Agadez. Molto più a sud di Lampedusa

Agadez. Molto più a sud di Lampedusa

maggio 2011
Sono migliaia quelli che tornano e che non servono più a nessuno. Lavoravano e in Libia avevano l’altra famiglia e poi sono arrivate le bombe e gli inesistenti ribelli che hanno avuto generale riconoscimento petrolifero.

Sono scappati e hanno perso tutto e lasciato nell’altra sponda del deserto l’altra moglie e i figli nel frattempo spuntati dal viaggio. Passano e sono numerati e censiti a Dirkou in Niger, non troppo lontano dalla frontiera con la Libia. Portati coi camion scortati da soldati nigerini e poi accampati ad Agadez.

La maggioranza sono cittadini del Niger e rimangono ad Agadez solo pochi giorni e poi tornano a casa loro. Gli altri invece, stranieri, in parte vengono orientati verso la capitale Niamey e, occasionalmente, aiutati a continuare il viaggio di ritorno.

Tende e casette di paglia e un decente servizio igienico. Ormai le esperienze umanitarie accumulate sono tante e gli anni, in questo ambito, non sono trascorsi invano. Il mondo umanitario ha tirato le sue lezioni. Basta solo aspettare e, per sicuro, da qualche parte una crisi umanitaria farà la sua apparizione. Sono molti i vantaggi delle guerre.

Le armi e i mercenari e le strategie e nuovi prodotti bellici da testare sul terreno e le conferenze e soprattutto il bottino da suddividere. Non da oggi, come per i crocifissi di un tempo, i vestiti dei condannati sono ben divisi o, al massimo, si tira a sorte la tunica, quella fabbricata e tessuta di un pezzo, da qualche madre.

Intanto continuano ad accamparsi per partire coi loro sogni e un numero improbabile di telefono per trovare da qualche parte, in Europa, l’altro pezzo di sogno. Ad Agadez continuano invece i ‘ghetti’.

Quello Senegalese e del Ghana, quello del Mali e quello della Nigeria,dove è difficile entrare e dove sembrano molte le ragazze in cerca di compagnia e riconoscimento per continuare il viaggio. La polizia locale si avvale della collaborazione dei capi-ghetto che, in cambio di una tassa di soggiorno, assicurano alle locali autorità ordine e disciplina.

Sono quasi tutti contenti del trattamento. E la filiera conviene a molti. A troppi, per poter terminare un giorno.

Molti sono i giovani sognatori che settimanalmente si connettono con internet e provano a navigare tra le dune del deserto e i camion che li porteranno da qualche parte. I viaggi continuano e al sud del sud di Lampedusa si scommette sulla vita e sulle piste che il vento trasforma in tracciati invisibili agli occhi dei profani.

Solo alla dogana si registrano problemi e i soldi, come i corpi e le cose, diventano merce di scambio per poter soggiornare ad Agadez o allora continuare il viaggio. C’è chi lavora per pagare il resto del cammino e i documenti necessari al grande balzo verso l’altrove. E c’è chi torna a casa con l’unico potere che nel frattempo permetteva di soggiornare decentemente in Libia: le armi.

Un deserto armato e controllato e reso poco deserto fa parte del sistema globale di insicurezza che, ben gestito, favorisce molti e punisce altri. Le guerre hanno i loro funzionari e la maggior parte di questi è costituita da spettatori distratti e lontani che si limitano a commentarne le ripercussioni finanziarie. Le guerre si esportano insieme alle armi, dall’altra parte del Mediterraneo.

Ad Agadez le donne e i bambini, per ora, sono ospitati a parte. Categorie particolarmente vulnerabili che, come è facile immaginare, rappresentano i sogni quando tornano indietro e si mescolano con quelli che ancora pensano di partire.

Molti hanno scelto di farsi intervistare e di raccontare la loro storie, quelle che le statistiche non potranno mai ascoltare. Alcuni hanno persino seguito un corso accelerato di fotografia ad Agadez. Forse per dare un volto al deserto e al vento che trasporta i loro sogni.

P. Mauro Armanino da Niamey (Niger)

03-05-2011

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