Franco CFA: siamo al capolinea?

Franco CFA: siamo al capolinea?

settembre 2010
“Ritengo che adesso, dopo cinquant'anni di indipendenza, occorra rivedere la gestione monetaria. Se recupereremo il nostro potere monetario, potremo gestirlo meglio. Il Ghana ha una sua moneta e la gestisce bene, così come la Mauritania e il Gambia, che finanziano le loro economie”, ha dichiarato il presidente senegalese Abdoulaye Wade il 3 aprile 2010 (1).

Criticando la gestione del franco Cfa, Wade ha preso anche lui posizione in un dibattito sempre più vivo in Africa occidentale, e nel quale alcuni economisti chiedono apertamente la soppressione della moneta ereditata dalla colonizzazione (2).

A tal punto che il ministro dell'Economia francese, Christine Lagarde, ha ritenuto necessario precisare: “Non è la Francia a determinare se l'attuale sistema è adeguato o meno e se bisogna uscirne oppure no. Quest'epoca è ormai finita. Tocca agli stati interessati assumersi le proprie responsabilità”. Ma quasi a voler scoraggiare qualunque velleità di rottura, il ministro ha sottolineato che di fronte alla crisi finanziaria internazionale, “per i paesi della zona franco Cfa non è stato certo un male rimanere ancorati a un sistema legato all'euro” (3).

Garanzia di stabilità monetaria

100912 franco cfa (2)Secondo i suoi sostenitori a Parigi e sul continente nero (4), il franco Cfa – gestito in base all'ortodossia monetaria della Banca centrale europea (Bce) dai suoi colleghi locali: la Banca centrale degli stati dell'Africa occidentale (Bceao) e la Banca degli stati dell'Africa centrale (Beac) – sarebbe una garanzia di stabilità per i quattordici paesi africani che ne fanno parte.

I sostenitori del franco Cfa parlano della convertibilità con le monete degli altri paesi africani e con l'euro garantita dalla Francia. Tuttavia questo vantaggio comporta un grave inconveniente: favorisce l'evasione fiscale e la fuga di capitali. Fra il 1970 e il 2008, l'Africa ha perso in questo modo circa 850 miliardi di dollari, di cui metà fra il 2000 e il 2008 (5). Di certo queste uscite illegali di capitali non sono esclusivamente legate alla convertibilità delle monete, ma questo fattore tende a facilitare il compito dei criminali in colletto bianco.

Secondo Sanou Mbaye, ex economista della Banca africana di sviluppo, “nell'attuale stato di sviluppo delle economie dei paesi della zona franco Cfa, la norma in materia di politica dei cambi dovrebbe basarsi sull'inconvertibilità e sull'intrasferibilità del franco Cfa” (6). Inoltre l'obbligo fatto agli stati interessati di depositare il 50% delle loro riserve di cambio presso il Tesoro francese, priva alcuni fra i paesi più poveri del mondo delle loro preziose risorse. Di fatto questi paesi si trovano obbligati a prendere in prestito presso delle istituzioni finanziarie internazionali a condizioni estremamente dure.

Lotta più efficace contro l’inflazione

Il franco Cfa, secondo i suoi sostenitori, permetterebbe inoltre di lottare contro l'inflazione. Infatti le regole di funzionamento della zona franco Cfa, che riprendono quelle dell'euro, rendono difficile se non impossibile l'adozione di politiche monetarie «lassiste», attraverso riserve obbligatorie alla Banca di Francia e la presenza di rappresentanti di Parigi nei consigli di amministrazione delle banche centrali africane. Questi vincoli hanno in effetti contribuito a mantenere dei tassi relativamente bassi se paragonati a quelli osservati nel resto del continente. Si tratta di uno dei rari «risultati positivi» dei paesi della zona franco Cfa rispetti ai paesi africani che hanno una loro moneta (7).

100912 franco cfa (1)Tuttavia questa disciplina ha un costo economico elevato. La valutazione eccessiva del franco Cfa rispetto alle altre monete del continente penalizza in particolare le esportazioni. Del resto questa è stata una delle ragioni invocata dalla Francia e dal Fondo monetario internazionale (Fmi) per imporre la svalutazione del 50% nel 1994, con le conseguenze economiche, sociali e politiche che conosciamo (8). Ma la valutazione dell'euro rispetto al dollaro dal 2001 ha provocato una sopravvalutazione automatica del franco Cfa, arrecando un duro colpo alle esportazioni fatte in dollari, in particolare per quanto riguarda il cotone.

Ma anche se l'assenza del rischio di cambio facilita le transazioni finanziarie, i legami istituzionali ed economici privilegiati con l'Europa costituiscono un ostacolo all'integrazione sub-regionale e alla diversificazione dei partner. Questo spiega perché 50 anni dopo la loro indipendenza il principale partner commerciale della maggior parte dei paesi della zona franco Cfa rimane il Vecchio Continente, anche se si osserva una certa diversificazione con i grandi paesi del Sud (Cina, India, Brasile, Iran) e con i paesi del Golfo Persico. Ma nell'Unione economica e monetaria dell'Africa occidentale (Uemoa), il commercio fra i membri rappresenta solo poco più del 18% del totale. Inoltre il commercio fra l'Uemoa e la Comunità economica e monetaria dell'Africa centrale (Cemac) è quasi nullo.

Ma i vantaggi sono inferiori agli inconvenienti

100912 franco cfa (3)I presunti vantaggi del franco Cfa sono quindi limitati, se paragonati ai suoi svantaggi. La politica monetaria che impone ai paesi africani si rivela un freno al loro sviluppo. Il giornalista Alpha Barry afferma che gli accordi monetari con la Francia si possono sintetizzare in una sola parola: «imbroglio» (9), poiché privano i paesi della loro sovranità (come ha dimostrato l'umiliante svalutazione imposta nel 1994). Inoltre la necessità di ottenere un consenso per ogni decisione importante della Bceao e della Beac attribuisce ai rappresentati della Francia che fanno parte di diritto dei consigli di amministrazione di queste banche – un diritto di veto sulle politiche monetarie, e quindi economiche, degli stati della zona franco Cfa.

Malgrado i recenti strappi alle regole che guidano la Banca centrale europea in seguito alle crisi di bilancio dei Ventisette, i loro colleghi della zona franco Cfa mantengono la loro posizione: “Come tutte le banche centrali moderne - ricorda il governatore della Bceao, Philippe-Henri Dacoury-Tabley - la Bceao ha come priorità la stabilizzazione dei prezzi all'interno dell'Unione monetaria dell'Africa occidentale. Nel rispetto di questo obiettivo, la banca centrale contribuisce alle politiche economiche dell'Unione in vista di una crescita sana e stabile» (10). Di fatto la lotta contro l'inflazione rimane la priorità numero uno, a scapito della crescita e quindi della creazione di occupazione.

Tuttavia nei paesi in via di sviluppo le politiche monetarie della Bceao e della Beac dovrebbero favorire soprattutto gli investimenti produttivi, anche a costo di accettare un certo livello di inflazione che non avrebbe alcun effetto destabilizzante sull'economia. Questo è il parere espresso da un ex ministro delle Finanze della zona franco Cfa, che ha preferito mantenere l'anonimato. e che osserva che «il controllo dell'inflazione è un obiettivo europeo; ma per lottare contro la povertà i paesi africani hanno prima di tutto bisogno di crescita. Lo strumento monetario deve essere utilizzato in questa prospettiva, anche a costo di lasciar crescere l'inflazione» (11).

La realtà è che la politica monetaria della Bceao – così come quella della Beac - è dettata dalla Francia e dagli altri paesi della zona euro; come conferma Serge Michailof, ex funzionario della Banca mondiale, «in ultima analisi il franco Cfa è gestito a Francoforte in funzione di criteri che non hanno alcun rapporto con le preoccupazioni delle economie africane» (12).

Il franco CFA non ha favorito un maggior afflusso di investimenti diretti

100912 franco cfaI paesi della zona franco Cfa non si trovano in una situazione migliore rispetto agli altri stati africani: dieci su quattordici figurano tra i paesi meno avanzati (Pma) e si trovano nella parte bassa dell'indice di sviluppo umano del Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Unpd). Camerun e Costa d'Avorio, presentati in passato come la «vetrina» del capitalismo africano, fanno oggi parte dei «paesi poveri molto indebitati», così come il Congo Brazzaville. Obbligati ad accettare le direttive dell'Fmi per ottenere una «riduzione» del loro debito, questi paesi non hanno altra scelta che continuare ad adottare delle politiche di libero scambio spesso dai risultati nefasti.

Anche se presenta dei vantaggi per le imprese europee, il franco Cfa non ha favorito l'afflusso promesso di investimenti diretti esteri (Ide). Il loro livello dipende più dalle prospettive di crescita e di profitto che dai rischi di cambio. Questo spiega perché i capitali esteri si dirigono soprattutto verso i paesi dotati di abbondanti risorse naturali: petrolio (Costa d'Avorio) , oro (Mali) e uranio (Niger). Al di fuori di questi settori di attività, gli investimenti corrispondono per lo più a privatizzazioni o a vendite di licenze nel settore delle telecomunicazioni, come nel Burkina Faso o in Senegal. Diversi paesi africani che dispongono di una loro moneta, come l'Angola, il Mozambico, la Nigeria, la Tanzania e il paesi dell'Africa del nord, attirano più Ide che i paesi della zona Cfa (13).

Un bilancio del genere rafforza gli avversari di questa moneta, che propongono di metterla da parte per creare delle monete sub-regionali o addirittura una moneta continentale. Nella Comunità economica degli stati dell'Africa occidentale (Cedeao), si è aperto un dibattito su questo argomento fra cui alcuni stati membri che hanno mantenuto la loro moneta nazionale.

Nuove prospettive

Una delle tappe del processo potrebbe essere la formazione di una zona monetaria fra i paesi che non usano il franco Cfa: Capo Verde, Gambia, Ghana, Guinea Conakry, Liberia, Nigeria, Sierra Leone. Dal 2000 è stata individuata una zona monetaria dell'Africa occidentale (Zmao) comprendente questi paesi. E l'Istituto monetario dell'Africa occidentale, che ha sede nel Ghana, è incaricato di definire dei criteri di convergenza fra le monete dei paesi membri della Zmao. Secondo il suo direttore generale, la nuova struttura potrebbe vedere la luce entro il 2015 (14). Nell'Unione africana si parla della creazione di un fondo monetario africano, di una Banca centrale africana e di una Banca africana di investimento.

Al di là del dibattito sul futuro del franco Cfa, ci si pone la questione dello sviluppo del continente. Così Jean Ping, presidente della Commissione dell'Unione africana, sostenitore internazionalmente rispettato del panafricanismo, non ha paura di affermare: «Adesso sappiamo che il mercato capitalistico non risolverà tutti i problemi e che nulla è irreversibile. Nessuno potrà dirci quello che dobbiamo fare. L'Africa deve prima di tutto contare su se stessa» (15).

Demba Moussa Dembélé su Le Monde Diplomatique, luglio 2010


NOTE

(1) Radio France International (Rfi), 3 aprile 2010.
(2) Creato nel 1945 il franco Cfa voleva dire all'epoca «franco delle colonie francesi africane». Dopo il processo di indipendenza, è stato ribattezzato in «franco della comunità finanziaria africana».
(3) Agence de presse sénégalaise (Aps), Dakar, 4 maggio 2010.
(4) Cheikh Amadou Tidiane Diagne, «Lettre à mon ancien professeur d'économie. Quel est le rôle d'une banque centrale?», Le Quotidien, Dakar, 9 aprile 2010.
(5) Stéphanie Plasse, «Transferts financiers illicites. L'Afrique paye la note», Afrik.com, Dakar, 30 marzo 2010.
(6) Sanou Mbaye, L'Afrique au secours de l'Afrique, L'Atelier, Ivry-sur-seine, 2009, p.49
(7) Conferenza delle Nazioni unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad), Rapport sur le commerce et le développement, 2007, New York-Ginevra.
(8) Si legga «Mauvais comptes du franc Cfa», Le Monde diplomatique, giugno 2004. Voci di svalutazione – energicamente smentite dalla Bceao – circolano dall'inizio della crisi finanziaria internazionale.
(9) Alpha Barry, «A qui profite le compte d'opérations? Un marché de dupes», Jeune Afrique économie, Parigi, febbraio 1994.
(10) Intervista concessa il 31 marzo 2010.
(11) Philippe Perdix, «Le Cfa en dix questions», Jeune Afrique, Parigi, 15 ottobre 2007.
(12) Philippe Perdix, op. cit.
(13) Cnuced-Unctad, «Rapport sur l'investissement dans le monde, 2007. Sociétés transnationales, industries extractives et développement», pp. 14-15.
(14) Sud Quotidien, Dakar, 20 maggio 2010. (15) Jeune Afrique,15 novembre 2009.

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