Il Lesotho vuole farsi annettere dal Sudafrica

Il Lesotho vuole farsi annettere dal Sudafrica

agosto 2010
Questo piccolo regno di 1,9 milioni di abitanti è in difficoltà. La sua economia è in crisi e l’epidemia di Hiv è inarrestabile. Per questo c’è chi chiede aiuto a Pretoria Quando il governo di Pretoria, in vista dei Mondiali, ha deciso di bloccare l’ingresso dei cittadini del Lesotho per ragioni di sicurezza, centinaia di persone hanno marciato per le strade della capitale Maseru.

Poi hanno consegnato una petizione al parlamento sudafricano per chiedere l’annessione del Lesotho. “Abbiamo raggiunto 30mila firme”, ha detto Vuyani Tyhali, sindacalista e fondatore del Movimento per la carta del popolo del Lesotho. “Il nostro paese non ha sbocchi sul mare e intorno c’è solo il Sudafrica. Ai tempi dell’apartheid eravamo una riserva di manodopera. Oggi non abbiamo più nessun motivo per esistere come nazione indipendente”.

Ntate Manyanye, direttore dell’associazione umanitaria Sentebale, spiega che il Lesotho lotta per sopravvivere. “Siamo 1,9 milioni e tra noi ci sono almeno 400mila bambini orfani per colpa dell’aids. L’aspettativa di vita è scesa a 34 anni”. In Lesotho l’altitudine non è mai inferiore ai 1.400 metri. Sembra un idillio di fiumi e vallate, ma nasconde una realtà molto dura.

Negli ultimi anni le valli sono state allagate per costruire delle dighe che rifornissero di acqua Johannesburg, a 400 chilometri di distanza. Un terzo dei pozzi del paese, intanto, è a secco. La nuova industria dei diamanti, molto automatizzata, è riuscita a dare lavoro solo a poche decine delle migliaia di lavoratori lasciati a spasso dalle miniere sudafricane. Anche l’industria tessile, che prima occupava 50mila persone, è diventata di proprietà cinese e oggi è al collasso.

La devastazione dell’AIDS

L’aids ha devastato l’economia: un terzo della popolazione è affetto da Hiv e le morti superano quasi le nascite. Nel 1980 il Lesotho produceva l’80 per cento dei cereali che consumava, adesso ne importa il 70 per cento. L’unica coltivazione redditizia è la marijuana, che spunta in mezzo ai campi di mais e viene contrabbandata in Sudafrica.

I bambini cresciuti con i ricavi della vendita vengono chiamati bana bamatekoane, figli della marijuana. L’associazione di Manyanye, Sentebale, cerca di tenere in vita il Lesotho. Organizza scuole serali per giovani pastori e attività di gruppo per gli orfani positivi all’Hiv. Il morale, però, è basso. Secondo il volontario Selloane Taole, “le infermiere e gli insegnanti stanno lasciando il paese perché qui muoiono tutti”.

Qui è nato l’ANC

Molte persone di etnia basotho, la più numerosa del paese, cercano la compassione del governo sudafricano. L’African national congress (Anc), il principale partito sudafricano, è stato fondato in Lesotho nel 1912. Durante la lotta all’apartheid l’Anc organizzava le sue unità di guerriglia in Lesotho.

Il governo di Pretoria, però, ha la memoria corta: alla fine di maggio ha smesso di considerare validi i documenti di viaggio temporanei che i basotho usano da anni per andare a lavorare in Sudafrica. “Il governo del Lesotho è così inefficiente che non stampa passaporti da cinque anni”, spiega Tyhali. “Così migliaia di persone che lavorano fuori dal confine ora sono costrette a restare in Lesotho”.

Molti basotho non si sentono legati ai simboli del loro paese. Ancora meno si identificano con il caotico parlamento di Maseru che trascina i suoi 122 deputati da un’elezione contestata all’altra tra scioperi e omicidi politici. “Il maloti è una moneta inutile: non la stampiamo nemmeno, la compriamo dalla Gran Bretagna. Bisognerebbe abolirla”, dice Sekhobe Letsie, capovillaggio di Koung Makhalaneng.

“Il Lesotho è sopravvissuto così a lungo solo grazie all’apartheid. All’epoca ricevevamo aiuti internazionali. Adesso quando chiediamo fondi per il sistema scolastico ci dicono di rivolgerci al Sudafrica”, commenta Letsie. Suo figlio Seeiso, 26 anni, è perplesso rispetto all’idea di diventare sudafricano: “In Sudafrica hanno perso le loro tradizioni. Il pensiero di finire così mi spaventa”.

Alex Duval Smith, The Observer (Gran Bretagna), da Internazionale n. 852

1-08-2010


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