Africa, continente creditore e non debitore

Africa, continente creditore e non debitore

novembre 2010
Le economie africane portano più risorse all’economia mondiale di quanto ne ricevano a titolo di aiuto internazionale. È la conclusione esplosiva di un rapporto pubblicato dal think tank americano, Global Financial Integrity.

La somma è più che considerevole. Nel corso degli ultimi quarant’anni, i flussi finanziari illeciti dall’Africa verso i paesi sviluppati hanno raggiunto i 1600 miliardi di dollari. Si tratta soprattutto di tasse non pagate dalle imprese europee e nord-americane che operano in Africa, e della fuga di capitali, che priva le economie locali dell’ossigeno per gli investimenti, a beneficio delle grosse banche dei paesi sviluppati.

La somma è tanto più impressionante in quanto gli esperti del GFI escludono dalle loro stime e analisi tutto ciò che procede dalla corruzione, dall’appropriazione indebita di fondi, dal traffico di droga o dalla contraffazione. Si interessano soltanto alle entrate tratte dall’economia formale, ufficiale e a tutto ciò che assomiglia all’evasione fiscale.

Queste entrate che fuggono dalle economie africane rappresentano dal 60 al 65% dell’insieme dei flussi illeciti. È dunque enorme. I meccanismi denunciati e messi in opera sono molto semplici. È sufficiente sopravvalutare il valore delle importazioni in Africa e sottovalutare quello delle esportazioni.

La Nigeria principale vittima

Questa gigantesca evasione di capitali concerne tutti i paesi africani. Quelli dell’Africa sub-sahariana sono in testa, e in particolare la Nigeria è di gran lunga la prima vittima di questo fenomeno. Responsabili non sono soltanto le grandi compagnie minerarie o petrolifere straniere che si sono stabilite nei paesi africani. Anche se, per esempio, in Mozambico, l’economista Carlos Castelo-Branco denuncia il trattamento di favore accordato alle multinazionali che non pagano tasse sui minerali che sfruttano.

Ma gli investitori africani sono direttamente chiamati in causa dagli esperti del “think tank” americano GFI. In effetti questi investitori preferiscono investire i loro averi sulle grandi piazze finanziarie internazionali o in banche offshore che nei loro paesi. GFI stima così che il totale dei capitali e degli investimenti realizzati superi il totale del debito estero della regione. L’Africa investe dunque all’estero più di quanto prende a prestito, facendo del continente più povero del pianeta un creditore e non un debitore.

La responsabilità dei governi africani

La mancanza di vigilanza dei governi africani è così stata segnalata, poiché questi flussi non hanno fatto che aumentare nel corso degli anni. All’inizio degli anni ‘70 rappresentavano solo il 2% del Pil della regione. Nel 1987 era salito all’11% del Pil. Vent’anni più tardi, nel 2008, i flussi commerciali illeciti erano un poco calati ma tuttavia rappresentavano il 7% della ricchezza annua prodotta in Africa.

Global Financial Integrity insiste sul bisogno di riforme economiche e di migliori edifici amministrativi regionali e relativi servizi. Senza queste riforme, sarà impossibile controllare la situazione. Così mentre tra il 2000 e il 2010 l’Africa sub sahariana ha registrato il suo periodo di maggior crescita economica, i flussi illeciti sono aumentati più celermente di quanto non lo facessero precedentemente.

Gli autori del rapporto vedono in questa fuga esorbitante di capitali una delle principali ragioni dell’inefficacia dell’aiuto internazionale nella lotta contro la povertà in Africa. “Fintanto che questa emorragia non sarà arginata” concludono – “l’Africa non se la caverà”.

12-11-2010

SMA, via Borghero 4 - 16148 Genova - info(at)missioni-africane.it - Web Design & CMS RossiWebDesign/Siti Web Genova