Ascoltare il vangelo proclamato in 500 lingue

Ascoltare il vangelo proclamato in 500 lingue

gennaio 2011
Sarebbero circa 350 milioni le persone che non possono leggere la Bibbia nella propria lingua materna. Sono dati forniti da “The World is Life”, una delle maggiori organizzazioni no-profit che promuove e sostiene progetti di traduzione della Bibbia in varie lingue del mondo.

Un’altra associazione, “The Faith Comes by Hearing”, sta realizzando un programma di registrazione vocale del Nuovo Testamento tradotto in diverse lingue parlate sulla terra. Finora lo ha fatto per 500 lingue. Nel sito dell’associazione chiunque può ascoltare o scaricare i file vocali, e ascoltare il vangelo e le lettere di Paolo in una delle lingue parlate dai vari popoli della terra.

Novethan Shanui, un Pastore nel villaggio di Bambalang, in Camerun, dove si parla il chirambo, così spiega l’importanza di tradurre la Bibbia anche nelle lingue parlate da piccoli gruppi di popolazione:

“Le persone conoscono e identificano il cristianesimo come qualcosa che appartiene a loro, solo quando lo ascoltano nella propria lingua. In passato, ma in parte ancora oggi, molti pensavano che il cristianesimo fosse la religione dell’uomo bianco. Ritengo che ciò dipenda dal fatto che non possono leggere la Bibbia e altri testi cristiani nella propria lingua materna. Onestamente credo che se il Cristianesimo appartiene anche a loro, dovrebbe essere offerta loro la Bibbia tradotta nella loro lingua? Perché mai Dio non si sarebbe espresso anche nel loro linguaggio? Quindi, credo che la Bibbia scritta nel loro idioma aiuti a far sì che sentano il cristianesimo come qualcosa che appartiene loro.”

Ma tradurre la Bibbia non è impresa semplice. Di recente, David Frank ha raccontato la sua esperienza di traduttore nel suo blog “Better Bibles Blog”. Egli è coordinatore di un progetto di traduzione in una lingua parlata in Sudafrica:

“Ho seguito in questi giorni la traduzione del Vangelo di Luca in una lingua che non ha mai avuto una versione della Bibbia, parlata da un popolo che ha avuto pochissimi contatti con il cristianesimo. È una lingua piuttosto isolata, geograficamente e culturalmente. Com'era prevedibile, la traduzione presentava non poche sfide, incontrando termini specifici di flora, fauna e geografia. Qui vi sono pecore e mucche, ma questa popolazione non ha asini o cammelli, e non possiede un vocabolo per nominarli. Per questo abbiamo dovuto adattare così il famoso versetto di Luca 18, 25: È più facile per un ippopotamo passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio”.

È lecito fare adattamenti di questo tipo, forzando un po’ il testo letterale originale? Secondo questo traduttore sì, è lecito. Ciò che conta è permettere all’ascoltatore di capire il senso delle parole di Gesù inquadrandole nel proprio universo di significati.

Eddie Arthur, direttore del "Wycliffe Bible Translators", un’organizzazione inglese, considera la figura del traduttore da un’ottica di arricchimento personale:

“È una verità fondamentale, rilevata da molti autori, che portare il Vangelo nelle diverse culture inevitabilmente cambia la persona che trasmette il messaggio. Questo è particolarmente vero per i traduttori. L'impegno per esprimere la verità di Dio all'interno dei limiti di un'altra lingua e di una nuova cultura inevitabilmente apre ai traduttori nuovi orizzonti e offre nuove conoscenze della natura e delle caratteristiche di Dio. La mia esperienza personale nel cercare di comprendere la natura della redenzione nella cultura kouya (Costa d’Avorio) ne è un esempio. I Kouya vedono la salvezza prima di tutto come una liberazione dai poteri spirituali. Il loro concetto di espiazione aggiunge una profondità e un’ampiezza di pensiero che sono assenti nella maggior parte dell'esegesi occidentale”.

Nel suo blog, Eddie Arthur riflette anche sulla questione degli effetti del lavoro missionario cristiano sulla cultura locale. I detrattori dei missionari sostengono che le culture e le lingue autoctone siano state modificate dall’introduzione del cristianesimo. Del tutto opposta l’opinione di coloro che traducono la Bibbia: essi ritengono che il loro lavoro contribuisca, al contrario, a preservare le culture indigene attraverso l’alfabetizzazione della popolazione.

Come rispondere quindi alla domanda: "la Bibbia tradotta cambia o conserva la cultura"?

Eddi Arthur tenta di dare questa risposta: “Bisogna considerare tre aspetti quando si parla di Vangelo e di cultura. Primo, il Vangelo non appartiene a nessuna cultura. Si può essere cristiani dogon e restare autentici dogon, come si è cristiani inglesi e si rimane inglesi. Secondo, il Vangelo cambia le culture con le quali entra in contatto. Nessuna cultura è perfetta e il Vangelo si confronta con quegli aspetti culturali che non si uniformano alla volontà divina, come può essere il materialismo sfrenato delle società occidentali, o i sacrifici cruenti dei dogon. Terzo, la cultura non è statica, mai. Tutte le culture vivono un cambiamento costante. È sbagliato pensare che alcune culture si mantengono incontaminate, ed è ancora più sbagliato accusare i cristiani di averne modificate delle altre. Anche le culture più isolate si evolvono nel tempo e se esposte ad altre culture molto diverse cambiano più velocemente.”

Nel sito Global Voices si possono trovare altre testimonianze di traduttori della Bibbia in lingue autoctone africane.

Guarda un video che mostra il lavoro dei traduttori della Bibbia in babanki, lingua parlata in Camerun, che utilizzano uno particolare software chiamato Adapt It:



14-01-2011

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