L’economia africana è ripartita

L’economia africana è ripartita

novembre 2010
Le cifre pubblicate dal Fondo Monetario Internazionale preannunciano per l’Africa il ritorno ad una crescita del 5% nel 2010. A questo successo hanno contribuito le sane politiche macroeconomiche messe in opera dalla maggior parte degli Stati già prima che scoppiasse la crisi.

Dal nord al sud, bianca o nera, l’Africa è ripartita. Finite le recessioni dell’anno 2009 in Gabon, in Botswana o in Sud Africa. Le cifre sono eloquenti: il Maghreb (Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia e Libia) che cresceva del 2,4% nel 2009, è passato a una velocità superiore e dovrebbe progredire del 5% nel 2010 e del 4,6% nel 2011. L’Egitto accelera: 4,7 nel 2009, 5,3% nel 2010 e 5,5% nel 2011.

Nell’Africa sub-sahariana (5% di crescita nel 2010, e 5,5% nel 2011), la pioggia di cifre favorevoli è altrettanto spettacolosa. Vi si trovano persino delle “piccole Cine”: i produttori petroliferi come il Congo (10,6%) o la Nigeria (7,4%), ma anche le nazioni più povere come l’Etiopia (8,5%) o la Tanzania (6,7%). Nonostante la sua cronica instabilità politica, la Costa d’Avorio presenta un 4% del tutto onorevole. Le sole economie del continente che crescono a un ritmo “all’europea”, inferiore al 2%, sono il Madagascar e la Guinea equatoriale.

Riduzione del debito e virtù nei bilanci


Questa salute fiorente “si spiega dapprima con le buone politiche macroeconomiche messe in opera prima della crisi e che hanno sprigionato delle capacità di bilancio per contrastare il rallentamento”, spiega Rupa Duttagupta,del dipartimento ricerca del FMI. In altri termini, i processi di adeguamento e le cure da cavallo applicati in Africa dal Fondo e dalla Banca mondiale non hanno avuto soltanto inconvenienti. Hanno contribuito a ridurre il debito africano e a fare adottare dai governi dei comportamenti di bilancio più virtuosi che hanno permesso loro di accumulare delle riserve utili oggi.

Se l’Africa ha attraversato in un anno soltanto la crisi più grave da circa un secolo, e se si è rialzata così presto, ciò è dovuto al fatto che gli Stati hanno avuto i mezzi di ammortizzare i suoi effetti. La lista redatta dalla Banca mondiale delle politiche per invertire il ciclo, praticate sul continente, è ricca.

Il Ghana, ad esempio, ha lanciato un programma di versamenti di liquidità in favore dei meno abbienti e dei lavori di pubblica utilità per combattere l’insicurezza alimentare. La Tanzania ha contrastato il crollo delle quotazioni del cotone del caffé grazie a un programma di sostegno rappresentante lo 0,5% del prodotto interno lordo. Il Burkina Faso e il Mali l’hanno seguita. Il Sud Africa ha aumentato i salari della funzione pubblica e dato la precedenza ai bilanci dell’educazione, della protezione sociale e dell’ambiente.

Ottimismo da parte degli esperti

Tutti questi sforzi sono stati spalleggiati dalle istituzioni finanziarie internazionali che hanno compensato le promesse non mantenute dei paesi ricchi. La Banca mondiale, il FMI, la Banca Africana di sviluppo (BAD), la Banca europea d’investimenti (BEI), l’Agenzia francese di sviluppo (AFD) e le sue omologhe tedesca e britannica, hanno portato i miliardi che erano indispensabili per evitare al continente di sprofondare nel fallimento delle economie sviluppate. Miliardi di dollari sono venuti anche dalla Cina, dall’India e dal Brasile, sotto forma di acquisti colossali di materie prime (petrolio, ferro, cotone, cacao, manganese, rame, etc ).

Gli esperti si dicono ottimisti. Anche se le economie avanzate conosceranno per due o tre anni una crescita fiacca, la domanda per le ricchezze minerarie e agricole dell’Africa non verrà meno. Gli investitori cominciano a scoprire che il continente non è così a rischio come si crede a Wall Street.

Resta il fatto che la povertà è aumentata. La Banca mondiale ha calcolato che la crisi ha impedito a 20 milioni di Africani di uscire dall’indigenza (meno di 1,25 dollari al giorno). La crescita – soprattutto a vantaggio dei più poveri – è più che mai di bruciante attualità.

12-11-2010

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