Circus Ethiopia: spettacolo e educazione

Circus Ethiopia: spettacolo e educazione

gennaio 2011
L’arte e la creatività, nelle loro molteplici forme, riescono talvolta ad avere un impatto sociale molto più forte di tanti bei discorsi politici o di progetti che poi si rivelano vani. La musica, la danza, la pittura, tutte le espressioni artistiche hanno da sempre la capacità di trasformarsi in strumenti utili per diffondere messaggi importanti.

In Etiopia, sin dagli anni Novanta, uno dei canali di comunicazione sociale più efficace è risultata essere l’arte circense: acrobati, giocolieri, contorsionisti elargiscono sorrisi al pubblico e al contempo lo sensibilizzano sul delicato e quanto mai diffuso problema dell’AIDS.

In tutto il Paese si contano oltre una decina di compagnie circensi, tra cui il Circo Jimma, il Circo Dire Dawa, il Circo Tigrai e quello denominato Addis Ababa. Unendo pratiche tradizionali alle tendenze moderne, i vari gruppi danno forma a un grande movimento, attraverso cui creare una forte identità nazionale, divulgando notizie positive, eticamente incisive. Tutte le compagnie hanno in comune la medesima convinzione: l’arte circense può diffondere importanti messaggi educativi.

Per far ciò, da un lato, enfatizzano la pluralità delle voci delle diverse etnie, riconoscendo e celebrando il rispetto di tutte le culture presenti in Etiopia; dall’altro, forniscono informazioni relative alla salute e allo sviluppo sociale. Gli artisti appartengono a vari gruppi etnici dell’Etiopia, in particolare sono di origine Amhara, Gurage, Oromo; alcuni sono cristiani ortodossi, altri musulmani; la maggioranza proviene da famiglia povere.

L’arte circense è diventata popolare in Etiopia per una serie di fattori. Innanzitutto, il circo è uno spazio accessibile a tutte le famiglie, a prescindere dal livello di ricchezza o povertà; inoltre permette di creare momenti di divertimento, tramite i linguaggi della danza, della musica, della giocoleria che gli etiopi riconoscono come espressioni nazionali.

I vari direttori artistici dei circhi utilizzano leggende locali, canzoni, danze e vestiti tradizionali per far propria l’essenza autentica dell’Etiopia. Si tratta di spettacoli gratuiti, che hanno destato l’attenzione di ONG e di agenzie governative, le quali realizzano progetti educativi utilizzando proprio i messaggi didattici diffusi dagli artisti.

Dare un futuro ai bambini di strada

Ogni anno, migliaia di persone assistono agli spettacoli circensi per le strade delle città dell’Etiopia o guardandoli in tv. A causa della mancanza di fondi, alcune compagnie circensi hanno dovuto chiudere i battenti. “Tuttavia, nonostante le difficoltà, si contano circa 25 circhi in tutta la nazione”, ha messo in evidenza Leah Niederstadt, antropologa statunitense che ha studiato in presa diretta questo fenomeno.

Il Circo Addis Ababa è stato il primo ad essere istituito, nei primi anni Novanta del XX secolo. A fondarlo sono stati Andy Goldman, statunitense, attivo presso l’Associazione Nazionale per la tutela degli ebrei in Etiopia, e Marc LaChance, franco-canadese, impiegato presso la International Community School. Insieme a ONG internazionali e ad associazioni etiopiche, LaChance e Goldman, durante gli anni ’90, iniziarono a coinvolgere i godana tedadari, cioè i bambini di strada.

Grazie all’ingresso nel mondo circense, i bambini etiopi senza famiglia e senza dimora hanno potuto conoscere una realtà diversa, che offre loro nuove prospettive di vita: non devono più elemosinare soldi, bensì li guadagno attraverso questa forma d’arte. Ad attirare i godana tedadari verso il circo sono proprio le storie narrate durante gli spettacoli, molte delle quali raccontano in forma cantata e danzante la dura vita dei bambini di strada.

Dal 1993, il grande movimento circense è stato riconosciuto ufficialmente dal governo etiope, grazie allo sviluppo di un’organizzazione di rappresentanza chiamata Circhi d’Etiopia (CIE), attraverso cui vengono offerti vari servizi e supporti, anche finanziari.

Sensibilizzare il pubblico contro il flagello dell’HIV

Nel 2002, il Circo Addis Ababa e il Circus Dire Dawa hanno realizzato uno spettacolo di forte impatto, chiamato Mekabir Kofari, che significa “i seppellitori”. Un titolo che si comprende bene solo svelando la trama raccontata nello spettacolo. I protagonisti sono due becchini che diventano ricchi per l’alto numero di decessi dovuti alla piaga dell’AIDS.

Durante la performance circense vengono descritti i principali comportamenti e le negligenze che provocano la diffusione del virus dell’HIV: dal riutilizzo di lamette e siringhe (prima adoperate da persone a rischio), ai rapporti sessuali non protetti. Queste forti tematiche vengono delineate utilizzando anche strutture espressive ironiche, tramite la forte spinta caricaturale dei due becchini che continuano a diventare sempre più ricchi.

Ma come hanno ben rappresentato gli artisti del Circo Dire Dawa, con lo spettacolo I’m a Rich Man. How Can I Die? – “Sono un uomo ricco. Come posso morire?” - anche chi è circondato dal lusso, anche chi non ha alcun problema economico, non è certo immune dal virus dell’HIV. Il protagonista del racconto portato in giro dal Circo Dire Dawa scopre di essere positivo e contrae l’AIDS: a causa della malattia perde le sue ricchezze e il suo status sociale. Contagia la moglie e anche la sua amante, la sorella di un povero giovane lustrascarpe.

Questa e altre rappresentazioni circensi si prefiggono di fornire una prevenzione contro il flagello dell’AIDS e non vogliono in alcun modo ghettizzare chi ne è affetto. Attraverso i forti simbolismi del circo la gente interiorizza messaggi importanti, venendo sensibilizzata su questioni educative e sanitarie centrali per un cambiamento evolutivo sia degli individui, sia dell’intera società.

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13-01-2011

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