrolifere di violazione dei diritti umani. Secondo il governo nigeriano, tra il 1970 e il 2000 ci sono stati più di settemila incidenti, e al momento ci sono duemila perdite riconosciute ufficialmente, alcune delle quali risalgono ad alcuni anni fa.

Le ammissioni della Shell

golfo niger uscita petrolio (1)Migliaia di altri siti più piccoli sono in attesa dei lavori di ripulitura. Più di mille cause collegate alle fughe di petrolio sono state intentate contro la Shell.

Ad aprile del 2010 la Shell ha ammesso di aver perso 14mila tonnellate di petrolio nel 2009, in seguito a due incidenti. Secondo la compagnia il primo è stato provocato da alcuni ladri che avrebbero danneggiato la sommità di un pozzo del campo di Odidi.

Il secondo incidente è stato provocato da un attentato esplosivo dei guerriglieri del Mend all’oleodotto Trans Escravos. La Shell, che nel delta lavora in società con il governo nigeriano, sostiene che il 98 per cento delle perdite di petrolio è dovuto ad azioni vandaliche, furti o sabotaggi da parte dei guerriglieri, mentre solo una minima parte è dovuta al deterioramento delle infrastrutture.

“L’anno scorso abbiamo avuto 132 fuoriuscite, contro una media annuale di 175. Le valvole di sicurezza sono state sabotate. Un oleodotto aveva trecento allacciamenti illegali. Su un altro abbiamo trovato cinque ordigni esplosivi. Le comunità locali ci impediscono di ripulire la zona perché fanno più soldi con i rimborsi”, dice un portavoce. “L’anno scorso abbiamo sostituito 317 chilometri di oleodotti e usato ogni mezzo per ripulire le zone inquinate, compresi i batteri ‘mangiapetrolio’”.

Una rete di tubature arrugginite e corrose

Queste giustificazioni sono contestate dalle comunità e dalle associazioni ambientaliste, che puntano il dito sulla enorme rete di tubature e cisterne arrugginite, sugli oleodotti corrosi, le pompe in stato di abbandono e le strutture di superficie invecchiate. Le cifre dell’inquinamento sono sbalorditive. L’agenzia nazionale per l’individuazione e la gestione delle fuoriuscite di petrolio (Nosdra) sostiene che solo tra il 1976 e il 1996 più di 2,4 milioni di barili hanno inquinato la regione.

“Le perdite di greggio e lo scarico di petrolio nei corsi d’acqua hanno contaminato l’acqua potabile e distrutto la vegetazione. Incidenti del genere sono diventati frequenti a causa dell’assenza di norme e misure di sicurezza, per colpa dell’attuale regime politico”, ha dichiarato un portavoce della Nosdra.

“Il volume delle perdite nel delta del Niger è tra i più elevati sul pianeta”, spiega l’attivista Ben Amunwa, del gruppo di controllo sul petrolio Platform, che ha sede a Londra. “E non includono il greggio che deriva dalle acque reflue e dal gas flaring, la bruciatura a cielo aperto del gas naturale collegato all’estrazione del greggio”.

Il peggio deve ancora venire

Ma il peggio forse deve ancora venire. Secondo una fonte interna che ha chiesto di mantenere l’anonimato, “le grandi perdite probabilmente aumenteranno, dato che le industrie sono costrette a estrarre il petrolio da luoghi sempre più remoti e difficili da raggiungere. E quando le cose andranno male, sarà ancora più difficile correre ai ripari”.

“Le fuoriuscite, le falle e gli scarichi intenzionali avvengono nei campi petroliferi di tutto il mondo”, sostiene Judith Kimerling, docente di scienze politiche alla City university di New York e autrice di Amazon crude, un libro sullo sviluppo petrolifero in Ecuador. “Le persone che si preoccupano della situazione sono poche”. C’è la scoraggiante sensazione che le grandi compagnie petrolifere agiscano come se fossero intoccabili. Secondo Bassey, “la lezione che possiamo imparare dall’incidente nel golfo del Messico è che in effetti nessuno le controlla”.

John Vidal, The Observer, Gran Bretagna (tradotto da Internazionale n. 852)

29-06-2010

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