Dirkou: rifugiati, sopravvissuti, sfollati e dimenticati

Dirkou: rifugiati, sopravvissuti, sfollati e dimenticati

maggio 2011
‘E’ tutto collegato’, diceva il ministro Maroni nella capitale del Niger Niamey l’anno scorso a febbraio, ‘il traffico di droga, la tratta degli esseri umani e il terrorismo... in tutto ciò il Niger è un paese chiave’.

Oltre l’accordo politico, in quella circostanza, si giunse anche ad un accordo tecnico tra il capo della polizia italiana Manganelli e il suo omologo nigerino. Oltre un corso di formazione per la polizia di frontiera l’Italia si era impegnata a fornire al Niger 11 fuoristrada da deserto, di cui due ambulanze, 20 metal detector portatili e altro materiale.

Secondo le stime fornite da organismi specializzati, a fine aprile si registravano in Niger 80.537 persone tornate o fuggite dalla Costa d’Avorio (16 mila circa) e soprattutto dalla Libia (64.535). Di questi oltre 2 mila sono non nigerini.

Si trovano i soldi per finanziare il Comitato Nazionale dei Ribelli in Libia, riconosciuto come legittimo, soldi che serviranno almeno in parte all’acquisto di armi, che si aggiungono alle centinaia di milioni di euro già spesi nell’intervento ‘umanitario-militare’.

Sono pochi, invece, i mezzi che vengono messi a disposizione per aiutare chi, in questa guerra, è la parte più fragile:i migranti.

Tornano, se tornano, con le mani vuote, dopo anni di lavoro in Libia, il cuore gonfio di amarezza e gli occhi ancora terrorizzati dai bombardamenti. Tornano derubati di tutto a parte la memoria.

La protezione dei civili è dunque ‘selettiva’, come sempre. Ennesimo pretesto per arrivare a normalizzare il paese libico, per avere la manomissione sui capitali congelati del colonnello, ottenere garanzie di un buon funzionamento della filiera petrolifera e soprattutto mettere fuori la Cina dalla sponda mediterranea.

E si fatica a dare umana e decente assistenza, vicinanza e dignità, a migliaia di persone che hanno l’unico torto di essersi trovate al posto sbagliato nel momento sbagliato. Non interessa a nessuno la ‘protezione dei civili’. I rifugiati e gli sfollati ne sono invece la parte più ‘civile’.

Inutile ribadire una volta di più sulla capacità trasformista dell’Italia in tutta questa operazione. Primo paese esportatore di armi al (legittimo?) governo libico. Squallida mascherata per l’ultima visita di Gheddafi a Roma. Accordi bilaterali di controllo esterno delle frontiere nigerine. Sede dell’incontro di gestione ‘politica’ della crisi libica col finanziamento del governo di transizione che finalmente normalizzerà il paese e soprattutto i nuovi equilibri petroliferi e di potere nella regione.

E, in mezzo al deserto, si trovano loro, quelli che scappano e quelli che si ostinano a partire per l’Occidente malgrado tutto e perché hanno poco da perdere, a parte la vita. Sono loro che, tra Dirkou, non lontano dal confine libico e Agadez, polo di smistamento, hanno a disposizione solo due pozzi d’acqua. Uno di questi si chiama ‘espoir’, speranza.

P. Mauro Armanino, Niamey


07-05-2011

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