I giovani portoghesi sognano Luanda

I giovani portoghesi sognano Luanda

novembre 2010
“Il Portogallo è un paese chiuso, vecchio, senza prospettive. L’Angola ha un sacco di problemi, ma è il futuro. La terra delle sfide. E io non mi tiro indietro”. Paula Cardoso, circa trent’anni, di Lisbona, è ambiziosa e, come molti altri giovani portoghesi, si sente “condannata” e senza speranze.

Secondo l’osservatorio dell’immigrazione di Lisbona, negli ultimi cinque anni 350mila persone hanno lasciato il paese, colpito duramente dalla crisi economica. Un esodo paragonabile a quello avvenuto negli anni sessanta. I portoghesi emigrano soprattutto in Gran Bretagna, in Spagna e in Svizzera, ma negli ultimi tre anni sembrano aver scoperto un nuovo eldorado, più lontano: l’Angola.

Ex colonia portoghese, il paese è diventato indipendente nel 1975 dopo una lunga guerra ed è raggiungibile in sette ore di volo da Lisbona. L’Angola ha un territorio dodici volte più esteso di quello del Portogallo: è la “terra delle sfide” che attira Paula Cardoso e molti altri. Gli emigranti sono sempre di più. Nel 2006 sono stati rilasciati 156 visti a cittadini portoghesi in partenza verso l’ex colonia. Nel 2009 sono diventati 23.787. Si stima che negli ultimi anni si siano trasferiti in Angola centomila portoghesi, un numero quattro volte più alto di quello degli angolani che vivono in Portogallo.

Il Portogallo è malato e l’Angola è in ottima forma

Qui, dopo la crisi gli immigrati arrivano con il contagocce. “Tutto questo mi fa pensare all’epoca delle grandi scoperte, quando i nostri antenati partivano per l’Africa, anche loro per sfuggire alla crisi economica”, commenta Mario Bandeira dell’Istituto superiore di scienze del lavoro e dell’impresa. Il Portogallo è malato, l’Angola è in ottima forma. Con le sue miniere di diamanti e i suoi giacimenti di petrolio – che nell’Africa subsahariana sono secondi solo a quelli della Nigeria – dal 2003 il paese ha registrato una crescita media del Pil pari al 14 per cento.

Gli angolani hanno trovato la pace solo nel 2002, dopo circa quarant’anni di guerre, e tutto dev’essere ricostruito. Per questo c’è bisogno di ingegneri edili, esperti di telecomunicazioni, consulenti finanziari e altre figure professionali, possibilmente in grado di parlare il portoghese. Per i portoghesi è una grande opportunità: quarantenni e giovani laureati, disoccupati e avventurieri, tutti si mettono in viaggio verso l’Africa.

“Per ogni naufragio in Portogallo, c’è un salvagente in Angola. Qui è il deserto lavorativo, là una rigogliosa oasi professionale”, scriveva alcuni mesi fa il settimanale portoghese Visão. Ad attirare i candidati sono soprattutto i buoni stipendi e la facilità con cui ci si arricchisce. In Portogallo un ingegnere appena laureato o un giornalista con tre anni di esperienza guadagnano al massimo mille euro, mentre in Angola possono ricevere fino a tremila euro di stipendio, con vitto e alloggio a carico del datore di lavoro.

Vita piena di privilegi

Carlos Cardim vive a Luanda, la capitale angolana, dal 2005 e dirige un’agenzia pubblicitaria. “Mi sembra di stare nel Portogallo degli anni ottanta, quando cominciarono ad arrivare i primi fondi della Comunità economica europea”, confessa. Gli stranieri privilegiati possono permettersi una vita comoda: grandi ville, macchine con autista, scorta, feste. “In un certo senso mi ricorda il far west. È così eccitante”, ammette João, un consulente di marketing che vive nel sud dell’Angola dal 2007.

“Il Portogallo, invece, è un paese dove ora non vale la pena di vivere”. Ma l’Angola è veramente la terra delle sfide? L’eldorado del lavoro? Certamente. Ma non è il paese della cuccagna, fa notare Paula Cardoso, che di mestiere fa la giornalista. Seduta al tavolo di un bar del centro di Lisbona, Cardoso (che ha un genitore portoghese e l’altro mozambicano) parla anche dell’altro lato della medaglia.

Alla fine del 2009 è partita per andare a vivere sei mesi a Luanda. Il settimanale per cui lavora, Sol, si era salvato dalla bancarotta grazie a un ricco investitore angolano. Cardoso non era andata in Angola per denaro – lo stipendio era quasi identico a quello che guadagnava in Portogallo – ma per fare un’esperienza, con la garanzia che al ritorno avrebbe riavuto il suo posto a Lisbona. A differenza degli altri espatriati, Cardoso non godeva di nessun vantaggio economico.

Ma il primo impatto di Luanda è un vero shock


“Sono partita con dei pregiudizi negativi sull’Angola e dopo il mio arrivo a Luanda ne ho un’opinione anche peggiore. Atterrata all’aeroporto, un funzionario è riuscito a spillarmi cinquanta dollari. L’appartamento dove vivevo era in pessime condizioni e costava un occhio della testa. La vita quotidiana era una specie di via crucis. Se a Luanda non hai l’aria condizionata, un generatore di corrente e un serbatoio per l’acqua, sei condannato a soffrire”.

In una città progettata per meno di un milione di persone, vivono a stretto contatto gli uni con gli altri ben sette milioni di abitanti. Cardoso ha altri brutti ricordi del suo soggiorno. “Gli unici piaceri sono la spiaggia, i bar, le discoteche. Altrimenti ci sono dei concerti che costano più di cento dollari, una vita culturale quasi inesistente e un orribile centro commerciale dove si gela perché l’aria condizionata è troppo forte. Che shock rispetto a Lisbona!”.

In redazione l’atmosfera era molto tesa per la rivalità tra i giornalisti locali e quelli venuti dal Portogallo. “Sarà l’effetto del nepotismo e della corruzione ma in Angola chi ha un buon incarico è spesso una persona incompetente, senza una vera cultura del lavoro. Molti colleghi erano diffidenti nei confronti dei bianchi e provavano un misto di senso di superiorità, legato agli stipendi molto alti che percepivano, e di senso d’inferiorità, legato alla storia coloniale”.

Nonostante questo, Cardoso ha deciso di tornare in Angola per lanciare un nuovo settimanale, Mambo’s. “La proprietà del giornale sarà angolana, ma il mio capo sarà portoghese. Inoltre in quel paese ci sono molte cose da raccontare. Il Portogallo mi va troppo stretto”. Un vecchio paese europeo in un momento difficile guarda con invidia una nazione africana in pieno sviluppo. “A Luanda”, dice un ex emigrato, “si sente spesso dire che il Portogallo è diventato una colonia angolana”.

Il Portogallo, colonia angolana

E questo anche se l’Angola ha molti problemi: i due terzi dei suoi abitanti vivono in condizioni di estrema povertà, l’aspettativa di vita media è di circa quarant’anni, il costo della vita è molto alto e il livello di corruzione è da record. “Un amico mi ha proposto di trasferirmi laggiù”, confida Cristina, professoressa a Porto. “Ma gli ho detto di no perché non voglio vivere in un regime molto corrotto”.

I leader portoghesi non hanno questo genere di scrupoli. A luglio, nel corso di una visita di cinque giorni in Angola, il presidente portoghese Aníbal Antônio Cavaco Silva ha elogiato il capo dello stato angolano José Eduardo dos Santos.

Vista da Lisbona, l’ex colonia è una manna provvidenziale. L’Angola è il principale cliente del Portogallo fuori dall’Unione europea. Lisbona investe in modo cospicuo (557 milioni di euro nel 2009) nel paese africano, dove ci sono ottocento aziende portoghesi. Ma succede anche il contrario: i milionari angolani investono in Portogallo, soprattutto nei settori dei beni di lusso, delle automobili, degli alberghi esclusivi, della moda e della chirurgia plastica.

I capitali angolani, come quelli del gruppo petrolifero Sonangol, sono serviti a comprare partecipazioni azionarie in importanti imprese portoghesi come la società elettrica Galp, e le banche Millennium bcp e Bpi. Sono passati 35 anni dall’indipendenza dell’Angola e i giovani portoghesi non provano lo stesso senso di colpa dei loro genitori nei confronti di un paese dove la guerra coloniale è stata accompagnata da terribili atrocità.

I più ricchi – i dipendenti delle multinazionali o delle grandi aziende portoghesi – investono nei quartieri eleganti della parte sud di Luanda. Altri cercano uno stile di vita completamente diverso e si trasferiscono nelle campagne angolane. La maggior parte, comunque, va in Angola per tentare la fortuna.

Le delusioni sono frequenti


Le delusioni, però, sono così frequenti che l’ambasciata e i mezzi d’informazione portoghesi moltiplicano gli avvertimenti sull’estrema complessità della burocrazia, sulla difficoltà di ottenere un visto per motivi di lavoro, sull’inefficienza dei servizi e sulle precauzioni da prendere prima di acquistare dei terreni.

Fino a dove arriverà quest’ondata migratoria? “Un numero sempre più grande di portoghesi si trasferisce qui con la famiglia. Ma la maggior parte delle persone viene a vivere in Angola perché mandata dall’azienda per cui lavora”, fa sapere l’ambasciata del Portogallo a Luanda. “Non mi sarei mai candidato per un trasferimento se la mia azienda non mi avesse offerto tutta una serie di garanzie. Il caos, la malaria e la povertà mi spaventano”, ammette Samuel Filipe, 26 anni, pronto a partire per l’Angola per conto di una multinazionale.

Filipe elenca i vantaggi del nuovo incarico: “Qui guadagno mille euro, il lavoro è monotono, divido il mio appartamento con due amici. A Luanda avrò tutto pagato, mi daranno 85 euro di indennità giornaliere e mi saranno offerti tre viaggi di ritorno a casa all’anno. E poi laggiù mi occuperò di creare una banca. Farò un’esperienza di due anni, poi vedrò”.

Rui Gameiro, un ingegnere civile di 28 anni, credeva di aver trovato l’occasione della sua vita. Nell’inverno del 2009 è stato mandato dalla sua azienda a partecipare alla costruzione di un ponte sul fiume Kwanza. “Era il mio primo vero cantiere. Un progetto da cento milioni di dollari, il più grande dell’Angola”. Tutto era all’altezza delle sue aspettative: una bella casa sorvegliata a Benguela, un garage, cinquemila euro al mese.

“Pensavo di rimanere cinque anni per mettere da parte dei soldi e comprarmi una casa a Lisbona”. Ma la delusione è arrivata presto. Al ritorno dalle vacanze di Natale, che aveva trascorso a Lisbona, “mi hanno tolto il progetto e trasferito in un ufficio a non fare nulla. Mi sono trovato invischiato tra incompetenza e corruzione. Così mi sono dimesso”, racconta. Da febbraio Gameiro vive di nuovo a casa dei genitori a Lisbona e ha ripreso il suo “triste lavoro”. Ma ha sempre le valige pronte. “Se si presenta un altro progetto, riparto per l’Angola senza pensarci due volte”.

François Musseau su Libération , tradotto da Internazionale n° 871

11-11-2010

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