Mo Ibrahim: “Il mio Sudan deve guardare avanti"

Mo Ibrahim: “Il mio Sudan deve guardare avanti"

gennaio 2011
Una sera, una quarantina di anni fa, un Sudanese del Nord abbastanza progressista dava una conferenza a Khartoum. Parlava dei problemi che suscita il sottosviluppo cronico del Sud-Sudan e della necessità di rafforzare il sentimento di fraternità e di unità tra i Sudanesi, se avessimo voluto costruire un’unica nazione. Un Sudanese del Sud si è alzato e ha riportato tutti alla realtà. “Tutto ciò che dice va molto bene” – aveva detto al conferenziere. “Ma lei mi autorizzerebbe a sposare sua sorella?” Quarant’anni più tardi i pregiudizi a cui faceva allusione quell’uomo esistono ancora.

Il Sudan è un vero laboratorio. Se noi, che siamo il più grande paese del continente, che va dal Sahara al Congo, che mette in comunicazione fra loro una moltitudine di culture, religioni, etnie, fossimo capaci di costruire uno stato prospero e in pace, allora tutta l’Africa ne sarebbe capace!

Ma il fatto che noi abbiamo fallito in questo obiettivo suona come un avvertimento per tutta l’Africa. Se il Sudan comincia a scricchiolare, l’onda d’urto si propagherà molto lontano.

Oggi Khartoum ha un’apparenza di normalità, di modernità di relativa agiatezza. Niente a che vedere con il resto del paese: la mancanza di investimenti, il sotto-sviluppo e il fatto che grosse fette della popolazione sono state escluse dalla vita politica, tutto ciò ha rafforzato le identità locali.

Il referendum e la divisione in due stati: le radici vanno indietro nel tempo

Noi non abbiamo saputo coltivare quel sentimento di fraternità e di unità, anzi, tutto il contrario! Dall’Indipendenza in poi, la maniera in cui il Sudan è stato governato ha impedito il formarsi di una volontà comune di tutti i Sudanesi.

Il regime del presidente Omar el-Bechir ha aggravato il problema, nel suo cercare il potere assoluto e nel reprimere la contestazione. Risultato: una serie di guerre civili al Sud, all’Est e nel Darfur, all’Ovest. Il nostro paese è stato lacerato in brandelli.

Il risultato del referendum non è un mistero, e la separazione è oggi inevitabile. Il meno che si possa fare è di dividerci pacificamente, rimanendo buoni amici.

Io non credo che il Partito del Congresso Nazionale (NCP) al potere a Khartoum, e il Movimento Popolare di Liberazione del Sudan (SPLM) che governa il Sud, vogliono combattere. Una nuova guerra civile metterebbe senza dubbio il punto finale al regime del NCP al Nord, e devasterebbe un Sud già ora molto povero. I dirigenti dei due fronti sono sufficientemente intelligenti per saperlo.

Ma il Nord ora deve trovare una soluzione alla questione del Darfur (che non è legata a quella del Sud-Sudan), e i capi dei tre principali movimenti ribelli devono mettersi d’accordo su un calendario per negoziare la pace.

Un governo è onesto, quando anche l'opposizione è onesta

Il governo di Khartoum si sente isolato e assediato, criticato da tutti: dalla sua popolazione e persino dai suoi vicini arabi, di solito abbastanza concilianti gli uni verso gli altri. Deve riflettere sulle conseguenze di 21 anni di regno assoluto, e tirare il suo proprio bilancio (nel quale dovrà ora figurare anche la secessione del Sud). Se ti trovi in un buco, devi smettere di scavare.

Ma i governi onesti hanno bisogno di opposizioni oneste. A Khartoum noi abbiamo dei partiti di opposizione invecchiati, diretti dalle stesse persone di quando ero bambino, che mancano tanto di visione quanto di coerenza.

Il Sud dovrà confrontarsi con il compito immane di costruirsi in quanto nazione. La guerra civile e il sotto-sviluppo non l’hanno aiutato a dotarsi di infrastrutture e di istituzioni. Per di più, il Sud non è quell’insieme omogeneo che si vede spesso descritto. Deve anch’esso costruire un’identità nazionale, rappresentativa della diversità del suo popolo.

Il Sudan non può più permettersi di mettersi sulla riva sbagliata della Storia. Il Nord e il Sud dovranno lavorare insieme, ma ci riusciranno? Meno di vent’anni prima dell’Indipendenza dell’India e della creazione del Pakistan, Winston Churchill diceva: “L’India è un termine geografico. L’India non è un paese più di quanto lo sia l’equatore”. È con grande tristezza che noi Sudanesi dobbiamo ammettere che ciò vale anche per noi.

Mo Ibrahim su Financial Times

Mo Ibrahim è il più importante imprenditore Sudanese, fondatore e presidente del gruppo di telecomunicazioni Celtel. Ha creato la Fondazione che porta il suo nome, che ogni anno stila la classifica della governance in Africa

28-01-2011

Nel nostro sito: il premio del buon governo in Africa, attribuito ogni anno dalla Fondazione Mo Ibrahim

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