La guerra di Juliet

La guerra di Juliet

giugno 2011
La sua guerra era cominciata anni fa. In Costa d’Avorio dove l’odio era stato seminato da tempo a piene parole e azioni. E’ scappata dal campo profughi allestito nel vicino Togo dopo essere stata riconosciuta come rifugiata dall’apposita commissione nazionale. Traumatizzata dalle uccisioni e dalle minacce nel suo Paese.

Juliet si trova a Niamey per qualche ignota ragione del destino e delle strade che portano sempre da qualche parte. on lei ci sono altre otto donne, sette bambini e un uomo. Fanno dunque diciassette persone di cui una è incinta di qualcuno che potrebbe perfino nascere senza neppure sapere dove. I mariti e i padri hanno dovuto nascondersi per salvarsi e sono scomparsi da mesi.

Neppure il cellulare riesce a rintracciarli. Loro invece hanno subito minacce anche nel campo profughi creato dall’Alto Commissariato per i Rifugiati. Nella bacheca è apparso un foglio che invitava i rifugiati a dichiarare la propria etnia di appartenenza. Le stesse divisioni del Paese sono apparse nel campo. Una parte aveva lo stesso nome di un quartiere della capitale economica della Costa d’Avorio. Come ad Abidjan c’era nel campo profughi l’area ‘Bagdad’.

Juliet e le altre sono accampate nel cortile di una parrocchia. Raccontano la guerra che continua da quando è iniziata la guerra anni fa. Quella per sopravvivere e sperare di tornare un giorno nella terra abbandonata e sedotta dalla violenza. Quella che fabbrica profughi e sfollati e traditi.

Come James che era scappato quando ci trovavamo a Monrovia in Liberia nel 2003. Si presenta come non parlasse il francese e allora l’inglese americano improvvisato che ricordavo si affaccia tra le parole e le frasi che camminano. Come ha fatto lui per andare il Libia e rimanervi otto anni. Finché Misurata si è trovata in mezzo all’altra guerra importata e rivenduta sul posto a poco prezzo. A morire erano i migranti e a combattere pure.

Torna adesso a Monrovia che accarezza l’illusione di una pace tra i molti militari delle Nazioni Unite. In Libia ha perso tutto dopo aver lavorato in un garage parlando anche l’arabo. Vuole tornare a casa per capire quanto possa costare la pace quando si è persa prima di partire.

Si erano persi anche loro. Altri Ivoriani che scappavano per lo stesso motivo della guerra di Juliet. Volevano andare in Marocco per poi raggiungere l’Europa e di lì il futuro tanto sognato. E dicevo loro di fare attenzione col deserto da attraversare. Di non andare perché i tre figli piccoli avevano ancora il diritto di vivere e di sbagliare. Parlavano anche loro della guerra che era cominciata anni fa. E ancora non era terminata. Avevano fame e volevano continuare il viaggio per il Marocco. Li hanno visti in città e sembra che vogliano tornare dove ancora non sanno.

Mercenari della politica e assassini. I vostri figli dovrebbero trovarsi oggi in uno di questi campi di terrore e le vostre figlie da qualche parte a soffrire per capire la guerra che avete partorito. Allora forse capirete la vergogna con la quale avete manipolato il popolo. Commercianti di armi e di giovani senza futuro perché svuotati di ogni ideale che non sia l’odio per chi imbraccia un’altra storia.

La guerra era cominciata anni fa. Aveva attraversato il mare quando questo si era trasformato in un cimitero di onde che ingoiano storie mai arrivate.

Alla fine rimarranno le statistiche delle istituzioni e del mercato umanitario globale. Complici,impostori, mercanti di armi e spettatori verranno giudicati da diciassette persone rifugiate e accampate nel cortile della chiesa che si trova nel quartiere Garbadò di Niamey tenuta dai missionari Redentoristi.

Prima di partire Juliet mi ha lasciato il suo numero di telefono. Il bimbo che l’altra signora nel frattempo nutriva del suo seno si era appena addormentato.

P. Mauro Armanino
, Niamey

28-06-2011

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