Voci e reazioni dal Sudan

Voci e reazioni dal Sudan

febbraio 2011
“Liberi!”, inneggiavano le persone a Juba, principale città del Sud Sudan, il giorno in cui sono stati resi noti i dati ufficiali di uno storico referendum, tenutosi dal 9 al 15 gennaio 2011. Il risultato del popolo è chiarissimo: il 98,83% degli elettori del sud ha votato a favore della secessione, mentre nei seggi aperti nel nord della nazione “solo” il 58% si è espresso a favore della separazione delle due regioni.

Il verdetto delle urne non ha lasciato dubbi e così nel 2011 vediamo sorgere un nuovo Stato africano, il 54° per l’esattezza, che prenderà il nome di Repubblica del Sud Sudan e la capitale sarà Juba. Usiamo ancora il futuro, perché l’effettivo giorno della proclamazione dell’indipendenza è il 9 luglio prossimo.

In questi mesi può succedere di tutto, vista la forte instabilità del Maghreb, della Costa d’Avorio e di nazioni arabe, come lo Yemen e il Bahrein, dove si chiede a gran voce libertà, democrazia e un’equa distribuzione delle ricchezze.

s-110224 sudan mapA livello politico c’è grande fermento. Il Movimento popolare per la liberazione del Sudan (SPLM), il principale partito del Sud Sudan, ha proposto di fare del suo vessillo la bandiera del nuovo Stato. Le due parti del Nord e del Sud dovranno consultarsi su questioni delicate, come la demarcazione dei confini, della distribuzione dell’acqua e delle risorse petrolifere e della suddivisione del debito internazionale.

Si è giunti a questo risultato dopo oltre 20 anni di guerra civile fra la zona settentrionale, a maggioranza araba e musulmana, e il sud, nero, cristiano e animista. Un conflitto scandito inoltre dalla tragedia del Darfur che, secondo stime Onu, in sei anni ha provocato più di 300mila morti e quasi tre milioni di sfollati.

I sudanesi, del nord e soprattutto del sud, si stanno ponendo molte domande sulla secessione e in particolare chiedono un miglioramento delle loro condizioni di vita. Sono stanchi dei combattimenti e dell’insicurezza generale. Vogliono cambiamenti sociali concreti.

Sul sito del SouthSudanNation, on line dal 2003, da sempre sostenitore della separazione tra nord e sud, leggiamo una lettera di Reech Mayen, abitante della regione del Sud Sudan, in cui si domanda: “Come possiamo costruire la Repubblica del Sud Sudan? Abbiamo lottato per la nostra libertà e ottenuto l’indipendenza attraverso un referendum, esercitando il diritto all’auto-determinazione. E adesso? Le persone hanno delle necessità. Le loro attese sono tangibili”.

Reech Mayen elenca una serie di aspetti prioritari che il governo della nuova nazione deve inserire nella propria agenda: “Creare strutture mediche accessibili ed efficienti; sviluppare strategie per migliorare la crescita economica e un sistema chiaro per combattere la corruzione e il nepotismo; costruire scuole e strade sicure”.

E conclude: “Queste sono solo proposte che il nostro governo dovrebbe considerare. Il mondo intero ci guarda. Cerchiamo di essere orgogliosi dei nostri risultati e di ridurre il divario tra noi e il resto del mondo”.

Sudan Tribune, sito web che offre news e dibattiti con un’ottica pluralistica, caratterizzato da una versione sia inglese, sia araba – la redazione è in Francia – dà spazio ai lettori.

Namaa Faisal Al Mahdi ha inviato un interessante commento dal titolo “La democrazia è vitale per la pace e la prosperità in Sudan” . Scrive Al Mahdi: “Ogni giornale sudanese è straripante di articoli su questioni legate alle violazioni dei diritti umani, agli abusi contro i civili, ai rapimenti di persone a Khartoum, nel nord di Kordofan, nella zona del Nilo Bianco, a Sinnar e Jazeera da parte dei Servizi di Sicurezza State e dall’Intelligence governativa. […] Siamo un Paese allo sbando, con un’amministrazione governativa sistematicamente corrotta e inefficace”.

Al Mahdi parla di una “banda criminale” che occupa i seggi governativi del Sudan ed è molto critico verso il National Congress Party, il partito capeggiato da Omar al-Bashir ancora formalmente al potere.

Anche in Sudan c’è un forte scontento popolare, da nord a sud, per i rincari di beni di prima necessità, come dimostrano le recenti manifestazioni organizzate da giovani universitari (quasi duemila), radunati nelle strade di Khartoum contro il governo e il presidente Omar Hassan Al Bashir.

I telegiornali italiani, tra uno scandalo politico e un gossip e l’altro, che sviliscono la morale appiattendo il livello culturale generale, si sono concentrati soprattutto su ciò che accade nel Maghreb perché è una regione dove il nostro Paese ha parecchi interessi, non solo economici. In Sudan la situazione è forse più difficile da decifrare ed è un luogo “lontano” dalla nostra penisola rispetto alla Libia o alla Tunisia. Ma anche in questo Stato, diviso in due, il malcontento sociale si è intensificato.

Alla manifestazione degli universitari, del 30 gennaio scorso, quando ormai erano ben noti i risultati del referendum, si sono verificati duri scontri alimentati dalle forze di sicurezza. Decine e decine di giovani sono stati picchiati e arrestati. La repressione della polizia ha causato un morto, Mohamed Abdel Rahman, studente poco più che ventenne dell’Ahlia University di Omdurman.

“Sei il nostro martire, Mohamed Abdelrahman”, hanno scritto i compagni della vittima sul sito Youth for Change (Giovani per il Cambiamento), i cui componenti si prefiggono di: “Contrastare leggi che restringono la libertà, creare pace e giustizia in ogni angolo del Sudan”.

Il referendum non ha riportato affatto la calma in questo Stato africano, la cui reale ricchezza è nel Sud, dove è concentrato il 70% delle riserve petrolifere.

Internet rimane sicuramente lo strumento che facilita l’organizzazione di manifestazioni e il tam tam di voci, in Sudan come altrove. Per evitare che i cybernauti siano in qualche modo identificati dai Servizi di Sicurezza tramite controlli informatici, vengono prese particolari precauzioni, sia a livello di account, sia di informazioni divulgate.

Patrick Meier, esperto di internet, nato ad Abidjan e cresciuto tra Nairobi e Vienna, Direttore del Crisis Mapping and Strategic Partnerships presso la Ushahidi , ha dato questi consigli ai giovani sudanesi che utilizzano facebook e altri social network: “Non condividere mai informazioni sensibili; usare passphrase anziché password; non inserire il proprio nome completo e nemmeno una propria immagine; effettuare sempre il logout ad ogni sito a cui si è iscritti”.

Come testimoniano i fatti del Nord Africa, il web sta diventando un mezzo potente per raggiungere migliaia di persone, nel proprio Paese e all’estero, permettendo di comunicare tra un capo e l’altro della città o della nazione.

Assistiamo inoltre a tentativi, più o meno riusciti, di oscurare il web. Internet abbatte le frontiere che i governi dittatoriali e illiberali vogliono controllare, diventando un’agorà contemporanea, da cui partire per costruirne una reale, dove i cittadini, non più sudditi, diventano protagonisti di cambiamenti politici epocali.

Silvia Turrin

24-02-2011


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