Nuove tecnologie di comunicazione in Africa

Nuove tecnologie di comunicazione in Africa

dicembre 2010
Con il telefonino il contadino keniano fa operazioni sul suo conto bancario, e quello tanzaniano si informa sui prezzi nei mercati agricoli della città. E gli SMS mobilitano la protesta politica.

Nel 2000 si contavano in Africa 16 milioni di abbonati alla telefonia mobile. Solo 8 anni più tardi, nel 2008, erano ben 376 milioni: una crescita strabiliante per un continente considerato refrattario ai cambiamenti e lento nelle trasformazioni sociali ed economiche. Un altro dato: se nel 1999 in tutto il continente (Africa del nord e sub-sahariana) solo il 10% della popolazione possedeva un telefonino, oggi è il 60% degli africani a possedere e usare regolarmente un cellulare.

Antropologi e sociologi hanno cominciato ad includere nei loro campi di osservazione e ricerca anche questo piccolo strumento, petulante e impiccione, ma oramai diventato un componente insopprimibile della vita quotidiana. E si chiedono: il telefonino ha cambiato qualcosa nei rapporti sociali, negli atteggiamenti, nelle dinamiche della vita economica e della partecipazione politica?
Alcuni studi sono stati raccolti dal camerunese Francis Nyamnjoh e dalle olandesi M. de Bruijn e I. Brinkman nel volume Mobile Phones: the New Talking Drums of Everyday Africa, edito nel 2009 dall’African Studies Centre di Leiden.

Una società rimodellata

Esperienze provenienti da vari paesi mostrano che la telefonia mobile sta rimodellando con una rapidità del tutto inedita la società africana. Ma soprattutto che gli africani si sono appropriati in modo originale di questa nuova tecnologia, adattandola al proprio uso e ai propri bisogni. Dal Camerun si fa notare che il cellulare comprime le distanze, rende gli emigranti più capaci di affrontare lunghi periodi di separazione dalla famiglia e dagli amici.

La telefonia mobile è stata un vettore della liberalizzazione economica: se le imprese statali che ancora hanno il monopolio del fisso sono simili a ippopotami lenti e impacciati, le imprese private che gestiscono il mobile sono gazzelle che corrono rapide e cambiano continuamente direzione. Se in Camerun la notizia della morte del Kaiser Guglielmo 100 anni fa impiegò 27 giorni per arrivare fino alla colonia, oggi con una campagna di SMS le notizie di uno sciopero represso con la violenza o di un broglio elettorale si diffondono in tempo reale in tutto il paese e suscitano una mobilitazione istantanea.

A Khartoum, invece, il telefonino sta accelerando l’emancipazione della donna sudanese. Anche se il marito la vuole recludere in casa, essa ha il mezzo per intrattenere le sue relazioni sociali, rimanere sempre informata, crearsi liberamente la sua rete di amicizie. Gli imam possono tuonare contro il cellulare che introduce l’immoralità in famiglia: ormai la rivoluzione non si può più fermare.

In Burkina Faso il cellulare è uno strumento di lotta contro l’analfabetismo

Uno studio dal Burkina Faso indaga sui rivenditori di telefonini. Si scopre che la maggior parte di loro erano studenti ed ex-immigrati ritornati dall’Europa con la valigia piena di telefonini di seconda mano. Hanno aperto un negozietto per vendere questi apparecchi a prezzi stracciati, che il popolo ha battezzato “au revoir la France”. Ben presto hanno ampliato il loro business e oggi sono una categoria socio-economica invidiata. Una scoperta sensazionale è che il cellulare sta contribuendo ad abbattere drasticamente l’analfabetismo: tutti vogliono servirsi degli SMS, e chi non sa usare la penna impara in fretta a digitare delle parole abbreviate in un nuovo criolo franco-burkinabé.

Dalla Tanzania ci arriva l’esperienza dei contadini di zone distanti dalle grandi città, che oramai dipendono dal telefonino per programmare le loro culture e il momento della vendita. Il grossista della città informa il coltivatore sui prezzi e sulla domanda, e il produttore si adatta con elasticità. E dove il segnale radio è debole, si inventano espedienti, come quello di far arrampicare una “vedetta” con il telefonino in mano su un alto albero in cima alla collina. Appena riceve il prezioso SMS, lo trasmette a voce o con il tam-tam ai suoi compagni.

Telefonia mobile e azione collettiva di mobilitazione

Quest’anno in Sudafrica è stato pubblicata un’altra preziosa raccolta di studi sul campo: SMS Uprising. Mobile Phone Activism in Africa. La curatrice è Sokari Ekine, e l’editrice è Pambazuka Press. La prospettiva di queste ricerche è diversa: l’uso del cellulare per coscientizzare, denunciare abusi, mobilitare, trasmettere informazioni con valenza politica. “La gente della base ha cominciato ad interrogarsi sul modo in cui può usare questa tecnologia per accelerare il cambiamento sociale e l’azione collettiva”, scrive Ekine. Anche qui le esperienze raccontate sono sorprendenti. In Uganda il progetto Wougnet (Women of Uganda Network) ha sviluppato una rete di collegamento tra decine di migliaia di donne che funziona tramite gli SMS.

Informazioni utili per il lavoro agricolo o la salute dei figli, denunce di violenze domestiche o di soprusi dell’amministrazione vengono condivise tra le donne vie SMS. Azioni comuni possono poi essere intraprese mobilitandosi attraverso il cellulare. Nel martoriato est del Congo invece con il cellulare si lotta contro il fenomeno dei bambini-soldato. Il progetto Ajedi tramite SMS raccoglie dati su violazioni dei diritti dei minori; con questi prepara dei rapporti che invia alla missione dell’Onu nella regione, e poi, sempre via SMS, diffonde le istruzioni per dare assistenza ai bambini coinvolti. Il progetto Ushaidi, invece, permette di raccogliere segnalazioni di atrocità commesse da militari e ribelli nel Nord Kivu, e le rende pubbliche su Internet.

Fare politica con gli SMS

Costa d’Avorio, 30 ottobre 2010: l’ente statale di controllo delle comunicazioni impone la sospensione del sistema SMS per 3 giorni, dal giorno delle votazioni a quello della proclamazione dei risultati. L’associazione Internet Sans Frontière aveva predisposto Wonzomai, uno strumento per raccogliere via SMS informazioni dai cittadini su incidenti elettorali e diffonderli via Internet. Ma Wonzomai resterà muto. Per capire questa decisione, ricordiamo qualche fatto passato.

Maputo, la capitale del Mozambico, due mesi fa è stata messa a soqquadro da violente proteste. La gente è scesa in piazza per manifestare contro gli aumenti decisi dal governo: farina, benzina, elettricità, acqua. Chi ha mobilizzato le folle dei manifestanti? Non i partiti dell’opposizione e neppure i sindacati, ma un piccolo strumento entrato nella vita quotidiana: il telefono cellulare. Non si sa chi ha dato inizio, ma SMS come i seguenti: “Partecipa al grande giorno dello sciopero”, “Protesta anche tu contro gli aumenti”, si sono propagati come un virus nei telefonini degli abitanti di Maputo, e più nessuno è riuscito ad arginare la protesta. Il governo, sorpreso, ha messo in strada la polizia: 13 manifestanti hanno pagato con il loro sangue. Ha poi tentato di imporre alle compagnie telefoniche il blocco degli SMS. Alla fine ha alzato bandiera bianca: revocati gli aumenti.

Kenya, 4 gennaio 2008: Michael Joseph, direttore esecutivo di Safaricom, principale operatore di telefonia mobile del paese, riceve la visita riservata di un emissario del governo di Mwai Kibaki. Gli viene chiesto di mandare volutamente in tilt il sistema SMS. Il paese è in preda alle violenze post-elettorali che hanno già fatto un migliaio di morti. Il bersaglio sono soprattutto i membri dell’etnia kikuyu, cui appartiene il capo dello Stato, dichiaratosi affrettatamente vincitore in elezioni contrastate. La rivolta è alimentata da una valanga di SMS che si propagano in un attimo sui cellulari ai quattro angoli del paese: “Compagni keniani, i kikuyu hanno rubato il futuro dei nostri figli. Dobbiamo trattarli con l’unico mezzo che conoscono: la violenza”. Il direttore di Safaricom non si lascia intimidire, e fa una controproposta: “Mandiamo piuttosto ai nostri 9 milioni di abbonati dei messaggi che invitano alla pace, alla calma, alla ragione”.

Gli esempi dell’uso degli SMS come strumento di lotta politica sono tanti, e interessano vari paesi del continente: nel 2007 in Uganda una protesta pacifica fu organizzata via SMS per convincere il governo a ritornare sulla decisione di cedere la foresta di Mabira ad alcune imprese agro-industriali che volevano abbattere gli alberi secolari per piantare canna da zucchero. In Nigeria nel 2008 gli elettori del Plateau State furono avvertiti via SMS da un’associazione per i diritti dei cittadini che erano in corso dei brogli in alcuni seggi elettorali. Le loro proteste portarono all’annullamento di quelle elezioni. Nel 2008 in Zimbabwe il regime dittatoriale di Mugabe tentò di mettere a tacere gli oppositori nella competizione elettorale. Chiusi con la forza giornali ed emittenti indipendenti, la mobilitazione dei sostenitori dei partiti di opposizione avveniva tramite SMS.

Il satellite africano

Il 4 agosto 2010 diventerà una data da ricordare nella storia dei mezzi di comunicazione africani. Quel giorno è stato messo in orbita RQ1R, il satellite africano per le telecomunicazioni. L’iniziativa è stata promossa dalla Rascom, l’organizzazione panafricana per le comunicazioni via satellite, ed è stata finanziata al 63% dal fondo di investimento libico Libya Africa Investment Portfolio, al 25% da un consorzio di 45 operatori telefonici del continente, e al 12% dell’italo francese Thales-Alenia Space, che l’ha fabbricato. Non è il primo satellite africano: tre anni fa è stato lanciato il suo gemello, RQ1, ma ha avuto fin dall’inizio dei problemi tecnici che gli ha impedito di compiere la sua missione. RQ1R invece sta funzionando bene, e ci si aspetta che realizzerà il suo triplice obiettivo: offrire i servizi di internet a banda larga agli utenti delle grandi città africane, portare il telefono a basso costo anche nelle zone rurali più remote del continente, e favorire lo sviluppo della tv digitale in Africa per mezzo di minori costi e maggiore disponibilità di canali digitali ad alta definizione.

Il boom delle tv private

Se i media degli anni ‘90 sono stati marcati dalla diffusione e moltiplicazione prodigiosa delle stazioni radio FM, i media del primo decennio del 21º secolo sono caratterizzati dal boom delle tv private in Africa. Nella maggior parte dei paesi africani è stato smantellato il monopolio statale sulla emittenza televisiva, e la liberalizzazione delle frequenze ha permesso la creazione di 400 nuove reti. Grossi investimenti sono stati effettuati dalle imprese africane già impegnate nei media tradizionali (stampa, editoria, radio), come in Senegal dove il gruppo editoriale Wal Fadjri ha lanciato in grande stile la tv commerciale Walf TV.

Oppure in Camerun, dove è nata TV Equinox, ad opera dell’imprenditore Séverin Tchounken, già proprietario di quotidiani e dell’omonima radio di successo. Qualcuno fa notare che in non pochi casi questi investitori fanno parte di una oligarchia legata a doppio filo al partito che detiene il potere nel loro paese, ma è innegabile che hanno portato una ventata di novità nel modo di fare informazione televisiva e di intrattenere il grande pubblico.

La tv africana aveva faticato parecchio a consolidarsi. È solo alla fine degli anni ‘80 che tutti paesi sono riusciti a disporre di un proprio servizio pubblico. La televisione inghiottiva una buona fetta dei finanziamenti statali ai media, ma si pensava che desse un buon ritorno. Tra tutti i media, era quello ritenuto più efficace nel promuovere l’unità e l’identità nazionale. È la televisione che negli anni del mono-partitismo ha creato il mito del padre della nazione, come Houphouet Boigny in Costa d’Avorio e Mobutu nell’ex-Zaire.

Sudafrica all’avanguardia nel digitale

Quasi contemporaneamente alla privatizzazione della tv africana esplode il mercato della tv digitale satellitare. Bisogna ricordare che l’Africa è stata pioniera in questo campo tecnologico. Già alla fine degli anni ’80 infatti la sudafricana M-Net, società del colosso mediatico mondiale Naspers, faceva esperimenti sulla diffusione del segnale tv via satellite. La geografia del Sudafrica scoraggiava i privati a diffondere il segnale per via terrestre. Il satellite sembrava un mezzo più economico e più efficace. Da M-Net è nata Multi-Choice, che nel 1995 è stata una delle prime emittenti al mondo a trasmettere in digitale.

Dal Sudafrica ha esteso il suo servizio ai paesi anglofoni dell’Africa australe e occidentale. Oggi è la prima piattaforma di tv a pagamento nel continente con 3 milioni di abbonati. Supera di gran lunga il suo concorrente Canal Horizon, una società del gruppo francese Vivendi, che però vanta la supremazia nei paesi francofoni. Per mezzo di un’antenna parabolica di piccole dimensioni e un decoder, il grande pubblico africano ha accesso a una grande varietà di canali tv europei e mondiali, dalla BBC a France 5, dalla CNN a Tele Globo. Certo si deve pagare un canone di abbonamento, che non è alla portata dell’africano medio, ma in Africa la televisione favorisce la socialità, e attorno a un apparecchio collocato all’aperto sotto la veranda o nel proprio cortile, si radunano diverse decine di persone, non solo familiari ma anche amici e vicini.

Sport e informazione, i programmi preferiti

È lo sport che ha fatto la fortuna della digitale satellitare. E tra gli sport il calcio fa la parte del leone. La CAN (Coppa Africana per Nazioni) e il campionato del mondo arrivano nelle zone remote dell’Africa solo attraverso il satellitare. Per guadagnare prestigio i ricchi commercianti o le persone influenti del villaggio mettono a disposizione degli abitanti un apparecchio e un abbonamento alla pay-tv per non perdersi le più forti emozioni del calcio. Ma anche la Premier Ligue o il campionato spagnolo e francese, dove giocano i migliori calciatori africani, sono i programmi con il più alto indice di ascolto. E i recenti campionati del mondo il Sudafrica hanno fatto impennare ascolti e numero di abbonati.

Ma non c’è solo lo sport dietro il successo della pay-tv: c’è anche il bisogno di informazione. Il pubblico è insoddisfatto dei notiziari delle televisioni pubbliche, che spesso sono solo una cassa di risonanza del governo. Le grandi catene mondiali di news hanno sempre una pagina speciale dedicata all’Africa, che permette di avere un’informazione più neutra e più completa. Emblematico è ciò che è successo nel febbraio del 2002 in Angola. La sera del 22 il telegiornale della tv statale in un breve comunicato annuncia che Jonas Savimbi , il capo dei ribelli, è stato ucciso da militari governativi. La sera dopo vengono anche mostrate alcune immagini. Ma è solo quando le stesse immagini sono trasmesse e commentate dal notiziario della RTP (Radio Televisione Portoghese) che la gente si convince che la notizia è vera e non solo propaganda del governo, e comincia a festeggiare la fine della guerra civile.

Fino a 2-3 anni fa le pay-tv africane seguivano una politica di alti prezzi in cambio di prodotti di qualità, perché avevano come target le classi medio-alte delle città. Oggi la politica commerciale è cambiata: di fronte al forte aumento della domanda i prezzi si sono abbassati, le offerte sono diversificate e rivolte a più fasce sociali. Nel bouquet sono state inserite anche molte reti africane, e nella programmazione non mancano mai le produzioni locali: serie televisive, programmi satirici, documentari.

Chi controlla la telefonia mobile?

Bharti Airtel

Chi usa un telefonino in un paese africano è abituato a vedere cambiare spesso il nome del suo operatore. Il mercato della telefonia mobile è stato molto movimentato in questi ultimi cinque anni: acquisizioni, fusioni, arrivo di nuovi operatori, fallimento di altri. È difficile tracciare la mappa delle società telefoniche, perché diventa presto obsoleta. Non c’è dubbio che la notizia più importante del 2010 è stato l’acquisto di Zain-Africa da parte del gigante indiano delle telecomunicazioni Bharti Airtel. Apparteneva alla MTC, multinazionale del Koweit. Nel 2005 per 3,4 miliardi di dollari MTC si era impadronita di Celtel, società olandese tra le prime ad operare in Africa, cambiandole nome in Zain (grazioso, in arabo). Gli indiani hanno sborsato ben 10,7 miliardi di dollari, pur di fare il loro ingresso nel promettente mercato africano. Sono meno del 40% gli africani che hanno un telefonino, ma il tasso di crescita è a doppia cifra e i margini di profitto sono più alti rispetto agli altri continenti ormai giunti alla saturazione. Bharti Airtel eredita così 42 milioni di abbonati in 15 paesi africani. Ma è ancora lontano dal contendere la leadership alla sudafricana MTN (Mobile Telephone Network), il più antico operatore, diffuso in 16 paesi, con più di 100 milioni di abbonati in Africa e Medio Oriente. Ma MTN deve lottare in casa propria con il concorrente di sempre, Vodacom, che nel 2009 è passata sotto il controllo del n° 1 mondiale Vodafone. Vodacom è concentrata in sei paesi dell’Africa australe, dove dispone di 35 milioni di clienti.

Orange e Vivendi

Nei paesi francofoni e nell’Africa del Nord sono molto attive le francesi Orange e Vivendi. La prima è proprietà di France Telecom, ed è presente in 15 paesi con 45 milioni di abbonati, e disputa con MTN il primo posto in Africa. Da pochi anni ha allargato il raggio d’azione: ha fatto breccia in Uganda e in Kenya. Vivendi è l’ultima arrivata: è presente solo in quattro paesi (Marocco, Mauritania, Burkina e Gabon), dove ha operato diversi acquisti e dispone di circa 20 milioni di abbonati, ma è molto attiva e vuole aumentare il suo peso. Ricordiamo anche Orascom, società del gruppo che fa capo all’egiziano Naguib Nawiris, proprietario anche di Wind-Infostrada. È presente soprattutto in Africa del Nord e avrebbe circa 25 milioni di abbonati. È di poche settimane fa la notizia dell’accordo con il gruppo russo Vimpelcom per una fusione delle reciproche attività telefoniche.

E la Cina?


È presente non come operatore, ma come il principale fornitore di apparecchi e attrezzature. I telefonini ZTE e Huawei sono i più venduti in Africa. I loro prezzi sono sempre 30-40% più bassi rispetto a quelli degli europei Nokia e Siemens. Le loro vendite crescono al ritmo del 25% annuo. ZTE e Huawei sono anche i principali fornitori di attrezzature per gli impianti di telecomunicazioni, sia per gli operatori privati di telefonia mobile, che per le Telecom statali. Si inseriscono in una strategia globale del governo cinese, che combina insieme un’offerta di miglioramento delle infrastrutture dei trasporti, della produzione di energia e della comunicazione. Questa offerta è sostenuta da prestiti competitivi ai governi africani, ma è criticata per l’ambiente di corruzione e di frode che essa alimenta.

5-12-2010

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