Martin e la giornata del bambino africano

Martin e la giornata del bambino africano

giugno 2011
Martin ha lo sguardo da adulto. Dice di essere originario del Togo e ci siamo incontrati stamani. Il giorno del bambino africano che ricorda il massacro di Soweto in Sudafrica del 1976. Martin dice di non poter stare fermo in un posto per un lungo tempo. C'è un vento o uno spirito che lo spinge a partire per arrivare in fretta da un'altra parte.

Martin ha girato vari paesi e mai nessuno ha potuto farlo restare a lungo in un luogo. Non va da nessuna parte. Ci sono i camionisti che gli propongono delle mete e poi lo lasciano da qualche parte. Non ha conosciuto i suoi genitori che lo hanno lasciato da piccolo e sono partiti in Costa d'Avorio e non li ha mai visti. Martin ha lo sguardo da adulto e si trova a Niamey da qualche giorno. Ha quattordici anni e oggi è la festa del bambino africano.

Erano almeno diecimila i bambini di Soweto e 152 sono rimasti uccisi dalle armi e dalla folla. Oltre mille i feriti prima che il regime di apartheid crollasse per poi risorgere impunemente da tante altri parti nel mondo. Quello tra ricchi e poveri che sono separati dai muri e dai mari per esempio.

Martin dice che il vento lo spinge e gli hanno detto che dovrebbe tornare al suo villaggio e fare un sacrificio allo spirito e solo allora finirà di scappare. Per questo motivo Martin è venuto stamattina e forse tornerà domani. Dorme accanto al cimitero musulmano della città e ci sono altri ragazzi che dormono con lui. Intanto è la giornata del bambino africano che ricorda la marcia dei bambini di Soweto del 1976 in Sudafrica.

Li ho visti marciare oggi per andare allo stadio Seyni Kountché già presidente poi ucciso del Niger.Erano almeno diecimila che camminavano. Ben vestiti anche i bambini e con le treccine colorate di fresco le bambine. Andavano e tornavano contenti di fare festa per il 16 di giugno.

La giornata del bambino africano che ricorda gli altri diecimila di Soweto e quelli rimasti sulla strada quel giorno. Coi vestiti che brillavano al sole,ora meno forte, di Niamey. La festa del bambino africano allo stadio e in città. Proprio come fosse la festa dei bambini africani e nessun altro.

Chi non poteva marciare allo stadio sono coloro che forse non sarebbero neppure andati. Ci siamo incontrati oggi nel carcere civile di Niamey. I minori detenuti sono 26 e oggi era la loro festa. Prigionieri senza frontiere e le frontiere senza prigionieri,come spesso invece accade. Hanno organizzato una giornata per loro e con loro.

Adulti, donne e bambini nella stessa prigione in sezioni separate e attigue. Danzavano perché la vita solo si impara danzando e anche in carcere le stagioni cambiano per lo stesso motivo.Le frontiere con i prigionieri era accompagnata da volontari, guardie, alcune ragazze detenute e signore di alta classe, mogli di consoli e ambasciatori di stanza nella capitale.

Alcuni si trovano in detenzione da due anni, altri da pochi mesi e qualcuno solo da alcuni giorni. Un ragazzo di Niamey, che abita non lontano dal quartiere dell'aeroporto, diceva che stare in carcere è pericoloso. Perché non si mangia a sufficienza.

Ma anche nel Paese è così. Se arriva l'altra carestia che si presenta, puntuale e beffarda, anche quest'anno. Non fanno nulla se non aspettare che passi il giorno e la notte. Il pomeriggio, invece, c'è stata la partita di calcio fuori del carcere. Con una squadra di giornalisti creata per l'occasione e hanno vinto loro. I ragazzi che avevano mangiato quello che le donne del carcere avevano cucinato. Pasta e qualche pezzo di carne con alcune bevande fresche.

Una signora ha osservato che non ero capace di mangiare con le mani. Aveva ragione e i minori detenuti chiedevano quando ci sarà l'altro giorno di festa per loro. Uno di loro voleva del sapone per lavarsi perché il suo era terminato ieri.

Martin, intanto, è tornato sulla strada e vuole passare la notte dove ha gli amici. Ha ricevuto alcune monete per comprarsi da mangiare ha lo sguardo da adulto. Forse passerà domani,s se il vento o lo spirito lo spingeranno da questa parte.

P. Mauro Armanino, Niamey

20-06-2011

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