Sarà il secolo delle tigri africane?

Sarà il secolo delle tigri africane?

ottobre 2008
Sarà il secolo delle tigri africane?

Sarebbe un po’ prematuro consigliare a chi è stato colpito dalla crisi economica e vive negli Stati Uniti e in Europa di trasferirsi in Africa. Eppure ci sono buone ragioni per sognare che, nel ventunesimo secolo, il continente più povero della terra riesca a svilupparsi e smetta di esportare cervelli e manodopera. E che chi è emigrato decida un giorno di tornare. Alcuni lo hanno già fatto.

Uno dei tanti motivi per cui l’economia dell’Africa subsahariana sta vivendo “la fase di maggiore crescita economica dall’indipendenza”, come afferma il Fondo Monetario Internazionale, è che la fuga dei migliori cervelli africani ha subìto una battuta d’arresto, e tanti stanno tornando nei loro paesi.

Molti nigeriani che hanno studiato nelle migliori università britanniche e statunitensi, per esempio, hanno cominciato a lasciare i loro lavori ben pagati a Londra e a New York per scommettere su quella che secondo loro è la nuova terra dell’opportunità africana. A Lagos, la Manhattan della Nigeria, spuntano cocktail bar e sushi bar ovunque per soddisfare i bisogni di questa nuova élite. Entro il 2008 sarà lanciato un nuovo giornale diretto da Dele Olojede, un giornalista nigeriano che vent’anni fa se n’è andato negli Stati Uniti, ha vinto un premio Pulitzer e adesso è tornato a casa, dopo aver convinto gli investitori di avere tra le mani un progetto vincente.

Non ci sono statistiche chiare sul numero di emigrati che hanno fatto ritorno, ma secondo alcune aziende nigeriane che si occupano della selezione di personale per incarichi di alto livello, per ogni posto di lavoro si presentano centinaia di persone: l’85 per cento di loro vive nel nord del mondo.
La Nigeria è uno dei paesi più vivaci dell’Africa, con indici di crescita annuali che superano il 6 per cento. Ma non è un caso unico. Nel 2007 la crescita media di tutto il continente è stata del 5,7 per cento, con un aumento delle entrate reali pro capite del 3,7 per cento, secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).

Nonostante la crisi di Wall street, per il 2008 sono previste cifre simili, se non migliori. La questione è capire se la cifra pro capite andrà a beneficio di tutta la popolazione o se premierà in modo sproporzionato le classi alte. E se le zone urbane avanzeranno mentre quelle rurali rimarranno sprofondate nella miseria. Anche in questo caso ci sono motivi per essere abbastanza ottimisti. La trasformazione delle città africane negli ultimi vent’anni è stata enorme, ma grazie ai miglioramenti dei sistemi di comunicazione ci sono stati molti cambiamenti anche nelle campagne.
Oggi capita sempre più spesso di trovare, in un remoto villaggio africano, un internet café dove i ragazzi del luogo chattano con amici virtuali in Minnesota o a Marsiglia. Come capita di vedere un’anziana nell’entroterra della Tanzania mentre parla al cellulare con i figli che vivono nella capitale economica, Dar er Salaam. Un altro sintomo visibile del progresso (nel bene e nel male) del continente è che nelle zone urbane le malattie generalmente associate all’Africa, come la malaria o l’AIDS, competono con malattie più tipiche dei paesi sviluppati, come quelle cardiache, l’obesità o il diabete.

Come ha fatto l’Africa a uscire dalla stagnazione economica della seconda metà del novecento?

Ceti emergenti
Il ritorno di alcuni dei migliori cervelli africani è un primo fattore, insieme alla forza di cambiamento della tecnologia: c’è una relazione matematica tra l’enorme aumento del numero di cellulari e la crescita del prodotto interno lordo. Altrettanto importante, se non di più, è stata la fine della maggior parte delle guerre del continente. Inoltre molti governi africani sono passati dalle mani di dittatori a regimi più efficienti, grazie allo svolgimento di elezioni sempre più regolari e democratiche.
Un ultimo fattore è che il mondo ha più bisogno che mai delle risorse naturali presenti in Africa: gli investitori sono entusiasti per le possibilità offerte dal continente. Per fare solo un esempio, la società di consulenza statunitense Rogerscasey l’anno scorso ha pubblicato un rapporto in cui consigliava ai suoi clienti di esplorare l’opzione africana. “È possibile affermare”, diceva il rapporto, “che l’Africa è l’ultimo mercato sottovalutato. Con la sua evidente ricchezza in risorse naturali e agricole, un’Africa senza spargimento di sangue e senza malattie croniche potrebbe diventare un’ottima fonte di commodities per molti anni”.

Chi ha preso più sul serio questo consiglio non sono gli Stati Uniti, ma il paese con il maggior bisogno immediato di risorse minerali: la Cina. Il gigante asiatico oggi è il principale partner straniero dell’economia africana. Nel 1994 gli investimenti cinesi in Africa erano di 25 milioni di dollari (18 milioni di euro). Oggi ottocento aziende cinesi operano sul continente e, secondo la stampa ufficiale cinese, la cifra totale degli investimenti supera i sei miliardi di dollari. Oltre al petrolio, la Cina estrae legno in Gabon e Camerun, platino in Zimbabwe, alluminio in Mozambico, rame in Zambia.


Nuovi amici

È noto che la responsabilità sociale o ambientale non è una priorità per i progetti cinesi, quasi sempre legati al governo. Pechino, inoltre, non chiede ai governi dei paesi in cui investe un particolare interesse per il rispetto dei diritti umani. Il caso più lampante è quello del Sudan: le responsabilità del governo nella catastrofe militare e umanitaria del Darfur non hanno impedito alla Cina, principale sostenitore di Khartoum all’ONU, di importare il 63 per cento della produzione petrolifera del paese.

Ma in cambio il Sudan (come gli altri paesi dove la Cina è presente) riceve pacchetti di aiuti che comprendono credito a basso prezzo e lo sviluppo di infrastrutture. Come ai tempi dell’impero britannico, i cinesi (spesso con manodopera importata dal loro paese) stanno costruendo strade, ponti, aeroporti e ferrovie in tutto il continente. La finalità a breve termine è chiaramente commerciale, ma pochi africani si lamentano, perché intravedono in questa iperattività cinese dei benefici a lungo termine.

Uno dei paesi ad aver maggiormente beneficiato degli aiuti cinesi è l’Angola, uscito nel 2002 da trent’anni di guerra civile. Oggi vende la metà del suo petrolio alla Cina e si è trasformato in quella che molti chiamano la tigre africana. Secondo la Banca mondiale, l’Angola – un paese ricchissimo di minerali, primi tra tutti petrolio e diamanti – quest’anno crescerà del 20 per cento. Luanda, dove l’industria immobiliare vive tempi di euforia, è irriconoscibile per chiunque l’abbia visitata dieci anni fa.

La Repubblica Democratica del Congo, un altro paese molto ricco di minerali, è ancora in guerra. Ma gli scontri oggi sono circoscritti a una regione nell’est del paese. Visto dalla capitale, Kinshasa, anche questo enorme paese vive un periodo di boom. Nel 2000 il PIL calava al ritmo del 6 per cento all’anno e l’inflazione era del 554 per cento. Oggi la crescita è del 12 per cento annua, con un’inflazione del 16 per cento. Il numero di cellulari è aumentato del 50 per cento nel 2007 e sono previste cifre simili per quest’anno e per il 2009. A Kinshasa è stato appena inaugurato un edificio di lusso chiamato Future Tower, un gigantesco centro alberghiero e commerciale che sarà portato a termine con fondi arabi nel 2010.

Ma la ricchezza naturale non è una condizione imprescindibile del progresso. Anche il Ruanda – un paese sovrappopolato, con risorse naturali quasi inesistenti – sta crescendo a un ritmo superiore al 5 per cento dall’arrivo al potere del presidente Paul Kagame dopo il genocidio del 1994. Il Ruanda dipende molto dall’aiuto estero, ma Kagame, un uomo serio e severo, ha avviato un programma basato sulla riconciliazione nazionale e sul rigore di governo (il Ruanda è uno dei paesi meno corrotti del mondo in via di sviluppo), con l’obiettivo strategico di raggiungere l’autosufficienza.

Nel 2007 la New York Review of Books ha pubblicato un articolo in cui citava un ex professore di Harvard, Josh Ruxin, che si era trasferito da poco in Ruanda. “Ho lavorato in più di cinquanta paesi”, ha detto Ruxin, “e credo che questo sia l’unico paese al mondo che potrebbe passare dalla povertà estrema a un livello di reddito medio nei prossimi quindici anni”. Ruxin è convinto che lo sviluppo del Ruanda sia sostenibile.

Quello che finora è mancato all’Africa è il materiale umano capace di tradurre l’abbondanza delle risorse in benessere generale. Forse l’inizio del ventunesimo secolo sarà ricordato come il momento in cui la tigre africana si è risvegliata dalla sua lunga sonnolenza per spiccare finalmente il salto.

John Carlin

Articolo apparso sul quotidiano spagnolo El País, e presentato nel n° 768 di Internazionale

31-10-2008

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