È il tempo dell’afro-ottimismo

È il tempo dell’afro-ottimismo

ottobre 2008
ec-081101 economistPrima delle ultime settimane di scompiglio globale, gli afro-ottimisti avevano finalmente un motivo per sorridere.

Dopo quarant'anni di stagnazione politica ed economica, che hanno tenuto la maggioranza degli ottocento milioni di abitanti in condizioni di povertà, negli ultimi cinque anni l'economia dei 48 paesi dell'Africa sub-sahariana è cresciuta a un tasso medio del 5 per cento annuo.

Con i prezzi delle materie prime destinati probabilmente a scendere, i mercati mondiali avviati verso una contrazione e l'inevitabile riduzione degli aiuti occidentali, il continente africano sarà colpito dalla recessione. Ma forse non più di tanto. L'Africa potrebbe ancora stupire le legioni di catastrofisti, mostrando che la rinascita tanto annunciata non è l'ennesima schiarita passeggera dovuta al momentaneo rincaro delle materie prime, ma l'inizio di qualcosa di solido.

I pessimisti hanno molte prove a loro sostegno. Già in passato ci sono stati brevi e intensi periodi di crescita, soprattutto quando i prezzi delle materie prime aumentavano. Ma quando questi prezzi sono scesi di nuovo, la crescita è finita. I pochi recenti successi dell'Africa spiccano in una storia di disastri. Il Ghana, per esempio, è spesso citato come uno dei casi più promettenti, ma al momento dell'indipendenza, nel 1957, era quasi al livello della Corea del Sud: oggi, invece, è trenta volte più povero in termini di ricchezza pro capite. Anche la crescita di altri paesi - per esempio Mozambico, Ruanda e Uganda - va vista alla luce dei disastri di un passato recente. L'unico paese africano con una storia di costanti progressi politici ed economici è il Botswana. Nel continente molti indici fondamentali restano drammatici. La speranza di vita è ancora in calo, soprattutto a causa dell'AIDS: il 60 per cento delle vittime sono africane.

Ma secondo un recente studio della Banca mondiale, non è detto che la crescita africana duri. In gran parte è dovuta al forte aumento delle entrate di otto paesi subsahariani benedetti dalla presenza del petrolio. Un terzo degli stati africani è alle prese con guerre civili o rivolte cicliche. I due paesi più grandi per superficie, Sudan e Repubblica Democratica del Congo (RDC), sono devastati da conflitti e malgoverno. Lo Zimbabwe, un tempo il gioiello dell'Africa meridionale, sta vivendo un incubo. Lo studio della Banca mondiale denuncia gli standard di governo africani. Ancora più preoccupante, forse, è il fatto che nell'ultimo anno tre dei maggiori paesi africani hanno subìto pesanti battute d'arresto.

Le elezioni in Nigeria sono state le peggiori dal ritorno del paese all'amministrazione civile, nel 1999. Il Kenya è sprofondato nel caos etnico dopo un voto contestato. Il Sudafrica, la più importante potenza del continente sub-sahariano, che da sola produce un terzo dell'intero prodotto interno lordo della regione, è entrato in una fase politica negativa, autoritaria anche se non ancora antidemocratica, proprio quando avrebbe dovuto costituire un esempio per il resto dell'Africa.

Nonostante tutto, la posizione degli ottimisti è più forte che mai. La libertà è più diffusa di una generazione fa, anche se in modo disomogeneo. Oggi due terzi dei paesi africani limitano i mandati presidenziali: almeno 14 leader sono stati costretti a dimettersi. I sistemi multipartitici, benché fragili, sono abbastanza diffusi. Il concetto di responsabilità politica è molto più accettato. I mezzi d'informazione, in parte grazie a Internet, sono più vivaci. L'ultima classifica dei governi africani, finanziata da Mo Ibrahim, il magnate sudanese delle telecomunicazioni, indica un miglioramento generale. La maggior parte dei leader locali pensa che l'Africa, per prosperare, debba entrare nel sistema economico globale, per quanto traballante.

La rivoluzione della telefonia mobile ha aiutato molto gli africani, soprattutto i contadini e i commercianti. I sistemi bancari si stanno modernizzando e i mutui sono concessi con più facilità al nuovo ceto medio. Gli imprenditori di tutto il mondo stanno investendo di più, soprattutto nei paesi africani con i governi migliori. E anche gli stati che non hanno ricchezze naturali sono cresciuti. L'ingresso spettacolare della Cina nel mercato africano è, nel complesso, una novità positiva.

Un altro rapporto, cofinanziato dalla Banca Mondiale, sostiene che il libero mercato non può risolvere tutti i problemi e che l'Africa dovrebbe aprirsi al commercio, stringere i cordoni fiscali e privatizzare. Ma in Africa la ricetta unica, non funziona.

Potrebbero essere d'aiuto anche altre misure. Un provvedimento approvato nel 2000 dagli Stati Uniti ha incentivato le esportazioni africane abbassando i dazi doganali. Un altro meccanismo promettente è l'Iniziativa per la Trasparenza delle Industrie Estrattive, un codice volontario adottato da una ventina di paesi africani, in base al quale i governi e le imprese straniere dichiarano apertamente i loro accordi commerciali. Cosa che non fa l'RD , ricchissima di minerali: nel 2006 Kinshasa ha annunciato che le entrate minerarie erano state di 86mila dollari. Una cifra ridicola.

L'Africa, insomma, ha una rara occasione di liberarsi dalla trappola della povertà. Sarebbe un'impresa difficile anche se i governi fossero onesti ed efficienti. Tra tutti gli ostacoli - il clima, le malattie, l'analfabetismo e le divisioni etniche - la cattiva amministrazione e la corruzione sono i peggiori. E il mondo ricco, anche se è alle prese con la crisi economica, non deve mai rinunciare all'impegno di aiutare i paesi poveri a camminare con le proprie gambe.

The Economist, Gran Bretagna

31-10-2008

Un altro articolo dell'Economist sull'evoluzione dell'economia africana.

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