Il tessuto wax e il potere delle donne africane

Il tessuto wax e il potere delle donne africane

ottobre 2010
In Africa tutte le donne sognano un vestito in wax olandese. Nel continente il commercio di questo tessuto introdotto in epoca coloniale ha fatto arricchire molte persone.

Vestirsi con un wax olandese, possederne uno o solo averlo avuto è un tema ricorrente nei discorsi di molte donne africane, soprattutto in Africa occidentale e centrale. Il wax olandese è sinonimo di classe ed eleganza. Un’eleganza costosa, perché è il tessuto più caro, soprattutto nella versione superwax, che però è anche la più venduta.

La leggenda delle Nana Benz

Certo, il superwax è più caldo, ma questo inconveniente spinge a sfoggiarlo con più orgoglio. Le donne che lo vendono sono le prime a indossarlo, e in questo modo pubblicizzano gratuitamente il prodotto, che è stato messo in commercio da intere generazioni di africane. Oggi, nei grandi mercati di Lomé, in Togo, e di Cotonou, in Benin, s’incontrano spesso giovani laureate che hanno preso il posto delle madri. Persone che hanno costruito la leggenda delle Nana Benz e delle Mama Benz, le donne che in Africa vendono cibo (riso, olio, pomodori, zucchero) e altri prodotti di largo consumo (vestiti per bambini, giocattoli, saponi).

Le venditrici di wax olandese sono state le prime donne a diventare milionarie. Spesso analfabete, si sono rivelate molto abili nel commercio internazionale, dalla Gran Bretagna alla Cina, dai Paesi Bassi alla Germania, dall’Austria alla Svizzera. Sono state le prime commercianti ad arrivare al mercato in Mercedes Benz, dando origine al loro soprannome. Sono state le prime a investire nel settore immobiliare e a comprare appartamenti all’estero, perfino nei quartieri più alla moda delle capitali europee. Alcune hanno investito anche nella cultura e negli ospedali e hanno aiutato i bambini.

Consigliate dai figli, dei quali hanno finanziato l’istruzione nelle grandi scuole europee e nordamericane, o dai loro avvocati, hanno investito in borsa e hanno insegnato i segreti del mestiere alle loro giovani collaboratrici. Ma, soprattutto, queste donne hanno fatto studiare un’intera generazione di africani nelle scuole d’élite, in Senegal e in Francia, perché entrassero nella classe dirigente. Grazie al wax olandese, hanno costruito delle fortune colossali. Il commercio di questo tessuto ha creato posti di lavoro in molte città portuali e ha aumentato il fatturato di multinazionali e aziende di trasporto, dalla Unilever alla Maersk. In altre parole, con il wax olandese le donne africane hanno contribuito anche alle economie dei paesi ricchi.

All’origine la tradizione del batik

s-101011 tessuto wax 2I mercati di Assigamé, a Lomé, e quello di Dantokpa, a Cotonou, fanno a gara a chi offre i motivi e i colori più belli del tessuto Quando vedono queste stoffe “africane”, i turisti europei esclamano: “Da voi ci sono dei tessuti così belli, con tutti quei colori”. E invece no: il wax olandese non è africano, anche se è destinato quasi esclusivamente agli africani. Viene dalla tradizione del batik: basata sull’uso della cera fusa (da cui il nome wax, cera, in inglese), è una tecnica importata dall’Asia, in particolare dall’isola di Java, in Indonesia, che ha anche dato il nome a un altro tessuto olandese, il java, meno caro ma di buona qualità.

È l’abito intermedio tra il wax olandese e il vestito locale, usato soprattutto in città e negli uffici. È facile riconoscere l’origine di un vestito, perché spesso le grandi commercianti possiedono l’esclusiva di certi colori e di certi motivi. Una volta a Lomé ho incontrato una di queste commercianti da una sarta. Indossavo un abito in wax olandese dalle tinte indaco, con un motivo di ventagli rossi e neri. Appena sono entrata nella sartoria, la commerciante mi ha detto: “Questo wax è mio”.

Scegliersi il vestito in base all’umore

La spiegazione della sarta mi ha rassicurato: non avevo rubato il suo abito, ma il tessuto con quel motivo era stato fabbricato apposta per lei. Durante il mio soggiorno in Togo, ho collezionato abiti in wax olandese. Ne avevo talmente tanti che era difficile scegliere quale indossare. Così ho cominciato a vestirmi in base al mio umore: un giorno esitavo tra i modelli con i motivi “L’occhio della mia rivale”, “Esco o non esco” o “Il tuo piede, il mio piede”, mentre il giorno dopo sceglievo di indossare “Mio marito lo ha fatto per me”.

In realtà i mariti raramente comprano vestiti alle mogli: nelle società africane il maschio è ancora il simbolo della sicurezza familiare, anche se non sempre questa idea corrisponde alla realtà. Nel golfo di Guinea, dove le commercianti hanno un grande potere finanziario, la capacità di un uomo si misura più in base all’aiuto dato agli affari della moglie che nella ricchezza accumulata con il suo lavoro. Spesso l’uomo è solo l’autista della Benz durante il fine settimana.

In Africa occidentale, in particolare in Togo, in Ghana e in Benin, le donne comunicano attraverso i vestiti in wax. Le commercianti fanno realizzare i motivi agli artisti locali e decidono i colori. Così, in base al momento e alle preoccupazioni, possono commissionare gli abiti con slogan o messaggi molto diversi: dalla donna gelosa o frustrata per l’assenza del marito alla donna d’affari ricca che sfoggia un tessuto con dollari di tutti i colori o spighe di mais, simbolo di ricchezza e abbondanza.

Il fattore più importante è il colore

s-101011 tessuto wax 3Negli ultimi anni sono tornati spesso i motivi con i gamberi, insieme alle nature morte e alle figure geometriche. Ma il fattore più importante è il colore. Il modello di vestito africano è quasi sempre lo stesso, mentre la moda creata da queste donne varia in base ai motivi, ai colori e ai messaggi. Le commercianti attirano le clienti attraverso i nomi dei vestiti. Dalla camicetta con la scollatura ricamata, che mette in risalto la testa e la forma delle spalle, alla gonna con il nome di una famosa cantante congolese, Abéti, al bomba proveniente dalla Nigeria, il wax olandese resta una certezza.

La moda africana evolve e influenza i motivi dei vestiti. Oggi gli stilisti preferiscono i motivi geometrici a quelli che mandano messaggi, perché permettono di ricreare altre forme sul modello originario. Le nature morte, per esempio, danno libero sfogo a un genio creativo prezioso per chi ama l’eleganza. Ci sono molte imitazioni del wax olandesi, come i real wax nigeriani, che sono più economici, o altri tessuti di qualità inferiore fabbricati in Gran Bretagna.

Le imitazioni sono destinate a soddisfare le esigenze dei più poveri, ma il sogno di ogni donna è avere un wax olandese. Per una donna è un segno di rispetto e di potere, anche se non ha un marito in grado di comprarglielo. Le mogli dei capi di stato africani, soprattutto quella di un grande dittatore dell’Africa centrale, portavano spesso wax olandesi o tessuti stampati sul posto con l’effigie del marito. Durante il regno di questo famoso dittatore, la moglie gestiva anche la distribuzione del wax olandese nel suo paese.

Il wax, un prodotto che non conosce l’inflazione

Questo prodotto resta il tessuto più amato, anche se il bazin riche (cotone damascato) ricamato del Senegal e il bazin riche tinto del Mali sono dei concorrenti agguerriti. Un guardaroba non è completo senza vestiti in wax olandese. È un prodotto che continua a vendere, nonostante l’oscillazione delle monete, l’importazione di tessuti sintetici, l’invasione dei tessuti cinesi a buon mercato, dei veli svizzeri, dei ricami austriaci, dei bazin fasulli o dei tessuti provenienti dall’India, indossati in quegli sceneggiati indiani tanto di moda nel continente.

Il wax olandese resiste a tutti gli attacchi e oggi è ancora il tessuto di riferimento. Dall’abito indossato in ufficio al modello da cerimonia, continua per la sua strada. A cinquant’anni dalle indipendenze africane, il wax simboleggia una delle eredità coloniali che hanno contribuito di più a cambiare le abitudini locali, favorendo l’adozione di un tessuto fatto per gli africani, ma non dagli africani.

Tuttavia, anche se adoro gli abiti in wax olandese, devo riconoscere a malincuore che i messaggi trasmessi da questi vestiti riguardano le preoccupazioni quotidiane delle donne, ma non prendono in considerazione i problemi più gravi degli africani: la pace, il rispetto dei diritti dell’uomo, del lavoro e della giustizia sociale. Chissà quando potremo comprarci dei vestiti che lanciano messaggi contro la corruzione o contro la violenza sulle donne e i bambini.

Ken Bugul, su Libération, Francia

Ken Bugul è lo pseudonimo della scrittrice senegalese Marietou Mbaye Biléoma. Nata nel 1947 a Ndoucoumane, il suo romanzo Riwan et le chemin de sable ha vinto il Premio letterario dell’Africa nera nel 1999.

(Tradotto da Internazionale n° 856)

11-10-2010

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