Una settimana con i detenuti di Pademba road

Una settimana con i detenuti di Pademba road

giugno 2011
Un giornalista inglese e un fotografo spagnolo hanno ottenuto il permesso di passare intere giornate con i detenuti della prigione di Freetown, capitale della Sierra Leone. E raccontano le peripezie per liberare Abdul, uno di loro, ancora adolescente.

Ci sono modi peggiori di morire. Per esempio dissanguati - com’è successo a migliaia di persone in Sierra Leone durante la guerra - dopo aver subìto l’amputazione delle mani da parte di soldati che svolgevano il loro compito meccanicamente, come macellai che fanno a pezzi un agnello. Ma le circostanze in cui Steven Lebbise ha perso la vita sono state comunque atroci.

Tre anni di condanna per il furto di due pecore

Il mio amico Fernando Moleres, un fotografo spagnolo, l’ha conosciuto nella prigione più grande di Freetown, la capitale della Sierra Leone, nel febbraio del 2010. Steven stava scontando tre anni per il furto di due pecore. Quando Fernando l’ha incontrato, aveva diciassette anni e da diciotto mesi era detenuto insieme agli adulti. Come gli altri adolescenti rinchiusi nel carcere era sempre uno degli ultimi a ricevere l’acqua e il sapone - generi di lusso per tutti i reclusi - e la sua razione di riso.

Steven ha passato gli ultimi giorni della sua vita a grattarsi le ferite della scabbia. In prigione quasi tutti soffrono di scabbia ma lui era messo peggio degli altri: era un ricettacolo di infezioni e malattie a cui il suo corpo, senza le vitamine necessarie, opponeva poca resistenza. Era un esempio perfetto dei relitti umani prodotti dalla guerra civile cominciata nel 1991 e finita nel 2002, costata cinquantamila vite, altrettanti stupri e mezzo milione di profughi. Nei due anni passati in cella il ragazzo non aveva ricevuto nessuna visita. I suoi genitori erano morti, il resto della famiglia viveva lontano. E lo aveva dimenticato da tempo.

Quando è tornato nel carcere, ad agosto del 201o, Fernando (che in una vita precedente è stato infermiere) ha scoperto che Steven era morto. “Come un cane randagio”, dice. In prigione c’erano molti altri cani randagi come lui. Questa volta ad attirare l’attenzione di Fernando è stato Abdul Sesay: lo stesso sguardo malato e vuoto, la scabbia su tutto il corpo. Ha detto di avere sedici anni, ma ne dimostrava dodici. Anche lui veniva dalla campagna, e anche i suoi genitori erano morti. Aveva vissuto da solo per le strade di Freetown fin da quando aveva nove anni.

Sierrra Leone, condizioni sociali disperate

at-s-110616 freetown 4La Sierra Leone è un paese pieno di orfani vagabondi, che sopravvivono in condizioni simili a quelle raccontate nei romanzi di Charles Dickens ambientati nella Londra vittoriana. O forse no. Nell’ottocento la capitale dell’impero britannico era una città più ricca e dinamica della Freetown di oggi, e i poveri avevano qualche possibilità di vivere una vita che andasse oltre la mera sopravvivenza.

In Soldiers of light (Penguin books 2004), un libro che ho letto durante il volo verso l’Africa, Daniel Bergner scrive che il futuro della Sierra Leone è “a metà strada tra l’età della pietra e la modernità”, citando le parole di un funzionario della cooperazione del governo britannico.

Da un rapporto del Department for international development (Dfid) di Londra avevo anche imparato che la Sierra Leone, uno degli ultimi paesi al mondo per indice di sviluppo umano (nel 2009 era al 180° posto su 182), nonostante l’abbondanza di diamanti e altri minerali, ha indici di mortalità neonatale, infantile e materna tra i peggiori al mondo, e un tasso di analfabetismo superiore al 50%. I170% del bilancio dello stato dipende dalle donazioni straniere.

Quando atterro nel minuscolo e caotico aeroporto internazionale di Freetown alle due del mattino, scopro che il modo più veloce per raggiungere la città non è via terra, ma via mare. E capisco subito perché. Il breve tragitto verso l’imbarcadero è una corsa a ostacoli. Ci sono buche che potrebbero ospitare una famiglia di ippopotami. Mi dicono che esiste una strada che porta a Freetown ma per arrivare si impiegherebbero quattro ore.

Scesi dall’aereo, saliamo sul traghetto che ci porta in città

Sono le tre passate quando il traghetto parte per la città. Attraversiamo la baia, uno dei pochi porti naturali della costa occidentale africana. La baia fu scoperta dai navigatori portoghesi nel quindicesimo secolo. Le diedero il nome che conserva ancora oggi perché, viste dalle navi, le sue colline sembravano disegnare la forma di un leone.

Sul traghetto c’è una ventina di passeggeri, tutti muniti di giubbotto salvagente. Grazie al monopolio sugli spostamenti tra l’aeroporto e la città, i proprietari della barca stanno facendo fortuna, almeno per gli standard della Sierra Leone. Tutti i passeggeri, me compreso, sono d’accordo sul fatto che è stato un buon investimento.

La guardia all’ingresso della prigione - che gli abitanti del posto chiamano Pademba road (un nome che qui suona come una minaccia) - chiede a me e a Fernando di consegnargli i cellulari e i soldi. “Per la vostra sicurezza”, spiega. Gli affido il telefono ma non le banconote che ho nelle tasche dei jeans. Su una lavagna è scritto il numero dei prigionieri del carcere: 1.307.

Qualcuno dice a una guardia in uniforme verde di accompagnarci. Con noi c’è anche il cappellano, un uomo anziano e distinto. Sono le undici del mattino: abbiamo il permesso di rimanere nella prigione fino alle quattro del pomeriggio. Il nostro obiettivo è seminare gli accompagnatori e incontrare faccia a faccia Abdul Sesay e altri detenuti minorenni.

Ma prima dobbiamo sopportare la visita guidata. Si aprono le porte ed entriamo in un complesso dominato da quattro edifici grandi e tozzi. I colori oscillano dal grigio scuro al marrone chiaro. I muri, i tetti di lamiera ondulata, le camicie, i pantaloni corti indossati dai detenuti, la loro pelle: tutto sembra dello stesso colore (anche le maglie del Barcellona e dell’Inter di alcuni prigionieri sembrano grigiastre).

Il fotografo Fernando Torres distribuisce medicinali contro la scabbia

at-s-110616 freetown 2Centinaia di uomini che camminano in cortile si fermano e ci vengono incontro, quasi tutti sorridendo. “Fernando! “, grida uno di loro. “Fernando! “, ripete un altro. “Fernando! Fernando! Fernando Torres! “. Il cognome di Fernando non è Torres. Il nome che gridano è quello del calciatore spagnolo del Liverpool che tutti i detenuti di Pademba road (e tutti gli abitanti della Sierra Leone) conoscono e adorano. Ma il nostro Fernando in questa prigione è una star.

Nel 2010 ha passato tutto il mese di febbraio a fotografare i detenuti, vivendo con loro per gran parte della giornata. E ad agosto è tornato per un’altra decina di giorni. Tutti gli vogliono bene perché li ha sempre trattati con rispetto e perché aveva l’abitudine di portargli le medicine, una cosa che le ong di cui pullula Freetown non hanno mai fatto.

Fernando si ferma in mezzo al cortile, apre una busta che porta appesa alla cintura e la folla gli si stringe intorno. Tira fuori un tubo di crema e i detenuti si mettono in fila per farsene dare un po’. Dopo averla ricevuta si abbassano i pantaloni e se la spalmano sull’inguine per placare il prurito. Qualcuno riceve anche una minuscola pillola rossa, un antidoto contro la scabbia.

Siamo tra i poveri più poveri della terra. Alcuni di loro sono stati criminali pericolosi, in un paese che negli anni novanta è stato testimone di violenze brutali. Eppure invece di sentirmi in pericolo percepisco solo curiosità e buona volontà. I detenuti vengono a stringermi la mano uno dopo l’altro. Si presentano e mi chiedono come mi chiamo.

Il laboratorio dove imparare un mestiere

Il secondino che ci accompagna, e che è disarmato sembra molto tranquillo. Il cappellano ci porta in un laboratorio buio in cui i prigionieri imparano lavori di falegnameria, tappezzeria, cucito e calzoleria. Sparsi sui tavoli improvvisati, sugli sgabelli e sul pavimento di cemento ci sono martelli, seghe, oggetti affilati di metallo: strumenti con cui si potrebbe combattere una piccola guerra.

at-s-110616 freetown 1Tuttavia il cappellano non sembra allarmato e si rammarica per il fatto che, una volta in libertà, i detenuti difficilmente riusciranno ad avere questi attrezzi. Quello che imparano in carcere, spiega, non gli servirà a molto.

La guardia ci racconta che insieme ad altri colleghi compra i sandali e i vestiti confezionati dai detenuti - uno di loro mi mostra con orgoglio un vestito da bambina appena cucito - per poi venderli al mercato. Il ricavato serve per comprare acqua e sapone, che poi vengono rivenduti in prigione. Se avanzano un po’ di soldi arriva anche qualcosa da mangiare in più.

Nel cortile vedo uno dei fortunati beneficiari di questo commercio. Completamente nudo, sotto gli occhi pieni di invidia degli altri detenuti, si sta insaponando dalla testa ai piedi: è il re di Pademba road. La miglior stagione dell’anno, spiega Fernando, è quella delle piogge. Docce gratis per tutti.

La Sierra Leone è governata dal presidente Ernest Bai Koroma, una figura rassicurante e bonaria. Eletto in seguito a un voto regolare, Bai Koroma ha l’obiettivo di ricostruire il paese dopo la guerra. La Sierra Leone, verde e rigogliosa, sembra un posto tranquillo in cui le tensioni nascono soprattutto dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Anche qui si tifa per il Chelsea e il Real Madrid

Le uniche rivalità sociali visibili sono quelle tra i tifosi di squadre di calcio europee diverse. È difficile trovare un’auto senza un adesivo del Manchester United, dell’Arsenal, del Chelsea, del Barcellona o del Real Madrid. Un tassista mi racconta che tifa per il Real Madrid mentre sua madre è del Barcellona. “Litighiamo sempre”, dice sorridendo.

In Soldiers of light Bergner cita un ufficiale dell’esercito britannico molto scettico sulla possibilità che nel paese possa nascere una società ordinata e funzionante. Eppure l’ufficiale è fermamente convinto che “si può imparare molto dalla gente della Sierra Leone. E dalla loro bontà”. Il militare in questione ha fatto parte delle forze di pace che nel 2000 l’allora premier britannico Tony Blair ha inviato nel paese per mettere fine alla guerra civile.

at-s-110616 freetown 3È stato uno dei pochi esempi di “politica estera etica” della storia. E ha avuto successo. Il commento dell’ufficiale, dovuto allo sconforto per la povertà, il caos e la corruzione onnipresenti, mette in luce l’essenza del grande mistero africano: una straordinaria capacità di fare del bene convive con la miseria e la violenza. È una bontà che si esprime soprattutto nella capacità di perdono. Gli africani sembrano in grado di superare tutti i rancori, perdonare e dimenticare. La povertà li obbliga a essere pragmatici. Ma c’è un’altra ragione, come mi spiega un detenuto un po’ speciale di Pademba road.

Il suo nome (anche questo fuori dal comune) è Simon Hayman-Goldsmith. È nero, ma è l’unica caratteristica che ha in comune con gli altri prigionieri. Cittadino britannico, colto e buon oratore, stava seguendo un master in business administration in Inghilterra quando ha avuto la sfortunata idea di guadagnare qualche soldo in più trasportando un carico di cocaina dalla Sierra Leone, un porto di passaggio per le droghe colombiane dirette in Europa.

9 guardie senza armi per sorvegliare 1300 detenuti

Simon mi conferma che la sensazione di sicurezza che ho avuto entrando in prigione è giustificata. “Nove guardie disarmate, 1.300 prigionieri e praticamente nessun problema, nessun pericolo. L’Africa è incredibile! “. Soprattutto perché i motivi di risentimento non mancano.

Molti prigionieri sono in carcere ingiustamente, per reati che non hanno commesso, per condanne troppo severe o perché sono ancora in attesa di un processo. “Il fatto è che qui le persone vivono esclusivamente nel presente e dimenticano il passato. Anche il futuro ha poca importanza. Tutti vivono qui e ora, niente di più”. È questa la spiegazione di Simon all’enigma africano.

In teoria i circa 140 prigionieri che si raccolgono nella cappella della prigione per seguire la funzione, a cui anche noi siamo stati invitati, si stanno preparando per l’aldilà. In realtà sono già in estasi. È la religione vissuta come spettacolo: tutti cantano, ballano, battono le mani, si muovono e gridano, guidati da un istrionico pastore battista.

La cappella è l’unico spazio della prigione curato dal punto di vista estetico. Alcuni piccoli quadri incorniciati e appesi alle pareti ripercorrono la passione di un Cristo nero accompagnato da Maria. In un altro quadro dietro l’altare c’è un Cristo bianco, con accanto un ritratto di san Paolo che prega sotto lo sguardo di un soldato romano. In fondo al quadro c’è una frase presa dalla lettera di san Paolo ai filippesi: “Rallegratevi nel Signore, sempre. Ve lo ripeto ancora: rallegratevi”.

Vivere la propria fede in carcere

I prigionieri si rallegrano con lo stesso entusiasmo dei tifosi che festeggiano una vittoria della loro squadra. Nei paesi ricchi la religione è sempre meno seguita. Ma per chi non ha nulla ha un grande valore. La fede allontana i prigionieri del carcere di Pademba road dall’implacabile durezza della vita in carcere e gli dà, anche se solo momentaneamente, dignità, speranza e felicità.

at-s-110616 freetown 5Qualcosa di molto simile deve succedere nel cuore dei fedeli che adorano Allah nella piccolissima moschea della prigione. La tolleranza è diffusa. Quando gli chiedo se ci siano tensioni tra detenuti musulmani e cristiani, il secondino mi rivolge uno sguardo sinceramente perplesso. Il presidente della Sierra Leone è cristiano, il vicepresidente è musulmano.

Tutte le cerimonie ufficiali del governo cominciano con una preghiera delle due principali religioni del paese. I matrimoni misti sono comuni e, a quanto sembra, senza problemi. Uno dei tanti tassisti con cui abbiamo parlato aveva un adesivo sul cruscotto con su scritto: “Il sangue di Gesù è la mia arma”.

Ma era un musulmano devoto, e ci ha sottoposti a un duro interrogatorio, preoccupato per la nostra fede in Dio. Non era wahabita, e ci ha sorpreso con alcuni commenti che in un paese come l’Arabia Saudita lo avrebbero portato dritto nella Pademba road di Riyadh. La differenza tra il cristianesimo e l’islam? “Sono solo parole, diversi modi per adorare Dio”. E se un cristiano si innamora di una musulmana? “Se una donna musulmana sposa un cristiano deve diventare cristiana. Se l’uomo è musulmano e lei è cristiana, allora deve farsi musulmana”.

In Sierra Leone le donne hanno ancora molta strada da fare per affermare i loro diritti. Tuttavia ho sentito dire che a volte per i matrimoni misti si celebrano due cerimonie religiose, una in chiesa e l’altra in moschea. Ho sentito anche che da nord stanno arrivando delle influenze arabe che minacciano di spingere i musulmani su posizioni radicali, complicando così i rapporti, finora pacifici, con i cristiani.

Un cambiamento simile potrebbe rendere la vita più difficile per le prostitute che offrono i loro servizi accanto ai bar sulla spiaggia. Oggi nessuno sembra infastidito dalla loro presenza, ma se le cose dovessero cambiare queste ragazze rischierebbero la lapidazione.

L’ora del pasto

L’ora del pranzo nella sezione del carcere in cui si trova Abdul Sesay, il ragazzo che siamo venuti a trovare, ci mostra un aspetto meno rassicurante della vita in prigione. Il cappellano se n’è andato e la guardia, che non vuole entrare nel corridoio dove si trovano i detenuti in attesa di giudizio, ci lascia soli. Davanti alle porte di metallo di una cella buia si è già formata una fila disordinata.

I prigionieri più anziani decidono le porzioni da servire a ognuno e chi la riceverà per primo. “Neanche un cane mangerebbe questa roba”, mormora un detenuto. Ma tutti mangiano, e con avidità.

Sui due lati del cortile ci sono file di celle progettate per due persone ma che in realtà ne ospitano almeno otto. Alla fine riusciamo a incontrare Abdul in una grande cella in cui dormono sessanta persone. È un ragazzo esile, con un volto da bambino segnato dall’acne e gli occhi tristi. Suo padre è morto in guerra, sua madre di malattia. Oggi l’aspettativa di vita in Sierra Leone è di 42 anni rispetto ai 39 del periodo del conflitto. “Vivevo con mia nonna al villaggio, ma mi ha detto di andarmene perché non aveva soldi per prendersi cura di me”, dice.

Era il 2003, e Abdul aveva nove anni. Da allora ha vissuto a Freetown, lavorando dove capitava e dormendo in una macchina abbandonata alla periferia della città. Gli chiediamo perché è in carcere. “Qualcuno ha rubato una radio e me l’ha data. Io non sapevo da dove venisse, ma la polizia mi ha preso con la radio e mi ha accusato del furto”.

Mentre Abdul parla Fernando gli infila una pillola rossa in bocca. Serve a combattere le eruzioni di scabbia che coprono metà del suo corpo. Abdul soffre anche di altre malattie. “Mi sento sempre male. Mangio quello che mi danno perché non posso fare altrimenti. E ho paura di alcuni prigionieri”, racconta. Mentre parla, guardo alle sue spalle: ci sono due tipi muscolosi vestiti con una maglia traforata che ci osservano con la coda dell’occhio.

Cerco di non cedere alla paura. Chiedo ad Abdul perché sia finito in un carcere per adulti. Il ragazzo si cala i pantaloni per mostrarci i peli pubici precoci. “Il poliziotto mi ha guardato e mi ha detto che stavo mentendo, che non avevo sedici ma diciannove anni”. Perché la polizia ha preso questa decisione? “Chi mi aveva denunciato ha fatto pressioni”. Hanno pagato il poliziotto? Abdul non risponde, ma abbassa lo sguardo, sembra sul punto di piangere e annuisce.

La libertà di Abdul vale 10 euro

Spera di uscire presto. Venerdì deve presentarsi davanti al giudice, che potrebbe decidere di fissare una cauzione, forse cinquantamila leone, l’equivalente dell’astronomica somma di dieci euro. Fernando e io ci guardiamo e decidiamo subito di provare a tirare Abdul fuori da lì.

Usciti dalla prigione, andiamo a incontrare un avvocato. È una donna e vuole rimanere anonima. Ma ci spiega diverse cose: “Senza denaro qui è impossibile ottenere giustizia”. Racconta che chi ha i soldi può far finire in carcere una persona anche solo per un sospetto. “I più deboli sono schiacciati dal sistema”. E la corruzione è diffusa ovunque.

Per fortuna il governo ha deciso di interessarsi al problema e vuole creare, soprattutto grazie ai finanziamenti britannici, un sistema credibile ed efficace di difensori d’ufficio. Il governo è preoccupato perché la commissione per la verità e la riconciliazione, costituita dopo la fine della guerra con l’aiuto dell’Onu, è arrivata alla conclusione che il modo migliore per evitare che si ripeta l’incubo vissuto negli anni novanta è combattere contro l’idea, molto diffusa nel paese, che per i poveri non esista giustizia.

Il capo dei ribelli, l’ex militare Foday Sankoh, capo del Fronte unito rivoluzionario (Ruf), aveva trascorso sette anni a Pademba road per il suo ruolo in una rivolta nell’esercito. Negli anni novanta diventò il criminale di guerra più famoso del mondo. La commissione per la verità e la riconciliazione, racconta l’avvocato, è arrivata alla conclusione che la scintilla scatenante della guerra civile è stata la rabbia di Sankoh per quella che riteneva un’ingiustizia commessa nei suoi confronti e contro altri leader del Ruf, gente che si faceva chiamare con nomi come Rambo, Superman e Colonnello Selvaggio. Poi gli iniziali propositi riformatori del capo dei ribelli furono sostituiti dall’avidità e dall’ossessione per i diamanti.

Anche l’ex- dittatore Sankoh era stato imprigionato qui

Ma questo non significa che il paese non avesse davvero bisogno di sradicare certe ingiustizie. “Oggi il governo ha capito che se non ci dotiamo di un sistema giudiziario efficiente, prima o poi avremo a che fare con un’altra ribellione, con un altro Sankoh”, afferma l’avvocata. Sankoh è stato arrestato nel 2000 - la sua cattura è stata festeggiata in tutto il paese - ed è stato accusato di crimini di guerra. Ma è morto in carcere per un’emorragia e non ha mai messo piede in tribunale.

Il destino gli ha concesso, per citare un giudice dell’Onu, “quella fine pacifica che lui aveva negato a tanti altri”. L’hotel in cui alloggiamo è stato costruito da un’impresa cinese che ne è anche la proprietaria: una delle tante aziende che stanno esplorando e ricolonizzando l’Africa in cerca di materie prime per alimentare il miracolo economico della Cina. Su cinque canali tv disponibili in camera due sono cinesi. E non solo in albergo: all’ingresso della prigione ho visto una guardia incollata allo schermo che seguiva una telenovela cinese in una lingua per lui incomprensibile.

Alle pareti dell’hotel sono appese foto di edifici luccicanti di Pechino e di Shanghai, pieni di grandi vetrate, luci al neon e metallo. Le immagini del nuovo spettacolare aeroporto di Pechino sono quasi un insulto per gli abitanti di Freetown, dove l’aeroporto è poco più di una baracca.

Il giorno dopo la visita alla prigione andiamo in tribunale, un imponente edificio costruito cent’anni fa dai colonizzatori britannici. Facciamo le prove generali per il nostro obiettivo del giorno seguente: tirare fuori Abdul di prigione.

Il trucco è semplice: dobbiamo convincere un paio di habitué del tribunale, un giovane giornalista e un signore anziano che si presenta come il “presidente del tribunale”, ad accettare di essere i garanti della cauzione. In cambio dei loro servigi, che comprendono anche un accordo con il pubblico ministero incaricato del caso, chiedono 160mila leoni. La cauzione è di 50mila leoni, ma c’è bisogno di pagare molte altre persone.

Quella sera stessa Fernando prende l’aereo per tornare a casa, mentre io rimango a occuparmi di Abdul. Prima di partire Fernando visita un paio di istituti per ragazzi senzatetto che potrebbero accogliere Abdul una volta uscito di prigione. Ma non c’è niente da fare: ci sono troppi impedimenti burocratici e Pademba road non è certo un gran biglietto da visita. Il giorno dopo sarebbe toccato a me cercare un’altra soluzione, per esempio parlare con l’avvocato, anche a rischio di perdere il volo di ritorno.

I detenuti hanno scritto le loro testimonianze

Prima di salutarmi Fernando mi dà un mucchio di fogli che gli hanno affidato i prigionieri di Pademba. Sono le testimonianze di più di venti detenuti che descrivono la loro vita dentro e fuori dal carcere. Tutte cominciano così: “Caro Fernando” o “Caro signore”. In tutte le lettere tornano alcuni elementi: la sensazione di ingiustizia (“è evidente, non c’è giustizia per i poveri”, ha scritto uno dei detenuti), le malattie, la mancanza di medicine, i decessi in cella, la sporcizia delle latrine, la pessima qualità del cibo, l’acqua stagnante da bere, l’impossibilità di lavarsi. E, nonostante tutto, la fede in Dio.

Ecco alcuni brani degli appunti di Issa Kamara, 15 anni: “Data di arrivo nella prigione di Pademba: 5 febbraio 2010. Condanna: tre anni. Reato commesso: h0 rotto il vetro di una macchina. Mia madre e mio padre sono vivi, ma non abito con loro perché non sanno come mantenermi, per questo sono andato a vivere per strada con i miei amici. Dormivamo nel ghetto, per terra.

Quando mi sveglio la mattina vado con gli amici a spingere un carretto. A volte i miei amici non mi danno soldi, ma solo da mangiare. Quando sono arrivato a Pademba road mi sono sentito male. Siamo in sette nella cella. Quando mi sveglio la mattina h0 freddo, sento dolori, come quelli della malaria. Il cibo non è buono. Quando finisco di mangiare non ho acqua da bere o per lavarmi. Io andavo a scuola.

Ho smesso perché i miei genitori non hanno soldi. Quando esco dalla prigione mi piacerebbe tornare a scuola. Quando finisco di studiare vorrei essere una persona migliore. Se ho i soldi mi piacerebbe sposarmi. E quando esco dalla prigione mi piacerebbe tornare dai miei genitori e gli chiederò di rimandarmi a scuola. Se glielo chiedo per favore e loro mi accettano, non li abbandonerò mai più. Lo giuro su Dio”.

Con chi potrebbe andare a vivere Abdul una volta uscito di prigione? Non importa.

Il tribunale accetta che si paghi la cauzione per Abdul

La prima cosa da fare è portarlo via da Pademba road. Mi presento in tribunale alle dieci di mattina, proprio quando Abdul e altri prigionieri stanno arrivando su un furgone verde della polizia: dalle sbarre sbucano le mani scure dei prigionieri. I miei due complici del giorno prima, il presidente e il giornalista, mi aspettano, felici di fare di nuovo affari con me. Il piano è pagare la cauzione, fare uscire Abdul, portarlo in una farmacia per comprargli le pillole e le creme di cui ha bisogno per le sue malattie e poi portarlo dall’avvocato, che sa bene quanto sia importante aiutare i detenuti rimessi in libertà a rifarsi una vita. Ma le cose sono più complicate del previsto.

Entro in un’aula con le pareti coperte di legno, presieduta da una giudice dall’aspetto imponente: capelli tinti di rosso, atteggiamento brusco. La sala è piena. Ci sono dieci detenuti in attesa della sentenza, tra cui Abdul. Ci guardiamo negli occhi. Ha un’aria supplichevole. Lo saluto con la mano e annuisco. I miei due “agenti” hanno già parlato con il pubblico ministero, un giovane in uniforme.

Il giornalista, un ragazzo dallo sguardo intenso, mi spiega che la libertà di Abdul sarebbe costata più cara: 32omila leoni. Non sono nella situazione di poter trattare. Calcolo quanti soldi mi restano e quanto mi serve per pagare il taxi fino all’imbarcadero e poi il battello fino all’aeroporto, dove nel pomeriggio devo prendere il mio volo di ritorno. Accetto di pagare la somma. In Sierra Leone sembrano una fortuna, ma in realtà sono circa 64 euro.

Arriva il turno di Abdul. La giudice gli chiede quanti anni ha. Sedici, risponde lui. Lei lo guarda, perplessa. “E sei a Pademba?”. “Sì”. La giudice scrive qualcosa e gli ordina di tornare al suo posto. Vado fuori a cambiare dei soldi e quando torno mi fermo a parlare con uno dei miei due collaboratori, il presidente, esperto nelle manovre di corridoio ma sempre molto occupato: non fa che correre da una parte all’altra senza mai smettere di parlare con qualcuno.

Lotta contro il tempo e contro la burocrazia

Immagino che sarà lui a guadagnare la maggior parte dei soldi, anche se, come mi ha detto chiaramente il suo socio, prima di capire esattamente che cifra rimarrà a ognuno di loro bisognerà pagare qualche altra bustarella. Il presidente mi spiega che Abdul sarà liberato nel giro di un’ora. Sono le undici. Benissimo. C’è ancora tempo.

Aspetto fuori con il giornalista. C’è un mucchio di gente che aspetta, come me. Da una grondaia lungo uno dei muri dell’edificio cade un flotto d’acqua verdognola. Fa caldo e mi compro una Fanta. A casa non la bevo mai, ma ora mi sembra di toccare il cielo con un dito. Costa 30 centesimi di euro.

Passano due ore e di Abdul neanche l’ombra. Ho bisogno di quaranta minuti per tornare all’hotel e arrivare al traghetto, quindi mi rimane solo un’ora. A un certo punto Abdul mi passa accanto sorridendo, seguito da un poliziotto e dal mio amico presidente. Devono scattargli una foto e fargli firmare dei documenti. Dieci minuti, dice il presidente.

Passa mezz’ora e ancora niente. Capisco che non ci sarà tempo per vedere l’avvocato. Il piano messo a punto per trovare un rifugio per Abdul una volta libero sta per fallire. Almeno riuscirò a fargli avere le medicine di cui ha bisogno. Il giornalista entra nell’edificio per uscirne subito dopo. “Abdul dice che è molto contento e che sarà tuo padre per sempre”. Sì, ma se non lo vedo per strada e in libertà non avrai i tuoi soldi, gli rispondo.

Allora mi fa entrare nell’edificio e mi guida per un labirinto di corridoi. Ci sono documenti ovunque: tutti gli atti sono trascritti a mano, non c’è neanche un computer. Mendicanti, poliziotti, donne procaci e vestite da regine, vagabondi scalzi, avvocati in giacca e cravatta. Ancora una volta sembra una scena tratta da un romanzo di Dickens.

Abdul finalmente libero


Ci fermiamo in una stanzetta, dove osservo la giudice riempire lentamente dei moduli. Sono già le due del pomeriggio. Incapace di trattenermi mi metto a imprecare, dando uno spettacolo assurdo. La giudice inarca un sopracciglio e continua a lavorare. Esco di nuovo per paura di causare un incidente che potrebbe mandare all’aria tutto il piano.

Aspetto altri dieci minuti e alla fine Abdul riappare, scortato dai miei due cospiratori, libero. Mi stringe la mano destra con entrambe le mani e non vuole lasciarla. Mi guarda negli occhi, trasfigurato, con un sorriso da bambino, come se avesse recuperato la salute. Sono preoccupato perché non ho più tempo per andare a comprare le medicine.

Pago la somma accordata ai due liberatori e poi infilo nella tasca di Abdul una manciata di leoni, circa quaranta euro, una somma che sicuramente non aveva mai visto, né immaginato di vedere, in tutta la vita. “Va’ in farmacia e poi al tuo villaggio. E cerca di ritrovare qualcuno dei tuoi familiari. Ma intanto rimani in città e presentati in tribunale tutte le volte che è necessario”. Il giornalista e il presidente della corte fanno un cenno di assenso con aria solenne. Se Abdul fuggisse, per loro sarebbe un problema. Almeno così mi hanno detto.

Un tassista, a cui verso i miei ultimi quarantamila leoni, mi accompagna al traghetto attraversando i peggiori quartieri di Freetown, montagne di spazzatura in cui la gente rovista con disperazione. Passiamo su un ponte traballante sopra un fiume nero che dà l’impressione di poter strappare via la pelle a chi ha la sfortuna di caderci dentro.

Arriviamo al traghetto pochi secondi prima della partenza. Mentre indosso il mio giubbotto salvagente arancione vedo un uomo di circa venticinque anni che vende vestiti colorati sull’imbarcadero. Non ha le mani. Non ho né soldi né tempo per comprare niente. Avrei voluto farlo. Tornando a casa penso che avrei voluto fare molto di più per Abdul, portare a termine il compito che mi aveva affidato Fernando.

Parto, ma non posso dimenticare chi è rimasto a Pademba road

Ma poi penso anche a tutti gli altri prigionieri di Pademba road che avrei voluto aiutare, al volto pieno di desolazione di un ragazzo che era seduto vicino ad Abdul in tribunale e che sapeva che non sarebbe stato lui il fortunato a ricevere aiuto. E penso ai milioni di africani per i quali non potrò far niente, a tutta la brutalità e alla corruzione che c’è in questo continente.

Ma penso anche a tutta la bontà, alla gioia, alla sensualità e alle grandi lezioni che l’Africa potrebbe insegnarci e che noi non riusciamo a imparare né a prendere in considerazione, per colpa della maledetta povertà che la affligge.

John Carlin, The Indipendent, tradotto da Internazionale n. 893

16-06-2011

L'autore è un giornalista britannico, che è stato il corrispondente in Sudafrica per il suo giornale

Fernando Moleres è un fotografo spagnolo. Il servizio realizzato a Pademba road gli ha valso il secondo premio al World press photo 2011 nella categoria vita quotidiana.








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