Il Mali scommette sul cotone biologico

Il Mali scommette sul cotone biologico

agosto 2010
La produzione del cotone biologico rappresenta l’1 per cento del mercato mondiale, ma in Mali e Burkina Faso il settore sta crescendo rapidamente. E a trarne vantaggio sono soprattutto le donne.

Modibo Traoré ha sempre amato i vestiti di marca, ma non indossa più camicie griffate. Quando abitava in Francia e tornava in Mali, portava sempre vestiti con la marca bene in vista. Oggi lavora per Helvetas, la più grande ong svizzera nel campo degli aiuti allo sviluppo, che si occupa di promuovere il cotone biologico africano.

L’Ong svizzera Helvetas incentiva il cotone bio

E così anche Mobido per il suo guardaroba usa il cotone bio. Helvetas lavora in Mali dal 1977 e si è lanciata nella produzione di cotone biologico nel 2002, mentre cresceva la domanda sul mercato mondiale. In quell’anno 174 contadini hanno prodotto 20 tonnellate di fibra. Tra il 2008 e il 2009 quasi cinquecento coltivatori maliani e burkinabé hanno prodotto 2.180 tonnellate di “oro bianco”. L’ultimo raccolto, invece, è stato solo di 1.436 tonnellate.

“Il cotone biologico in Senegal esisteva già”, dice Sidi el Moctar N’Guiro, ingegnere agronomo e direttore dell’associazione del Movimento biologico maliano. “Ma in Mali abbiamo dovuto sfidare il dogma dell’azienda produttrice di stato, secondo cui se non si usano pesticidi e fertilizzanti, si raccoglieranno solo foglie. L’azienda accusava persino i campi di cotone biologici di essere una riserva di insetti pericolosi”.

In Mali la produzione e la commercializzazione del cotone è nelle mani della CMDT (Compagnia maliana per lo sviluppo dei prodotti tessili), un monopolio di stato di cui da tempo è stata annunciata la bancarotta e la privatizzazione. La produzione nazionale di cotone convenzionale è passata da 61.181 tonnellate nel 1974 a 520mila tonnellate nel 1997, per scendere a 250mila tonnellate nel 2009. Le colture intensive sono aumentate nonostante la diminuzione della fertilità dei terreni e l’indebitamento sempre più forte dei piccoli produttori.

Niente pesticidi né fertilizzanti chimici

L’agricoltura biologica è una rivoluzione: elimina i pesticidi e i fertilizzanti chimici, costringe a usare il compost e rende necessaria la rotazione delle colture su ogni appezzamento. In Africa occidentale, dove la produzione è poco meccanizzata, questo tipo di coltivazione comporta anche un aumento del carico di lavoro. Nel villaggio di Faragouaran, in Mali, Djakaridja Bagayogo, 32 anni, lavora dal 2003 un ettaro di cotone, un ettaro di arachidi e tre ettari di cereali per il fabbisogno familiare. Tutte le coltivazioni sono biologiche, ma solo quella del cotone è certificata, un’etichetta indispensabile per la commercializzazione.

Djakaridja è anche l’animatore di una cooperativa che riunisce 312 produttori di sette villaggi. “Quando faccio delle riunioni promozionali, spiego che con il cotone biologico l’ambiente è più sano e il prezzo di vendita è più alto”. Nel 2008 Djakaridja ha venduto 501 chili di cotone biologico a 50 centesimi di euro al chilo e ha guadagnato 250 euro, una somma che gli ha permesso di pagare la scuola di sua figlia, le tasse e le spese mediche.

I contadini di Faragouaran hanno imparato a sostituire i prodotti chimici con quelli naturali e a ottenere il compost dai rifiuti domestici, gli escrementi degli animali e la paglia. In realtà per produrre il cotone biologico non servono grandi investimenti, quindi non c’è bisogno dei prestiti bancari e questo limita i rischi in caso di cattivo raccolto. Nel giro di tre anni i coltivatori di cotone biologico ottengono i primi profitti.

Più lavoro, ma anche più guadagni per i contadini

“Quando bisogna tagliare le piante dell’anno precedente, portare decine di carriole di concime nei campi e strappare le erbacce, sono tutti scontenti per il troppo lavoro”, spiega Djakaridja. “Per fortuna quando ricevono lo stipendio la situazione migliora!”. La coltivazione biologica vieta di usare le sementi di cotone transgenico, che nel 2007 rappresentavano già il 43 per cento della produzione mondiale.

Nel 2006 il parlamento burkinabé ha autorizzato l’uso degli ogm e l’Unione nazionale dei produttori di cotone del Burkina Faso, che comprende tutti i produttori del paese, ne ha approfittato: il 90 per cento delle sementi distribuite per il raccolto successivo era transgenico. Nel Burkina Faso, a Kangounadeni, vicino a un villaggio di cercatori d’oro, Abdulaye Sori, 24 anni, lavora la terra con il fratello maggiore, le sue tre mogli e la sorella minore.

Abdulaye è responsabile di due ettari di cotone biologico e dei campi di sesamo e di arachidi, mentre il fratello si occupa del mais destinato al consumo familiare. L’anno scorso il cotone ha fruttato 610 euro. Con questa somma la famiglia ha potuto comprare un aratro, degli attrezzi e un paio di buoi. “Quest’anno il raccolto sarà meno buono perché le piogge sono arrivate tardi, ma se ci riesco comprerò una moto per sostituire la bicicletta”, racconta Abdulaye. “L’anno scorso mio fratello è passato al biologico perché i pesticidi lo facevano ammalare. E ha constatato anche che il concime migliora il rendimento del mais”.

Benefici innegabili per la salute dei coltivatori

Anche Djakaridja ammette che la sua salute è migliorata: “Non sono malattie che impediscono di lavorare, ma è fastidioso trascinarsi il mal di testa o il mal di pancia per settimane”. Nessuno studio, né in Mali né in Burkina Faso, ha valutato l’impatto dei pesticidi sulla salute dei contadini. Tuttavia in Benin il ministero della salute ha registrato la morte di decine di agricoltori a causa dei fertilizzanti e dei prodotti chimici usati per trattare il cotone.

A Bobo Dioulasso nel Burkina Faso, Paulin Aboum, 59 anni, ha lavorato per tutta la vita in un cotonificio industriale prima di creare nel 2002 una cooperativa di tessitura artigianale. “Durante la sgranatura si sente la puzza di insetticida anche prima di entrare in fabbrica”, racconta. “Nello stabilimento di Faso Fani, dove lavoravo nel 1998, un lavoratore al mese moriva di malattia”. Inoltre nella regione i prodotti chimici uccidono le api e i bruchi, che producono il miele e le larve di cui i burkinabé sono ghiotti.

A Segou, in Mali, Colette Traoré presiede un’associazione di donne artigiane che riunisce una ventina di tessitrici. Colette è una convinta sostenitrice del koori horon, il “cotone nobile”, come viene definito in lingua bambara il cotone biologico. “Da noi ormai le donne lavorano solo il cotone biologico, altrimenti starnutiscono”, spiega. Fin dall’inizio l’ong svizzera Helvetas ha pensato che le donne potessero essere le candidate ideali per le nuove colture: hanno sempre dei bambini vicino o sono spesso incinte e non possono maneggiare i prodotti chimici.

Il cotone bio e l’emancipazione delle donne


In Mali e in Burkina Faso i diritti delle donne cominciano a essere riconosciuti dai governi: Ouagadougou ha creato un ministero per la promozione della donna e il governo di Bamako ha lanciato delle campagne contro le mutilazioni genitali. Ma in famiglia e nei villaggi la situazione è molto diversa. Nelle campagne le donne non sono mai proprietarie della terra e non hanno nessun attrezzo agricolo. Ma visto che le colture biologiche non richiedevano nessun investimento, gli uomini hanno accettato che le donne coltivassero cotone biologico sulle loro terre messe a maggese.

A Kangounadeni, Awa Sori, incinta del quinto figlio, raccoglie i fiori del suo sesto raccolto. La donna dirige una piccola cooperativa e quest’anno ha convertito suo marito all’agricoltura biologica: “Ha visto quanto rendeva. L’anno scorso ho guadagnato 225 euro. Per una donna è una cifra enorme”. In queste regioni la percentuale delle donne tra i coltivatori di cotone raggiunge il 20-30 per cento. “Con la coltivazione biologica le donne guadagnano dei soldi per sé”, osserva Martin Konaté. “E poi studiano, viaggiano, decidono, dirigono associazioni. È cambiata la mentalità”.

Il passaggio al cotone biologico, che gli organismi europei certificano come prodotto equo e solidale, sta cambiando anche la struttura delle famiglie. In Mali lavorano due bambini su tre, in Burkina Faso uno su due. “All’inizio chiedere ai produttori di non mandare i loro figli a lavorare nei campi era tabù”, ricorda Sidi el Moctar N’Guiro, direttore del movimento biologico maliano.

“Anche la compagnia nazionale impiegava i bambini: la giornata di lavoro di un bambino costa un terzo della giornata di un bracciante adulto. Con l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), abbiamo fatto delle riunioni sui diritti e sui doveri dei minori. I produttori hanno cominciato a cambiare sistema, ma c’è ancora molto da fare. In alcuni villaggi non ci sono le scuole e i bambini crescono nei campi. Ma non dovrebbero fare i braccianti”.

Un settore in pieno sviluppo, nonostante la crisi economica mondiale

Fiduciosi nella crescita di questo settore, il Mali e il Burkina Faso per il 2010 avevano previsto di avere 54mila produttori di cotone biologico. “Purtroppo con la crisi non abbiamo venduto per sei mesi e i magazzini erano pieni”, spiega Thomas Reinhart, che lavora nel settore delle esportazioni. Nel 2009 i due paesi hanno piantato solo la metà delle superfici previste perché hanno preferito puntare sul sesamo biologico. Ma oggi, visto che l’India ha sospeso le esportazioni delle fibre di cotone, l’Africa occidentale ha esaurito i suoi raccolti e le riserve di cotone biologico.

“Dal 2003 i clienti stranieri non aumentano gli ordini”, denuncia uno dei primi esportatori di cotone biologico dell’Africa occidentale. “Importare dall’Africa serve a fare bella figura, ma le quantità più grandi si comprano in India. In realtà quando un cliente ci propone di costruire delle scuole, si sbaglia: noi vogliamo che compri il nostro cotone”. Il commercio equo e solidale nato quarant’anni fa all’insegna dello slogan trade but not aid (commercio, non aiuti) è una filosofia di produzione e di vendita.

“Per stabilire condizioni davvero eque bisognerebbe trasformare il cotone biologico sul posto, in Africa”, esclama Hervé Le Gal, delegato generale di Ingalan, una piccola associazione bretone che promuove il commercio equo. Ma per questa attività, lontana dagli interessi del mercato occidentale, è difficile trovare degli investitori. L’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (Uemoa) e il consiglio regionale della Bretagna hanno investito 743mila euro in un programma triennale dal 2008 al 2010. In base a questo progetto cinque imprese della Bretagna e della Mayenne (Ekyog, Fileuses d’Arvor, Armor Lux, Dolmen, Tdv Industries) si sono impegnate a comprare cotone biologico dal Mali e dal Burkina Faso.

La trasformazione del cotone sul posto

In Africa occidentale esiste solo un piccolo gruppo di imprese di trasformazione, tra cui la Filature et tissage de Gonfreville a Bouaké, un feudo dei ribelli del nord della Costa d’Avorio. Il sito industriale si occupa della trasformazione del cotone, dalla sgranatura alla confezione. Lo stabilimento ha pagato le conseguenze della guerra civile ivoriana (2002 -2007) e questo inverno le sarte cucivano ancora tute mimetiche. Nel 2009 la fabbrica ha prodotto nove tonnellate di filo di cotone biologico per le Fileuses d’Arvor. Ma per riconquistare il mercato europeo, l’impresa dovrà aspettare la normalizzazione della vita politica ivoriana.

A Segou, la democrazia maliana e la vicinanza del fiume Niger assicurano un contesto più tranquillo alla Comatex. In questa impresa di filatura e tessitura gli operai parlano bambara e francese mentre i dirigenti comunicano in mandarino. I manager infatti sono cinesi. Nel 1994 un’impresa cinese ha acquistato l’80 per cento dell’azienda. Sulle scrivanie di ogni ufficio della fabbrica ci sono le bandiere del Mali e della Cina. Il direttore generale si chiama Zang Oi. Su richiesta di Helvetas nel 2008 la sua impresa ha filato due tonnellate di cotone biologico, venduto in Costa d’Avorio e in Mali.

L’alleanza con i cinesi

Nel settembre 2009, dopo le ferie e la pulizia delle macchine, la Comatex ha filato dieci tonnellate e questa primavera ne ha prodotte il doppio. Zang Oi è un convinto sostenitore del mercato del cotone biologico. “Il nostro punto forte non è il cotone biologico, ma il cotone biologico equo e solidale”, spiega il direttore. “Il settore equo e solidale è una catena dove gli interessi sono equilibrati. Quando i commercianti e i grossisti guadagnano molto più dei produttori c’è sempre qualcosa che non va. Però oggi il problema è che il mercato del cotone biologico subisce il peso dei grandi produttori asiatici, che schiacciano l’Africa”. Tra le pareti del suo ufficio lussuoso, dove i condizionatori fanno dimenticare il calore soffocante, Pechino e Bamako sono alleati perfetti.

Già nel 1967 la Cina aveva offerto questa fabbrica al governo socialista di Mobido Keita, primo presidente maliano. Da allora non è stato modernizzato niente, ma in Mali continuano ad arrivare i “regali” cinesi: un ponte per Bamako, una raffineria di zucchero, due ospedali, delle scuole, delle borse di studio per gli studenti e così via. “I cinesi sono amministratori duri ma costanti nel tempo”, racconta un maliano. “È vero che non sono molto attenti ai diritti umani, ma almeno producono”.

Helvetas lavora anche per sviluppare e organizzare il settore dell’artigianato che è complementare all’industria tessile. In Africa occidentale i piccoli laboratori, privati e cooperativi, sono fondamentali per l’occupazione. Nel 2007 una cooperativa di donne di Ouahigouya, in Burkina Faso, si è lanciata nella filatura e nella tessitura manuale del cotone biologico. Le piantagioni si trovano a 280 chilometri dalla città, nella regione che fino agli anni settanta era la culla del cotone burkinabé.

Adattarsi ai gusti dei ricchi mercati europei

Oggi nella cooperativa lavorano 400 donne e le più anziane hanno insegnato alle più giovani. Sono un po’ meno povere, guadagnano 2,30 euro per ogni chilo di filo e conservano i semi di cotone per la loro alimentazione. A Bamako in un piccolo negozio sulla strada, la graziosa Aïssata Namoko dirige Djiguiyaso, una cooperativa di 110 donne. “Il nostro locale è piccolo, perciò le donne lavorano a casa tutte le fasi intermedie, ma cominciano e finiscono il lavoro nel laboratorio, perché i mercati occidentali sono esigenti sulle rifiniture”.

Modibo Traoré di Helvetas sogna di poter regalare un vestito di “cotone nobile” ai leader politici del suo paese: “Se i membri del governo e il presidente del Mali portassero camicie in cotone biologico, anche la gente normale le vorrebbe”. Per interessare i mercati europei con prodotti africani in cotone biologico, gli stilisti devono adattarsi ai gusti della clientela occidentale e al tempo stesso rispettare le regole della società africana.

In questo difficile esercizio i franco-maliani sono privilegiati. “In Europa il cotone biologico prenderà sempre più piede, perché il cotone convenzionale ha un’immagine disastrosa”, osserva Aïda Duplessis, disegnatrice d’interni che usa per l’80 per cento cotone biologico. “In Africa questo processo richiederà più tempo, bisogna ancora soddisfare le necessità primarie”. L’estate scorsa lo stilista burkinabé Sebastien Bazemo, creatore del marchio Bazem’se ha scoperto in Italia che il suo paese produceva cotone biologico.

Il cotone bio alle sfilate di moda africana

“All’inizio non capivo la differenza con il cotone tradizionale. Ma ora che la Cina imita qualunque tessuto convenzionale, lavorare con il cotone biologico è diventato stimolante. Così al Festival internazionale della moda africana in Niger ho presentato una collezione in cotone bio e la stampa non ha parlato d’altro. E visto che piace sia in Africa sia in Europa, voglio introdurre il cotone biologico anche nel prêt-à-porter”.

Secondo i suoi sostenitori, il cotone biologico prodotto e valorizzato sul posto potrebbe creare occupazione ed evitare ai giovani africani di emigrare. Anche se nessuno studio conferma questo modello virtuoso, il presidente dell’Uemoa Soumaïla Cissé, mentre firmava il protocollo di cooperazione con la Bretagna, ha dichiarato: “Voglio lavoro. Il nostro partner è una regione che era fra le più arretrate della Francia e oggi è tra le più ricche d’Europa. È questo il risultato che voglio ed è a questa storia che voglio ispirarmi”.

Stéphanie Stoll su Le Monde Magazine, tradotto da Internazionale n° 851

18-08-2010

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