Niamey e la città dei bambini

Niamey e la città dei bambini

luglio 2011
A Niamey passano presto la mattina e sono centinaia. Api senza alveare che invece di fiori cercano le monetine di ogni giorno. Una piccola pentola legato al collo col filo. Sono i ‘Talibé’.Nati dall’esperienza delle scuole coraniche ancora numerose in città. Inteso all’inizio come esercizio di umiltà per gli scolari.

Diventa un mezzo per la richiesta di contributo della scuola coranica e si trasforma gradualmente in mendicanza organizzata. Anche il mangiare diventa una possibilità. E in questo i Talibé rivelano la condizione nascosta delle altre Niamey. Quelle che scompaiono quasi sempre non fosse per i casi di colera registrati in questi ultimi tempi e quelle dei palazzi inventati dall’illusoria ricchezza dell’uranio che uccide di nascosto.

Altri bambini di Niamey accompagnano i ciechi attorno alle fermate delle auto e delle compagnie di trasporto e tra i numerosi tavoli dei mercati ufficiali e quelli improvvisati. Le bimbe sembrano più intraprendenti e sanno suscitare i sentimenti giusti quando sorridono e indicano con aria complice e sofferta i ciechi che tengono per mano.

I bimbi invece guidano con disinvoltura gli asinelli che tirano con malavoglia i carri di legna,fieno e futuro nascosto da qualche parte nei cortili dove ancora si gioca la vita a rimpiattino. Hanno l’aria seria quando tengono in mano il ramo che funge da frustino e si siedono sul bordo del carro con le gambe che spuntano appena e dondolano come la loro età.

Le bambine sono a capo coperto da un velo che circonda e accarezza il volto e scende lungo sulle spalle. Per bambole hanno i fratellini piccoli e tra qualche anno si sposano e diventano grandi e allora scappano o comunque divorziano. Anche gli ‘imam’ sono preoccupati dal numero crescente di matrimoni musulmani che durano poco più della festa.

E allora si cercano sentieri interrotti dalla tradizione e dalla modernità che si rincorrono. Di quando la luna si ricorda di essere timida e arrossisce dalla polvere del deserto che si accampa sulle strade e chiede di scomparire.

A Niamey i bambini si propongono come lavavetri delle macchine in provvisoria sosta per i pochi semafori che funzionano quando manca la corrente. Anche qui hanno iniziato a mettere alcuni pannelli solari col timore che spariscono entro la prima settimana di funzionamento. Puliscono il vetro davanti e quello dietro.

Con attenzione e col sapone hanno giusto il tempo di spalmare e ripulire. Poi diventa verde e allora alcuni corrono dietro la macchina. Altri invece salutano con un sorriso come avessero fatto la buona azione della giornata.

C’è chi dorme lungo le strade. Alcune decine di bambini si sono raccolti in bande e hanno luoghi di ristoro e di riparo. Per esempio accanto al Grande Mercato di Niamey. C’è chi inala esalazioni di colla o chi si addentra nei meandri dei piccoli furti o si presta per servizi notturni fugaci con clienti occasionali.

Ma la maggior parte dei bambini si trova nei quartieri che allontanano la città dal centro. Di pomeriggio e di sera guardano i programmi televisivi seduti su panche di fabbricazione approssimata e cagionevole. Vendono la frutta dove capita lungo le strade o davanti ai cortili delle case recintate da muri sufficientemente costruiti per organizzare lo spazio. Altri ancora sono apprendisti di turno di qualche improvvisato mestiere.

Niamey si è trasformata nella città dei bambini che diventano grandi in fretta e senza neppure farci caso. A scuola vanno quelli che possono e chi ha genitori facoltosi è accompagnato in auto e ha diritto alla merenda del mattino. Chi si trova nei villaggi si trova in scuole inventate da rami e arbusti resi secchi e dello stesso colore della terra che li circonda come la vita e la stagione.

Ha otto giorni oggi e l’hanno chiamato Smith. Nome inglese in terra nigerina importato da migranti della Costa. Il suo nome tradizionale significa ‘uscire con dignità. Si è visto benedire la fronte, gli occhi, le orecchie, la bocca e infine i piedi da un minuscolo segno di croce passato inosservato.
La festa era appena cominciata e la giovane madre ha detto di chiamarsi Salomè.

P. Mauro Armanino, Niamey

6-07-2011

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