La borsa di Issa e altri ritorni

La borsa di Issa e altri ritorni

giugno 2011
Issa è tornato dalla Tunisia con l’aereo. Ha atteso la sua borsa all’aeroporto internazionale Diori Hamani di Niamey. Pesava quanto era consentito portare. Gli hanno detto di tornare a ritirarla dopo una settimana e poi, non avendola trovata, ancora l’altra.

Finché si è stancato di andare. Ci siamo incontrati una mattina. Ha mostrato con pudore il tagliando di ricevuta del biglietto di aereo col posto a sedere e il bagaglio registrato. Era arrivato all’aeroporto il trenta di aprile.

Issa abita dall’altra sponda del fiume Niger, verso la cintura verde della capitale. Raccontava di essere partito in Libia per aiutare sua madre anziana e i fratelli più piccoli. Ha trent’anni e non si sposa perché non ha nulla da dare alla famiglia.

In Libia è rimasto pochi mesi e non gli hanno pagato gli ultimi due mesi di lavoro. Poi è arrivata la guerra e chi poteva scappava. Gli hanno detto di pazientare che la sua borsa sarebbe arrivata senz’altro e di tornare la settimana dopo.

È andato all’ufficio dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni di Niamey. Per tutta la mattina ha atteso senza essere ricevuto. Solo il giorno dopo, grazie ad una telefonata, ha potuto raccontare la sua storia e gli è stato promesso che avrebbero fatto il possibile per fargli avere la sua borsa.

Dopo una settimana dovrebbe presentarsi per avere la risposta. Forse l’avrebbero aiutato anche per il reinserimento in città. Issa, Gesù in arabo, sembrava quasi contento informandomi dell’accaduto.

Ieri, invece, i viaggiatori di ritorno erano tre. Hilaire, Alassane e Boly, rispettivamente del Camerun e del Burkina Faso i due fratelli. Arrivavano dall’Algeria grazie al lasciapassare di un’associazione di solidarietà gestita e coordinata dai padri Bianchi, missionari d’Africa.

Erano partiti insieme qualche mese fa per sfidare la fortuna in qualche squadra di calcio algerina e magari azzardare il viaggio in Europa. Come altri giovani algerini ‘harragà’. ‘Bruciati’ li chiamano. Alcuni di loro arrivano sulle sponde della Sardegna e altri non arrivano mai.

Raccontavano del razzismo scoperto in Algeria e delle discriminazioni umilianti persino per trovare la camera in un hotel. Si sentivano guardati come schiavi e dopo pochi mesi hanno scelto di tornare al Paese. Da Algeri fino a Tamanrasset, Arlit, Agadez e Niamey.

Dicevano che il mezzo che li trasportava ha avuto un guasto al motore in mezzo al deserto e pensavano di dover morire tutti.

Hanno passato la notte accanto alla cattedrale di Niamey e il mattino seguente avevano fame.

Dicevano che vorrebbero sconsigliare altri giovani di partire e che in Algeria sono razzisti coi neri.

Sono andati con la compagnia Rimbo che viaggia tra Niamey e Ouaga, capitale del Burkina. Con diecimila franchi si compra il biglietto di andata. Alassane ha ringraziato e promesso di scrivere la storia di questi ultimi mesi della sua vita, da cui dice di avere imparato molto.

Issa, Gesù in arabo, tornerà invece a cercare la sua borsa. La settimana prossima.

P. Mauro Armanino, Niamey

8/06/2011

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