Uranio in Niger: nulla è cambiato

Uranio in Niger: nulla è cambiato

luglio 2011
Mi è capitato di leggere due notizie di Misna sulla questione dell’uranio del Niger. Sono di 7 mesi fa. Eppure sono di una incredibile e inaccettabile attualità. Tutto rimane immutato, anzi è peggio oggi di ieri. Ve le propongo qui sotto. Non rimanete passivi: indignatevi!

P. Mauro Armanino, Niamey

6-07-2011

Uranio: dopo anni persiste contaminazione, “osservatorio” non basta


“Ci sembra un’operazione di facciata. Di gran lunga insufficiente per risolvere seriamente il problema della contaminazione radioattiva ancora presente nell’area del sito minerario di Mounana. Servono azioni forti, ben più forti di questa.”

Ha molte riserve Bruno Chareyron, capo laboratorio della Commissione di ricerca e informazione indipendente sulla radioattività (Criirad, Francia), intervistato dalla MISNA dopo l’annuncio da parte del colosso francese dello sfruttamento dell’uranio, Areva, della creazione di un “Osservatorio per la salute” incaricato di “definire l’impatto dell’attività mineraria” sul sito di Mounana, nel sudest del Gabon.

Tra gli Anni ’60e il 1999, anno della chiusura del sito, Mounana ha prodotto oltre sei milioni di tonnellate di minerale, dalle quali sono venute fuori 27 800 tonnellate di uranio. Secondo i dirigenti di Areva, l’Osservatorio per la salute, creato con la collaborazione del governo di Libreville, costituisce un “primato mondiale” in quanto per la prima volta un industriale s’impegna a monitorare la salute dei suoi ex lavoratori.

L’Osservatorio, secondo quanto riportato dalla stampa francese, “proverà a registrare tutti gli ex dipendenti per verificare se le malattie di cui soffrono possono essere collegate al lavoro svolto” e se i residenti dell’area possono essere stati affetti in qualche modo. “Certo – commenta ancora Chareyron – condurre delle ricerche è una buona cosa, ma servirebbe ben altro per far diminuire la contaminazione”.

L’esperto in fisica nucleare riferisce alla MISNA che negli anni di attività della miniera, la ‘Comuf’, filiale di Areva, ha fatto costruire abitazioni per i suoi operai con rocce dette “sterili”, ovvero estratte nell’ambito della ricerca di uranio, troppo povere in minerale per sfruttarle su scala industriale, ma che possono contenere materiale radioattivo pericoloso per la salute delle persone.

Uno studio pubblicato lo scorso anno dalla Criirad dimostra che il livello di radiazioni presente nell’area di Mounana, in zone di facile accesso alla popolazione (supermercato, foresta, fiume, case), è tra due e 50 volte superiore alla norma. “Residui radioattivi, risultati dell’estrazione di uranio, sono stati direttamente riversati nel fiume Ngamaboungou dalla Comuf tra il 1961 e il 1975 – sottolinea Chareyron alla MISNA – per un totale di due milioni di tonnellate di residui buttati nell’acqua del fiume per tutta la durata delle attività estrattive.

Azioni di bonifica sono state intraprese ma – sostiene ancora – si è trattato di una semplice operazione di camuffamento, non di una seria operazione di riabilitazione dell’area contaminata”. Dopo l’estrazione, dall’uranio si sprigionano 14 prodotti radioattivi, tra cui un gas altamente tossico, il radon, mentre per disintegrarsi totalmente l’uranio impiegherebbe 4,5 miliardi di anni.

La presenza di radiazioni da uranio può essere all’origine di numerose patologie, tra cui anemia, cataratta, cheratite, radio-lesioni delle mucose, sarcoma osseo, leucemia, cancro bronco-polmonare.

28 ottobre, 2010

Uranio: per abitanti del nord, solo tensioni, inquinamento e malattie


“Alle popolazioni del nord del Niger lo sfruttamento dell’uranio da parte delle grandi aziende ha portato tre cose: ribellioni, inquinamento e malattie. Di sviluppo, non se n’è vista neanche l’ombra”: lo ha detto alla MISNA Almoustapha Alhacen, presidente dell’Organizzazione non governativa ‘Aghir in man’, raggiunto telefonicamente ad Arlit, principale città del nord del Niger, non lontana dai siti di sfruttamento di uranio dal parte di Areva – il gruppo francese leader mondiale del settore, presente in Niger da oltre 40 anni – ma anche, più recentemente, da parte di nuovi attori industriali, in particolare cinesi.

Dopo indagini ambientali condotte lo scorso anno dall’organizzazione non governativa internazionale ‘Greenpeace’, che hanno concluso alla presenza di tassi di radioattività in zone abitate ben superiori alle norme consentite dall’Organizzazione mondiale della Sanità, sono stati avviati controlli, con il coinvolgimento di alcune organizzazioni locali e della stessa Areva, nell’area di Arlit.

“Un’abitazione con un elevato tasso di radioattività è stata scoperta, apparteneva a un ex impiegato di Areva, che ha provveduto a costruire una casa sostitutiva. È un primo passo” dice alla MISNA Alhacen, sottolineando che il coinvolgimento di un movimento internazionale come ‘Greenpeace’ ha permesso di dare un ampio rilievo mediatico a una situazione in realtà già denunciata da anni dai locali.

“La zona di Arlit è tradizionalmente pastorizia – racconta ancora l’interlocutore della MISNA – ma negli ultimi anni, anche a causa dell’attività industriale legata all’uranio, si sono allontanati gli animali. Non siamo esperti di sanità, ma notiamo tra la popolazione e tra il bestiame la comparsa di nuove malattie. Le falde freatiche delle nostre zone si sono prosciugate. Ecco – conclude – cosa ha portato lo sfruttamento dell’uranio alla nostra gente”.

28 ottobre 2010

Da MISNA - Missionary International Service News Agency

Leggi il documento "Areva au Niger" dell'Africa Europe Faith and Justice Network:

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