Sud Sudan: un referendum al buio

Sud Sudan: un referendum al buio

novembre 2010
A Juba gli aiuti internazionali hanno fatto nascere ministeri, strade e scuole. Ma lo stato guidato da Salva Kiir forse non è ancora pronto a diventare indipendente.

Alle pareti dell’ufficio del presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, sono appesi due grandi ritratti: uno di Gesù Cristo e l’altro di se stesso. Sulla scrivania, tra due reggilibri a forma di ippopotamo, c’è un manuale per lo studio devozionale della Bibbia vicino al libro di Robert Greene Le 48 leggi del potere. Ex combattente dell’esercito ribelle Anya Nya, Kiir oggi guida il governo autonomo del Sud Sudan, che nel 2005 è riuscito a ottenere una forma di autonomia dal governo di Khartoum.

Aiuti economici al Sud Sudan, pozzo senza fondo

Il Sud Sudan è stato a lungo favorito dai donatori occidentali, in particolare quando George W. Bush era presidente degli Stati Uniti. Con il suo misto di nazionalismo e religiosità cristiana, Kiir ha conquistato gli ideologi conservatori di Washington che cercavano di ridefinire gli equilibri di potere in Sudan.

Ma anche dopo l’elezione di Barack Obama, gli Stati Uniti hanno continuato a destinare al Sud Sudan più di 300 milioni di dollari all’anno, soprattutto per rafforzare il governo di Kiir in vista del referendum per l’indipendenza, in programma per il 9 gennaio 2011. Nonostante il consistente flusso di denaro, l’ambizioso progetto sembra in pericolo. Molti attivisti per i diritti umani temono che il referendum possa far riesplodere la guerra civile in Sudan.

Il governo di Khartoum e il Movimento popolare di liberazione del Sudan hanno raggiunto un accordo di pace solo nel 2005, dopo aver combattuto per 22 anni, facendo quasi due milioni di vittime. E anche se Kiir riuscirà a mantenere la pace dopo la secessione, i diplomatici occidentali avvertono che il Sud Sudan è totalmente impreparato all’indipendenza. Kiir teme inoltre che Washington, impegnata a risolvere problemi di politica interna, stia perdendo interesse verso il suo paese.

“Abbiamo sempre pensato che gli Stati Uniti potessero fare qualunque cosa”, ha dichiarato poco tempo fa. “Ma nel nostro caso non è andata così. Ormai hanno molti altri impegni”. Obama ha ereditato il progetto di nation building (costruzione dello stato nazionale) in Sud Sudan dal suo predecessore, che era molto attivo in Africa. Nel 2005 l’amministrazione Bush ha avuto un ruolo di primo piano nel raggiungimento dell’accordo di pace. E da allora gli Stati Uniti hanno destinato al paese circa sei miliardi di dollari.

A Juba, la capitale, servizi inesistenti ma prezzi alle stelle

Ai corrispondenti stranieri in Sudan piace scherzare sul fatto che al sud non c’è quasi niente di metallico, tranne i fucili, le munizioni e qualche amo da pesca. Alla fine della guerra civile c’erano meno di cinque chilometri di strade asfaltate, in una regione grande come la Francia. Oggi però Juba, la capitale del Sud Sudan, è una città in rapida espansione. Le case sono per lo più capanne con il tetto di paglia e, più di recente, di lamiera. Ma ultimamente, afferma un diplomatico occidentale, è difficile affittare una casa a meno di dodicimila dollari al mese.

I tassisti fanno pagare agli stranieri tariffe paragonabili a quelle di New York, e gli hotel di lusso organizzano degli aperitivi frequentati soprattutto da cooperanti e altri stranieri. I progressi ci sono stati: con i soldi degli Stati Uniti e di altri donatori internazionali sono stati costruiti ministeri, strade, scuole, e sono state salvate molte vite. Eppure, lo stato sud sudanese non sembra ancora in grado di funzionare da solo.

Washington punta il dito contro l’incompetenza del governo locale. Sono pochi i funzionari pubblici con una solida istruzione e, secondo un funzionario dei servizi d’intelligence occidentali a Juba, quasi l’85 per cento degli agenti delle forze di sicurezza è analfabeta. Molti sud sudanesi istruiti si sono trasferiti all’estero durante la guerra e non hanno intenzione di tornare.

All’inizio del 2010 la Banca mondiale, che amministra un fondo da mezzo miliardo di dollari destinato al Sud Sudan, ha dichiarato di avere erogato meno della metà della somma, anche a causa della mancanza di progetti in cui investire questo denaro.

“Sono venuti qui i cooperanti sbagliati”

Cooperanti e diplomatici sono convinti che un efficace progetto di nation building nel Sud Sudan richieda molti più soldi e professionalità diverse. Secondo alcuni operatori umanitari presenti a Juba, le prime fasi del progetto si sono concentrate troppo sulle attività di ripristino dei servizi sociali di base, a scapito dello sviluppo delle istituzioni. “In questi cinque anni sono venute le persone sbagliate”, dice una persona che si occupa da anni di cooperazione internazionale.

“Avremmo dovuto invitare quegli inglesi che hanno creato la banca centrale del Botswana. La maggioranza delle persone che sanno come costruire le istituzioni di uno stato è in vacanza a Zanzibar. E noi invece abbiamo un esercito di laureati a Oxford e nelle migliori università statunitensi, che si occupano di tutt’altro”.

A questo punto, è lecito chiedersi se questo compito spetti agli stranieri e se davvero una quantità sufficiente di aiuti umanitari basterà ad avviare riforme efficaci nel Sud Sudan. Secondo William Easterly, economista della New York university e autore di I disastri dell’uomo bianco. Perché gli aiuti dell’occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene (Bruno Mondadori 2007), in certi casi i grandi flussi di denaro possono essere disastrosi.

“S’inonda un paese di aiuti umanitari e di esperti stranieri, con tesi in contraddizione tra loro, mentre al centro c’è un vuoto”, spiega Easterly. “Non vorrei sembrare troppo duro o cinico, ma a volte manca la capacità di accogliere gli aiuti”. Inoltre, in una Juba inondata dal denaro straniero, le poche persone appartenenti all’élite istruita potrebbero scegliere di snobbare i posti di governo e creare le loro ong, grazie alle quali attingere direttamente agli aiuti. Secondo alcuni imprenditori che operano a Juba, gli aiuti umanitari hanno già cambiato l’economia locale.

L'afflusso di denaro genera competizione e conflitti

Ian Alsworth-Elvey dirige una società internazionale che produce birra, e ha investito circa 50 milioni di dollari in una fabbrica a Juba. Secondo lui la moltiplicazione delle agenzie per gli aiuti umanitari ha fatto aumentare i prezzi e il costo del lavoro. “All’hotel Ritz di Chicago spendo meno che in una bettola di Juba”, dice. La sua fabbrica, che dà lavoro a 250 persone, organizza regolarmente corsi di contabilità per i dipendenti.

Tuttavia, non appena hanno acquisito una certa dimestichezza, queste persone vengono assunte dalle agenzie di aiuto umanitario. Il grosso afflusso di denaro può innescare anche nuove esplosioni di violenza. Il petrolio genera la maggior parte della ricchezza che non deriva dagli aiuti umanitari, e si è già intensificata la competizione per i posti di potere. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno speso più di cento milioni di dollari per formare ed equipaggiare le forze armate sud sudanesi. Eppure, la riforma dell’esercito durerà ancora “dieci o vent’anni”, spiega il funzionario dell’intelligence a Juba.

“Per il momento non è altro che una formazione di guerriglia”. Dal canto loro, gli operatori umanitari sono preoccupati di un eventuale calo della pressione diplomatica. “A cosa serviranno tutti i progetti di costruzione dello stato e di sviluppo delle competenze se scoppia di nuovo la guerra?”, si chiede John Prendergast, responsabile di un progetto contro i genocidi del Center for american progress di Washington. “Rischiamo di costruire un castello di sabbia. Mentre sta per arrivare una grande onda”.

Kevin Peraino, Newsweek, Stati Uniti

Nubi minacciose sul referendum

Si svolgerà o no il referendum sull’indipendenza del Sud Sudan il 9 gennaio 2011? Lo scrutinio è previsto dall’accordo di pace firmato nel 2005 dal governo di Khartoum e dal Movimento popolare di liberazione del Sudan.

Ma mentre la popolazione del sud si prepara all’indipendenza, all’inizio di ottobre il presidente sudanese Omar al Bashir ha rimesso tutto in discussione dichiarando che “non accetterà un’alternativa all’unità” del Sudan. Inoltre sono falliti i negoziati sulla regione di Abyei – contesa tra nord e sud perché ricca di petrolio – e si sono verificati degli scontri tra polizia e manifestanti favorevoli all’indipendenza del sud.

Le relazioni tra gli abitanti del nord e quelli del sud sono sempre più tese, e il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, ha chiesto alle Nazioni Unite di schierare i caschi blu per evitare che la situazione degeneri. In un incontro con i rappresentanti del consiglio di sicurezza dell’Onu, il ministro degli esteri sudanese Ali Karti ha ribadito che il suo paese “non vuole la guerra”, specificando però che in caso di ingerenze non accetterà il risultato del referendum.

L’incontro ha affrontato anche il problema dei ritardi nei preparativi: Karti si è impegnato a rispettare la data del voto ma ha sottolineato anche la necessità di definire i dettagli relativi alla disputa su Abyei e alla spartizione dei proventi del petrolio. Con una posta in gioco così alta era prevedibile una simile escalation.

L’indipendenza del sud è vicina, ma il nord preferirebbe non andare avanti. L’idea di un rinvio del voto sembra sempre più allettante.

Mohammed Larbi, El Watan, Algeria

Il punto della situazione

Il 9 gennaio 2011 è previsto il referendum sull’indipendenza del Sud Sudan, cristiano e animista, dal nord musulmano. dal 2005 il Sud Sudan ha un governo autonomo con sede a Juba. Si voterà anche nella regione contesa di Abyei, ricca di petrolio, dove gli abitanti devono decidere se unirsi al nord o al sud. Il 12 ottobre, però, sono falliti i colloqui per stabilire i termini del voto ad Abyei. Le questioni in sospeso riguardano la linea esatta del confine, la formazione della commissione organizzatrice del referendum e la partecipazione al voto di una tribù nomade del nord.

(tradotto da Internazionale n° 871)


17-11-2010

Approfondimenti:

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