Processo Taylor: in attesa della sentenza finale

Processo Taylor: in attesa della sentenza finale

marzo 2011
La giustizia stenta ad essere attuata in Liberia. Benjamin Yeaten, ex generale del Fronte patriottico nazionale della Liberia (Npfl) e stretto collaboratore dell’ex presidente Charles Taylor, è stato incriminato per gli omicidi di due vice ministri e un ex ministro e dei membri della famiglia di quest’ultimo, avvenuti nel novembre 1997 e nel giugno 2003.

Ma l’accusato è ancora latitante: si ritiene che Yeaten risieda in Togo. Il nuovo governo della Liberia presieduto da Ellen Johnson-Sirleaf ha finora realizzato poche efficaci azioni per assicurare alla giustizia i responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani compiute durante il lungo conflitto in Liberia, che ha coinvolto la vicina Sierra Leone, tramite il commercio dei diamanti insanguinati.

Di questo martoriato Paese africano abbiamo avuto modo di scrivere già in passato, in particolare sulla rivista Afriche (n. 2 del 2010), con un articolo intitolato La Liberia cura le sue ferite. Perdonare non vuol dire dimenticare.

All’epoca era in pieno svolgimento il processo contro l’ex presidente Charles Taylor, su cui pendono ben undici capi d’accusa per crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui torture, violenze sessuali, riduzione in schiavitù degli oppositori, ricorso ai lavori forzati e utilizzo dei bambini soldato nella guerra civile in Sierra Leone. Arrestato il 29 marzo 2006, dopo che il governo nigeriano aveva dato il via libera alla sua estradizione (Taylor si era rifugiato in Nigeria, in una lussuosa residenza nella città di Calabar, indifferente al mandato internazionale di cattura).

Taylor, trasferito prima a Monrovia, poi in Sierra Leone, poteva contare sul sostegno di amici e collaboratori. Da qui la decisione di organizzare il processo in Europa, anche per effetto della Risoluzione 1688 delle Nazioni Unite con cui si è voluto spostare il processo da Freetown alla sede della Corte Penale Internazionale (CPI) all’Aja.

La Corte Penale Internazionale

La CPI, le cui competenze e funzionamento sono disciplinati dallo Statuto di Roma, firmato il 17 luglio 1998 (alla presenza dei rappresentanti di 160 paesi, di 33 organizzazioni intergovernative e della coalizione di 236 Ong) è la prima Corte penale internazionale permanente e indipendente (non appartiene al sistema delle Nazioni Unite) creata per mettere fine all’impunità degli autori dei crimini internazionali più gravi, in particolare quelli contro l’umanità e tutti i casi di genocidio.

s-110324 taylor bLa sua creazione è stata un evento storico, considerato che era dal 1946, cioè subito dopo il processo di Norimberga, che numerosi Stati volevano adottare un codice penale sopranazionale e istituire appunto una Corte Penale Internazionale. Il periodo tormentato della guerra fredda ha bloccato il cammino verso tali sviluppi. Con i mutamenti politico-internazionali e soprattutto con i terribili crimini verificatisi nel corso della guerra nei Balcani e del conflitto inter-etnico in Ruanda, molte nazioni erano convinte della necessità improcrastinabile di creare un nuovo organismo giuridico internazionale.

Lo Statuto della Corte Penale Internazionale, entrato in vigore il 1° luglio 2002, è stato sottoscritto da 114 nazioni. Tra gli Stati che non hanno ancora aderito vi sono il Sudan, la Cina, gli Stati Uniti e Israele. Il primo Stato africano a ratificare lo Statuto fu il Burkina Faso, il 30 Novembre 1998, tra gli ultimi il Ciad (1° gennaio 2007), il Madagascar (14 Marzo 2008) e le Seychelles (10 Agosto 2010).

Se si guarda agli attuali lavori della corte, risulta lampante come il continente africano sia stato dominato da alcuni politici che hanno compiuto crimini efferati. La CPI ha infatti in corso procedimenti contro Joseph Kony, Vincent Otti, Okot Odhiambo, Dominic Ongwen (Uganda); Thomas Lubanga Dyilo, Bosco Ntaganda, Germain Katanga, Mathieu Ngudjolo Chui, Callixte Mbarushimana (RDC); Jean-Pierre Bemba Gombo (Rep. Centrafricana); e poi ancora contro altri criminali sudanesi, coinvolti nel conflitto nel Drafur.

Il caso Taylor


Nel giugno 2007 è iniziato il processo a carico di Charles Taylor. Dopo tre anni di udienze, questo storico procedimento penale per crimini di guerra è terminato. O meglio, finirà ufficialmente una volta che la corte delibererà la sentenza, prevista entro 4 mesi. Taylor è il primo politico africano a essere giudicato dalla CPI e sicuramente non l’ultimo. Emblematico è il collegamento tra l’ex presidente liberiano e il colonnello libico Gheddafi: è stato il Rais ad addestrare e armare Taylor alla fine degli anni Ottanta.

E proprio Taylor ha voluto utilizzare l’aula del tribunale dell’Aja sottolineando il legame tra i due. “Perché Gheddafi non è alla sbarra?”, ha chiesto il suo avvocato, Courtenay Griffiths, nel corso dell’arringa finale, avvenuta l’11 marzo 2011. Una domanda che in realtà voleva creare discredito sulla corte, evidenziando la natura politica e non obiettiva del processo e della stessa Corte Penale Internazionale. Un ultimo disperato tentativo che non cancella gli efferati crimini attuati da Taylor e collaboratori.

Il procuratore Brenda Hollis ha chiesto ai giudici di ritenerlo colpevole per tutti gli undici capi d’accusa, dato che le prove dimostrano senza alcun ragionevole dubbio la sua diretta responsabilità. Il verdetto finale è importante per portare non solo giustizia in Liberia e in Sierra Leone, ma anche per l’intero Continente africano. Sarà anche un evento internazionalmente rilevante che segna la fine dell’impunità per chi compie genocidi, omicidi, stupri e altri atroci crimini.

Su tutto questo, però, pesa come un macigno l’assenza degli Stati Uniti, la nazione considerata ancora la più grande democrazia del mondo, che non ha aderito alla Corte Penale Internazionale adducendo, già nel 2002, la stessa accusa lanciata dal difensore di Taylor: “La Corte così com'è, farà processi politici, e noi non ci stiamo”, aveva dichiarato Thomas Courtyman, rappresentante dell’ambasciata americana di Roma.

È politico processare un noto, influente leader che ha ordinato alle sue truppe di assassinare, mutilare, torturare, violentare e terrorizzare i cittadini della Liberia e della Sierra Leone? Solo la sentenza finale potrà gettare qualche spiraglio di luce in questa oscura fase storica.

Silvia Turrin

24-03-2011


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